2 giugno / La festa della Repubblica e i collegamenti con la storia

Il 2 giugno si celebra, ogni anno, la Festa della Repubblica italiana. Anche se ormai questa giornata ha perso nel tempo il suo significato originario, in realtà è una data molto importante.
Il 2 e il 3 giugno 1946 in Italia si tenne il referendum istituzionale indetto a suffragio universale che, per la prima volta, insieme ai cittadini di sesso maschile, portò anche le donne alle urne, a decidere su quale forma di governo (monarchia o repubblica) dare al Paese dopo la caduta del fascismo. Con una differenza di circa due milioni di voti prevalse la repubblica, fatto che comportò l’esilio dei monarchi di casa Savoia. Con la cacciata dei Savoia, ebbe fine un regno durato ottantacinque anni, iniziato con la fondazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo del 1861.
Una data epocale, dunque, nella storia politica, economica, culturale, sociale, dell’Italia. Insomma, si trattò di un nuovo inizio, del riscatto morale di un popolo dalle troppe umiliazioni subite durante il periodo bellico.2 giugno
<<Non è città quella di un solo uomo>>, avrebbe detto Sofocle in “Antigone”; e a tal uopo, vale proprio la pena ricordare un frammento della “Repubblica” di Cicerone, che sembra riprodurre tutto il fervore, tutta quell’appassionante energia del “nuovo” che irrompe nella storia: << […] devi pensare che non c’è mare e non c’è fuoco che non sia più facile da domare della moltitudine sfrenata! Allora accade quello che Platone descrive in maniera sontuosa, se solo potessi esprimerlo in latino. Un compito difficile, ma ci proverò. Il padre ha paura del figlio, il figlio non rispetta il padre, manca, per essere davvero liberi, qualunque vergogna, non c’è nessuna differenza tra cittadini e stranieri, il maestro teme i suoi allievi e li blandisce, gli allievi disprezzano il maestro, i ragazzi usurpano l’autorevolezza dei vecchi e i vecchi si adattano a imitare la frivolezza dei giovani, per non essere malvoluti da loro. Da ciò deriva anche che i servi si comportino troppo liberamente, che le donne si prendano gli stessi diritti degli uomini, che i cani e i cavalli, e perfino gli asini abbiano tanta libertà che bisogna cedere loro il passo per strada. Da questa infinita licenza, continua, il risultato che ne deriva è che le menti dei cittadini diventano così schizzinose e rammollite, che se si adopera nei loro confronti una minima autorità, se ne irritano e rifiutano di sopportarla. Cominciano quindi a trascurare le leggi, per essere totalmente senza padroni>>.
Non diversamente dalla data del 14 luglio 1789 francese (anniversario della presa della Bastiglia) o del 4 luglio 1776 statunitense (giorno in cui venne firmata la dichiarazione d’indipendenza), tornando alla nostra “Festa del 2 giugno 1946” si celebra la nascita della nazione, o meglio, il fremito di un popolo che “partorisce” la sua nazione come una Repubblica, ovverosia come una forma di governo in cui il potere politico è esercitato da organi rappresentativi del popolo e il capo dello Stato, con poteri più o meno estesi, è organo elettivo e temporaneo (in contrapposizione alla monarchia in cui il titolo di capo dello Stato è ereditario e vitalizio) . Quel giorno dunque in Italia vincevano: l’idea colorata di “nazione”, il vento fresco del “principio di rappresentanza”, il concetto unitario di “popolo”.
Ebbene, in quest’epoca di eccessivo frammentarismo politico, si è davvero sicuri che si possa ancora parlare di Unità della nazione, di rappresentatività, di popolo? Stiamo vivendo un frangente storico in cui anche all’interno dei più grandi partiti si verificano delle consistenti spaccature così forti da mettere in discussione la loro stessa esistenza. Il frammentarismo politico, in realtà, è un problema che ha da sempre attraversato la storia d’Italia lasciandola, per così dire, in bilico in una scomoda coesistenza tra lotte particolari e sogno unitario. Di questo tema non si può trascurare il fatto che se ne occupò scientificamente Niccolò Machiavelli nella sua opera più importante (Il Principe -1513). Il merito maggiore di Machiavelli è quello di avere fondato la scienza politica, cioè di avere trattato la politica come un campo a se stante rispetto ad ogni altra scienza alla quale applicare rigorosi criteri di universalità, oggettività, necessità. Quindi, il mondo umano e l’agire politico sono da lui analizzati in una prospettiva di rigorosa immanenza.
Per comprendere le dinamiche dei fenomeni politici – sostiene Machiavelli – “occorre attenersi alla verità effettuale della cosa, senza imbellettamenti”, e l’agire politico va descritto e analizzato quale esso è, con gli interessi, le necessità, le asprezze che lo dominano, e non come vorremmo che fosse.
Eppure, Machiavelli, così freddo e lucido, così sicuro nelle sue affermazioni, nel ventiseiesimo capitolo del Principe diventa un uomo che vibra di passione per le tristi condizioni della patria, percossa e dilaniata dagli eserciti stranieri, e sogna una realtà nuova, ideale. Si illude di trovare un principe della tempra di un Mosè, di un Ciro, di un Romolo, e sogna in un’Italia corrotta dal barbaro dominio, un popolo desideroso del suo riscatto. Addirittura, egli, scettico derisore di divinità, immagina un’Italia che prega, “che è pronta a seguire una bandiera purché ci sia uno che la pigli”.
Dice: “l’Italia è in attesa di uno suo redentore”. A questo punto, Machiavelli, travolto dalla passionalità del sentimento, sembrerebbe contraddire se stesso. Ma c’è contraddizione nel suo pensiero, oppure no? E ancora, è un uomo che sogna o che discute razionalmente della realtà dei fatti? Secondo l’opinione dei più, è proprio questa contraddizione piena di pathos che marca i limiti della sua opera, ma ne determina anche il superamento. Egli sente che il riscatto dell’Italia in rovina dipende da un atto di volontà di un principe virtuoso e dall’insurrezione di un popolo. Questo è un sogno così ardente da fargli credere che un uomo di scarse capacità quale era Giuliano de’ Medici, potesse attuare il miracolo.
Ora, partendo dal presupposto che Il Principe è un’opera scientifica, non si può escludere che il fine politico a cui essa machiavellicamente tende sia l’unificazione d’Italia. Egli affida al suo trattato la missione di unificare l’Italia. Eh si, Machiavelli amava proprio la sua Terra! La amava al punto da abbandonarsi al sogno.
Ma se quest’opera fosse mondata da tutti gli aspetti utopici, Machiavelli non avrebbe potuto ottenere l’effetto più importante cui aspirava: quel tono provocatorio con cui nelle ultime pagine assume il ruolo di profeta, rivendicato anche con la figura del Savonarola, “il profeta disarmato”.
A tal proposito, scrive il critico Luigi Russo: “il realista puro si tramuta in un sognatore profeta, trascende l’angustia intellettuale della sua scienza e precorre gli avvenimenti dei secoli”. Ed è proprio così, l’utopia è l’unico mezzo che l’autore possa usare per proiettare il suo popolo nel futuro, avendo già individuato una meta.
Anche Dante la pensava allo stesso modo, distinguendo però lo Stato come parte di un impero.
In conclusione, questo aspetto è da considerarsi come il punto di arrivo dell’analisi empirica di Machiavelli. D’altronde, anche Galileo diceva che dopo aver conosciuto e dimostrato la validità di una cosa o di un fenomeno si possa procedere ad una previsione futura.
Alla luce di queste considerazioni, allora, non ci sembrerà poi così “Utopia” neanche la città ideale di Tommaso Moro, se pensiamo che essa fu presa come spunto per una politica reale e concreta da illuministi come Rousseau, Montesquieu, Diderot, e per l’affermazione dei principi antonomastici dell’Illuminismo: ragione, uguaglianza, giustizia, tolleranza.

      Giuseppe Stefano Proiti

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