Calcio, la magia del numero dieci

Cosa significa la maglia numero dieci per gli amanti del calcio italiano? Quale alone di magia avvolge questo numero e perché, nonostante oggi le rose dei calciatori vedano le numerazioni più variegate e fantasiose? Il mito è presto decodificato. A vestire la casacca numero dieci sono sempre stati, per lo meno nel Belpaese (ma non solo), i giocatori più talentuosi e creativi, in grado di spostare gli equilibri di una partita per un verso o un altro grazie ad un tocco morbido, un assist geniale o un calcio piazzato. Insostituibili per tanti tifosi, difficilmente arruolabili per alcuni allenatori ma, di fatto, a loro si deve gran parte del fascino che il calcio emana sulle sue sterminate schiere di affezionati. Il “numero 10” corrispondeva nel calcio di una volta al ruolo del cosiddetto regista, ossia una sorta di direttore d’orchestra per i piedi del quale transitavano tutte le azioni; divenne col passare del tempo una cosiddetta seconda punta, ossia una sorta di fantasista offensivo incaricato di innescare centravanti e attaccanti esterni.

Il calcio moderno presenta schemi estremamente evoluti e ruoli di fatto interscambiabili, dove tuttavia possono trovare spazio giocatori che rispecchino sia la prima che la seconda tipologia. Senza tuttavia affondare nelle sabbie del tempo, la storia recente del nostro calcio ha inanellato alcuni numeri dieci che hanno fatto la storia del pallone italico muovendosi principalmente sul fronte offensivo, realizzando caterve di gol e smarcando i centravanti attorno ai quali usavano svariare. Parliamo delle cosiddette “seconde punte”, capaci di nobilitare la mitica “10” con giocate sublimi e gol divenuti emblema della fantasia al potere. Come non ricordare allora il nostro “numero 10” per eccellenza, quel signor Roberto Baggio per ricordare il quale basta rimembrare alcuni esplicativi striscioni apparsi allo stadio “Rigamonti” di Brescia durante la sua ultima stagione agonistica: colui che il popolo dei calciofili italiani imparò ad amare come Divin Codino si vide dedicare sugli spalti attestati di stima come “Io domani voto Baggio” o “Dio c’è ed ha il codino”. Ma nella nazionale italiana che ci apprestiamo a sostenere agli europei, il 10 azzurro non sarà evidentemente sulle sue spalle, calcisticamente già negli annali della memoria… Così come non potrà essere sulle spalle di seconde punte classiche come Gianfranco Zola o Roberto Mancini, “10” di classe all’italiana dal piede fatato e dalla visione di gioco invidiabile che hanno incantato fino a non molti anni fa.

Ridotte al lumicino le possibilità che la mitica “10” possa essere sulle spalle di un’altra grande seconda punta che ha segnato la storia degli ultimi 15 anni di Serie A: quel Francesco Totti detto anche “l’ottavo re di Roma” per le gesta pallonare nella capitale. Reduce da gravi infortuni che negli ultimi anni ne hanno compromesso prestazioni e serenità, età avanzata a parte, “Er Pupone”  ha concluso una stagione tutt’altro che brillante a Roma, così da annullare con tutta probabilità anche le residue speranze di convocazione paventate talvolta su alcune testate giornalistiche, nonostante Totti avesse dichiaratamente chiuso con la nazionale dopo l’indimenticabile mondiale vinto in Germania nel 2006. Certamente altrettanto improbabile che il “10” possa essere sulle spalle di Alex Del Piero, già immortale bandiera vivente della Juventus, reduce da una stagione esaltante per la compagine bianconera ma fuori dal giro azzurro ormai dal mondiale 2006. “Pinturicchio” ha corredato le gesta della “10” con sontuose parabole ad effetto finite all’incrocio dei pali, ribattezzate segnature “alla Del Piero”, quindi con gol di rara bellezza ed importanza e con giocate virtuose e comportamenti signorili degni di un’esemplare icona del calcio bianconero. Ma non ci sono indizi sufficienti che facciano intravedere la maglia azzurra sulle spalle di “Alex”, peraltro prossimo a dire addio all’amata Juventus.

 

Su chi dunque, ai prossimi europei, cadrà la pesantissima eredità di quella “10” indossata da nomi leggendari? Chi ricoprirà il ruolo di seconda punta tanto nobilitato? Di certo, la mitica “10” azzurra non sarà sulle spalle di Giuseppe Rossi, infortunatosi gravemente al ginocchio e costretto lontano dai campi fino al 2013. “Pepito” sembrava avere le caratteristiche più simili alle seconde punte sopra indicate, ma la cattiva sorte gli impedirà di potere raccogliere la sfida di un confronto a distanza con i mostri sacri del calcio tricolore di qualche anno fa. La stessa malasorte sembra incupire le prospettive di un altro “10” ben noto alle cronache del calcio nostrano, Antonio Cassano. Colpito da un ictus ischemico prima delle Festività natalizie, “Fantantonio” è rimasto ai box della convalescenza fino agli inizi di Aprile ed il ritorno in campo ne ha evidenziato una condizione fisica approssimativa: ipotizzabile una convocazione ma non certo altrettanto l’impiego e la reale incisività. Chissà allora se il commissario tecnico Prandelli sceglierà di porre la “10” sulle spalle di Mario Balotelli, alla prese ancora con evidenti problemi disciplinari che ne mettono a rischio la convocazione stessa.

O forse la affiderà sulle spalle di Totò Di Natale, reduce dall’ennesima stagione caratterizzata da soddisfazioni e gol a grappoli presso la magnifica “università internazionale del calcio” chiamata Udinese: Totò brilla ancora, alle soglie dei 35 anni, per fiuto del gol, rapidità di scatto e tiro a rete, visione periferica del gioco d’attacco. Nonostante le prestazioni poco convincenti nelle poche occasioni avute in maglia azzurra in passato, la sua convocazione è pressoché certa anche in ragione dei segnali arrivati dalla Asics, sponsor cui il giocatore è legato. Grandi speranze si levano infine nel Belpaese nei confronti di Sebastian Giovinco, 164 centimetri di dinamismo e classe: sarà in grado la “formica atomica” di consacrarsi anche in maglia azzurra dopo anni di “cellofanatura” nelle panchine juventine e un’ultima stagione scoppiettante a Parma? In conclusione, la nostra nazionale non sembra arrivare con un “10” classico degno delle icone degli ultimi decenni, mentre lo stesso parco attaccanti che il CT Prandelli sceglierà rimane un rebus.

 

Forse il vero numero dieci di quest’Italia, per il ruolo di regista che riporta alla sua antica concezione calcistica, risponderà al nome di Andrea Pirlo. In grado di trascinare la Juventus alla conquista di uno scudetto del tutto imprevedibile ad inizio stagione, Pirlo appare l’unico “fantasista”, seppure impegnato davanti alla difesa nel ruolo di “playmaker basso” (per usare un gergo da pallacanestro) e non a ridosso del terminale offensivo, in grado di interpretare magistralmente quel copione romantico fatto di pennellate e lampi di genio, imprevedibilità e decisività che costituiscono l’essenza di un “numero 10”. Così, nel valzer dei numeri dieci mancanti, la nazionale di Prandelli si affida a un direttore d’orchestra silenzioso e atipico, dai lineamenti tristi e dal carattere mite e taciturno, cresciuto a Brescia a polenta e pallone ispirandosi proprio al mito di Roberto Baggio. A prescindere dai loro interpreti, ancora in parte sconosciuti, che inizino le danze allora: forse non sarà la consueta Italia dei numeri dieci ma, in fondo, sono solo numeri…

 

Mario Agostino

 

 

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