Ai bordi della cronaca / Il ponte della memoria: Auschwitz 70 anni dopo, le atrocità di ieri e quelle di oggi

“Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime”. A 70 anni dalla liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz,  le parole di  Etty Hillesum, giovane intellettuale olandese di origine ebraica,  sembrano disegnare un ponte tra le  atrocità di ieri e quelle di oggi. Avrebbe avuto la possibilità di aver salva la vita, ma  scelse di non sottrarsi al destino del suo popolo e  dopo una retata ad Amsterdam  finì ad Auschwitz e qui morì.memoria

Le pagine dei giornali e i servizi radiotelevisivi   sono  in questo tempo densi  di racconti  sulla “ Giornata della Memoria” mentre   stragi terribili  si ripetono senza sosta.  Da parte dei media viene  un segnale  forte  della volontà di non dimenticare unito a quello di non ridurre il racconto del passato a esercizio  puramente commemorativo. Le tragedie,  pur  diverse  nelle entità, nelle modalità e nelle finalità,   rinnovano le  domande  sulla capacità della storia di  scuotere la coscienza. Un diffuso  senso di impotenza  prende il sopravvento. La rassegnazione, l’indifferenza e la paura  sempre più  diventano  sinonimi di realismo.

Ma dopo 70 anni dalla liberazione di Auschwitz una ragazza che ne conobbe  e subì l’orrore mette in guardia. “Le minacce e il terrore  –  scrive  Etty Hillesum – crescono di giorno in giorno. M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offre riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più ‘raccolta’, concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera, diventa per me una realtà sempre più grande. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietavano la strada per la campagna.  Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci nulla, non possono veramente farci niente”.

Ma come è possibile  che di fronte alla distruzione sistematica  di milioni di persone  qualcuno potesse  pensare così?  E come è possibile pensare così anche oggi? Ai bordi di una cronaca che si intreccia con la storia  si rimane con queste domande aperte. Ma torna Etty Hillesum a scuotere.

“L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì mio Dio sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi ad ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.

Non è per nulla facile seguire  un sentiero come questo, un sentiero  che  si snoda  a  quote così alte  da provocare le vertigini a chi cammina ai bordi della cronaca. Meglio  essere realisti, un po’ pessimisti  nel  seguire   le analisi, i commenti,  le notizie.

Ci sono tanti  buoni motivi per questa scelta.  Ma  un altro affondo  di Etty Hillesum scompagina la  coscienza  alla ricerca di una sicurezza. “La miseria che c’è qui è veramente terribile, eppure alla sera tardi quando il giorno si è inabissato dentro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato e allora dal mio cuore s’innalza sempre una voce: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere”.

Parole scritte in una baracca di Aschwitz: a distanza di 70 anni dalla liberazione di quel campo e in scenari  molto diversi  mantengono intatta la loro forza.

Paolo Bustaffa

 

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