Acireale / Il direttore Giuseppe Quattrocchi: “L’azione dell’Istituto siciliano di Bioetica sulla linea del suo fondatore padre Salvatore Privitera”

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Pippo Quattrocchi (a destra) col nostro Domenico Strano

Acireale merita un risveglio culturale. È questo il desiderio del prof. Giuseppe Quattrocchi, Direttore scientifico dell’Istituto siciliano di Bioetica di Acireale. Con lui abbiamo ripercorso la storia dell’Istituto, la lungimiranza e l’ambizione del suo fondatore Padre Salvatore Privitera e, infine, compreso le difficoltà che oggi questa realtà incontra lungo il suo cammino associativo e culturale. Inevitabili, nel corso dell’intervista, i commenti sulla crisi non solo economica ma culturale che attanaglia la città di Acireale, e sull’immane situazione umana della Repubblica Centro Africana, due fatti che restano lontani geograficamente ma che per la riflessione etica e culturale hanno in comune gli aspetti molteplici e problematici della vita umana.

Direttore, intanto grazie per aver accettato questo incontro. Dici Acireale e pensi subito al Carnevale. È proprio cosi?

“Durante un consiglio comunale di qualche anno fa, un consigliere della maggioranza di allora, sostenne che l’evento culturale più importante di Acireale era il Carnevale. Tra l’altro questo tipo di Carnevale come festa popolare, come folla, non capisco quale correlazione possa avere con la cultura. Ma tornando a noi, al di là di quello che può sembrare uno spirito partigiano di parte, io credo che l’evento culturale più grande che abbia mai avuto la città di Acireale è stato la nascita dell’Istituto siciliano di Bioetica. Vede, Acireale è una città in crisi, una crisi come quella che vede camminando sul Corso Umberto dove il 25% dei negozi sono aperti, ma non è soltanto la crisi economica, una crisi occupazionale, una crisi amministrativa e politica… è una crisi della cultura. Acireale era una città di Cultura. Acireale era un po’ il punto di riferimento per quanto riguardava anche le scuole superiori frequentate da ragazzi e ragazze che provenivano fin dall’entro terra, penso alle scuole di eccellenza come il Gulli e Pennisi, il collegio Pennisi dei gesuiti, il liceo classico dei Fratelli Cristiani, il Santonoceto, il liceo magistrale delle domenicane Angelo Raffaele, senza dimenticare poi l’Accademia, più vicina forse allora che non adesso alle esigenze e allo spirito della cultura della città; mi riferisco all’Accademia degli Zelanti e dei Dafnici, dopo l’impulso che gli aveva dato Leonardo Vigo di tipo laico e meno soggetto a controlli di tipo ecclesiastici. E quindi è una crisi di Cultura. Acireale sta male perché non produce cultura.“

Acireale è solo un riflesso di un’Italia in crisi sotto molteplici aspetti, compreso quello culturale. Ma cos’è per lei la cultura?

“La cultura non è il recepimento passivo di nozioni, cultura è qualcosa che va oltre, è il sapere elaborare con scienza e tradurla nella quotidianità. Se manca questo passaggio, resta qualche cosa di astratto, le idee sono valide ma solo quando riescono a camminare sulle gambe di qualcuno. Ora è mancato questo, in questo contesto nasceva l’Istituto.”

Perché l’Istituto nasce ad Acireale?

“Per capirlo dobbiamo parlare della personalità del suo fondatore: il compianto Professore Padre Salvatore Privitera. Egli era una personalità multiforme, racchiudeva in se parecchie caratteristiche, aveva lo spirito del poeta, la personalità del filosofo, la fede del sacerdote, ma tutto questo non erano degli aspetti poliedrici smussati come un costrutto solido geometrico, questi aspetti erano fusi insieme. Lui si era formato, finiti gli studi nella sua città, a Roma e successivamente nella Middle Europa, è stato parecchi anni a Friburgo, dove aveva conosciuto le idee di grandi maestri, anche della teologia luterana. Amava viaggiare, era stato in contatto con i vescovi nord americani. Quindi nasce l’idea di fondare un Istituto di bioetica in Sicilia. È qui la prima difficoltà: perché questa cosa avrebbe potuto farla nel nord Italia, a Milano dove il tessuto economico più prospero gli avrebbe tolto problemi di gestione economica. Lui sognava che la Sicilia potesse ridiventare quello che era stato nell’alto medioevo: il centro culturale del mediterraneo. Ma tornando a Padre Privitera, lui essendo docente presso la Facoltà teologica di Sicilia dove insegnava Teologia morale, volle creare l’Istituto contemporaneamente con due sedi, una ad Acireale, che era un po’ la sua patria, e un’altra a Palermo, che era il suo ambiente professionale e culturale.”

Ci racconti i primi anni dell’Istituto siciliano di Bioetica.

“Bellissimi furono i primi meeting internazionali di bioetica che si svolsero qui ad Acireale., dove si incontravano allo stesso tavolo l’Imam, il Rabbino e il Cristiano. Si parlava dei problemi della vita del Mediterraneo, dei  problemi ecologici del Mediterraneo. Negli ultimi due anni l’evento andava con lo sguardo lontano, oltre la costa del Mediterraneo; stava cominciando a guardare anche all’Africa sub sahariana. Padre Privitera aveva aperto dei contatti con quello che fu un suo grande amico, sin dai tempi del seminario, e di cui oggi Acireale si ricorda poco: stiamo parlano di Padre Giovanni Cosentino.

Parliamone adesso. Chi è Padre Giovanni Cosentino?

Padre Giovanni Cosentino nasce ad Aci catena nel 1940. Aveva avuto sin da giovane la vocazione di missionario. Si laureò in Psicologia, fu assistente a Londra, poi ritorno in diocesi e fu per qualche anno parroco di Castello di Fiumefreddo.  A Padre Cosentino devo moltissimo per la mia formazione. Creò nei primi anni ad Acireale la Gioventù studentesca, e furono suoi allievi molti sacerdoti acesi, come Giovanni Vecchio, fratello del direttore della nostra rivista “Bioetica e Cultura”,  Peppino. È un missionario attualmente nella Repubblica Centro Africana. In questi giorni di guerra è lì. Io sono stato colto dall’angoscia quando la squadra aerea francese dei bombardieri, durante la settimana santa dello scorso anno, si era spostata da Marsiglia a Bangui. Cercai allora di mettermi in contatto con lui ma non ci riuscì. E non mi riuscì nemmeno tramite le autorità ecclesiastiche. Al ché mi sono munito di faccia tosta e ho chiamato direttamente l’unità di crisi del Ministero degli Esteri. Il lunedì di Pasqua, giorno festivo, devo dare atto, mi ha risposto la funzionaria di turno e in trenta secondi mi ha detto che gli aerei francesi erano fermi a Bangui, che non si stava sparando, che non c’erano feriti, e mi ha dato pure il numero di telefono satellitare del console generale italiano. Questo, per dire, quando le strutture pubbliche funzionano meglio di quelle ecclesiastiche!”

Perché si sente tanto legato alla persona di Padre Cosentino?

“Per la sua linearità! È un sacerdote coerente e puro.”

Questo riferimento a padre Cosentino ci chiama a riflettere sulle condizioni di vita nella Repubblica del Centro Africa.

“Veda, le condizioni di vita nell’Africa sub sahariana sono terribili. Mi diceva Padre Cosentino che lì oltre il 50 % della popolazione è siero positivo all’AIDS. E si muore di fame. Documentandomi con le fotografie, immagini devastanti, mi sono reso conto della gravità della situazione. Quindi noi società non possiamo scotomizzare questi eventi mentre ci andiamo a preoccupare della filosofia della vita mentre le persone muoiono di fame.”

Accennavamo alle caratteristiche poliedriche di Padre Privitera. Ci parli di un suo modo di pensare.

“Amava pensare in autonomia. Non era un programmatico.  Diceva che una cosa è buona non perché la dice il Papa, il Papa lo dice perché è buona. L’intuizione etica nasce dall’idea kantiana, è dentro di noi. Non esistono una bioetica laica e una bioetica cristiana, una bioetica marxista e una liberista; ma esiste solo l’etica della vita. Intendo per vita non soltanto quella umana ma tutta la vita come fenomeno biologico. Il suo fu uno sguardo diretto a 360 gradi, anche diacronico, nel senso con uno sguardo alle generazioni future, per esempio tutti i problemi dell’ecologia, peccato che poi questo suo sogno fu improvvisamente interrotto per l’aggravarsi della sua malattia. Lui morì alle due di notte in ospedale il 12 dicembre del 2004.”

Quali sono oggi le difficoltà per questo Istituto?

“Oggi noi non usufruiamo nessun finanziamento pubblico. Anche agli inizi questo era un po’ il cruccio del suo fondatore che, insieme alle caratteristiche citate pocanzi, aveva lo spirito dell’imprenditore, tutt’oggi i Privitera ad Acireale sono degli imprenditori. Lui quindi aveva cercato di rendere autonomo l’Istituto da un punto di vista gestionale e finanziario. Un’altra grossa difficoltà riguarda la sede. Non abbiamo una sede. Quella che abbiamo è fatiscente come struttura e presenta alcune crepe notevoli. Tra l’altro noi ospitiamo una biblioteca con migliaia di libri, che a suo tempo Padre Privitera aveva raccolto,  più naturalmente tutte le riviste. È stato fatto moltissimo e si continua a fare quello che si può, a livello di volontariato più che altro. Tutto il gruppo, compreso il direttore della rivista Peppino Vecchio, svolge l’attività a titolo gratuito. Per ora, abbiamo mantenuto la rivista, ed è un grosso impegno mi creda. Speriamo in futuro di poter allargare e di gettare le basi per una fucina di pensiero per i giovani.”

Domenico Strano

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Posted by on 3 marzo 2014. Filed under Chiesa,Cronaca,Cultura,Economia,In evidenza,Politica,Società. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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