Abusi su minori / La Chiesa tiene la guardia sempre alta e punta decisamente sulla prevenzione

Il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori istituita da Papa Francesco nel marzo 2014, è intervenuto alla Gregoriana alla presentazione del “Centre for Child Protection”, trasferito da Monaco a Roma. Si scommette sull’educazione e sulla formazione di seminaristi e sacerdoti. La collaborazione con le Chiese locali.
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A tre anni dal simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”, a conclusione della fase pilota e in occasione del trasferimento della sua sede da Monaco a Roma, il “Centre for Child Protection” (Ccp) della Pontificia Università Gregoriana (www.unigre.it) rilancia il suo impegno nella prevenzione degli abusi sessuali su minori, questione “della massima importanza per la Chiesa universale”, assicura il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori istituita da Papa Francesco nel marzo 2014, intervenuto ieri sera alla presentazione, presso l’ateneo dei gesuiti, del “nuovo” Centro. Oltre ad un programma formativo per la prevenzione degli abusi, il Ccp conduce attività di ricerca interdisciplinare, promuove programmi di dottorato, organizza conferenze internazionali e si propone di ampliare la rete di partner nel mondo e d’intensificare la cooperazione. Viva, negli interventi di ieri sera, l’eco della Lettera di Papa Francesco (2 febbraio) ai presidenti delle Conferenze episcopali e ai superiori degli Istituti religiosi.
Responsabilità e formazione. Il cardinale dà lettura del breve messaggio augurale inviato dal Pontefice e non nasconde che “la sfida più impegnativa è l’esercizio della responsabilità (accountability) e l’educazione/formazione della leadership della Chiesa”. Dal porporato la certezza e l’auspicio che il Ccp offra “un contributo sostanziale a questo impegno”. Un breve ricordo delle diocesi guidate, penultima Palm Beach dopo la rimozione del vescovo, e l’attuale Boston, che definisce “Ground zero dello scandalo degli abusi sessuali negli Usa”, sottolineando l’importanza di ascoltare “la voce delle vittime”. In molti luoghi del mondo si verificano abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti, ma le risposte “sono spesso inadeguate, talvolta miranti più a riabilitare gli abusatori che ad assistere le vittime”, scandisce. Di qui l’auspicio che il lavoro congiunto di Commissione (che l’8 febbraio ha concluso la sua plenaria) e Ccp “riesca a fare la differenza”. I due organismi “non affronteranno casi specifici, ma si occuperanno di formazione e prevenzione”. E a Roma, dove studia un gran numero di seminaristi e sacerdoti, “vi sono molte opportunità per formare la leadership ecclesiale”.
Inculturazione e sensibilizzazione. Nel network del Ccp saranno coinvolte istituzioni religiose e non – istituti formativi e accademici, chiese locali, congregazioni, ordini religiosi, Ong – soprattutto in Asia, Africa e Sud America. Dai partner, padre Hans Zollner, presidente del Centro e membro della Commissione pontificia, si aspetta corresponsabilità nel progetto, e respinge l’idea di un modello universalmente valido. Ogni azione deve essere “culturalmente sensata” tenendo conto delle differenze di leggi, tradizioni, culture. Anche in questo ambito la Chiesa sostiene insomma il principio dell’inculturazione. Fino ad oggi il Ccp ha avuto project-partner in 10 paesi di quattro continenti (Australia esclusa): “coinvolti parroci, catechisti e educatori; poco più di mille persone che hanno concluso con noi la fase pilota”. In fase di stesura il rapporto finale. “Misto” il metodo adottato: E-learning, blended-learning e workshop. Il programma sviluppato è attualmente oggetto di revisione in collaborazione con la Georgetown University di Washington al fine di realizzare un corso online interattivo e funzionale a formazione e training di preti e candidati al sacerdozio, religiosi, operatori ecclesiali, insegnanti e operatori sociali; creazione di centri di expertise in tutto il mondo; elaborazione di linee guida con misure di prevenzione; sensibilizzazione soprattutto nei paesi in cui la realtà degli abusi è negata o sottovalutata. Essenziale la collaborazione delle Chiese locali. Nel progetto avviato con la diocesi italiana di Fermo, esemplifica p. Zollner, “il vescovo ha coinvolto tutta la regione”. Una sfida cruciale è anche la formazione dei responsabili della comunicazione che dovranno gestire i rapporti con i media. Il Ccp, che non è un’istituzione della Santa Sede, precisa il gesuita, ha un sito e un blog: childprotection.unigre.itccpblog.unigre.it.
L’identikit delle vittime. Per rafforzare ulteriormente l’attività formativa, Karlijn Demasure, direttore esecutivo del Ccp e già membro della Commissione Adriaenssens per il trattamento dei casi di abuso nella Chiesa del Belgio, annuncia nel 2016 un nuovo corso semestrale, il “Diploma in Safeguarding of Minors and Vulnerable Persons”, e anticipa due iniziative: a giugno una Conferenza per il mondo anglofono, a ottobre il coinvolgimento nel programma di formazione permanente dei gesuiti europei. “Minor”: under 18 ma anche adulto con disabilità cognitive e/o mentali, capacità di comunicazione ridotta, scarsa credibilità. A tracciare l’identikit della “vittima” è la psichiatra Sheila Hollins, presidente dello Scientific Advisory Board.
Giovanna Pasqualin Traversa
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Posted by on 18 febbraio 2015. Filed under Chiesa,Cronaca,Cultura,In evidenza,Società. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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