Confraternite, vero tesoro da custodire

Qual è il ruolo delle confraternite oggi? Possono ancora assolvere al ruolo di solidarietà che le ha caratterizzato nel loro formarsi e costituirsi nel tempo? Quale futuro per queste istituzioni spesso dimenticate dalla ufficialità della Chiesa soprattutto in un certo periodo del post-concilio? Sono domande a cui è opportuno dare risposte non solo guardando al presente ma andando a riscoprire il significato delle esigenze che portarono, lungo il corso della storia della Chiesa, alla formazione delle confraternite per rilanciarle in un futuro dove possano essere recuperati i valori fondamentali dell’essere cristiani. Certo è comunque che conoscere più da vicino le confraternite di un territorio significa anche avere quelle utili indicazioni che dicono anche il presente a riguardo delle vicende locali. L’origine delle confraternite si fa risalire al Medioevo. Stiamo parlando di gruppi di laici riuniti da una stessa disciplina regolamentata, cementati dalla virtù della Carità, la quale può essere definita la forza che ha fatto sì che, pur tra alterne vicende, le confraternite siano giunte fino ai nostri giorni: un vero miracolo se consideriamo come altre aggregazioni ecclesiali, anche benemerite, abbiano avuto vita breve e si siano perdute nel volgere di breve tempo. Segno che queste aggregazioni portano con sé una forza, un fascino e valori che travalicano i tempi e li rendono in qualche modo attuali in tutte le stagioni.

         Abbiamo testimonianza dell’esistenza delle confraternite già nell’alto Medioevo, ma il vero momento d’oro della loro vita si ha nel lungo periodo che va dall’XI al XIII secolo e sono caratterizzate come una sorta di emancipazione dei laici che chiedono maggiore autonomia alle autorità ecclesiastiche. Esigenza che può farsi risalire alla lontananza che i laici avvertivano nei confronti della liturgia ufficiale della Chiesa, divenuta impraticabile a causa della non comprensione della lingua latina da parte dei più. E’ un vero bisogno di spiritualità e di comunione: proprio per questo le congregazioni laicali erano aperte anche al clero che ne faceva parte alla pari. Era un modo per accorciare le distanze e per poter godere di una vita spirituale piena e a servizio della Chiesa minacciata dalle eresie. E’ questo il tempo della nascita di quelle confraternite che vanno sotto il nome di “fratelli penitenti” che si imponevano oltre una disciplina corporale (battiture e flagellazioni) anche una vita di rigore fatto di digiuno, astinenza e povertà.

         Il volgere del tempo vede via via le confraternite trasformarsi, assumendo, oltre le forme sopra descritte, anche quella dell’impegno di promozione umana: ecco allora l’assistenza ai pellegrini, l’assistenza agli ammalati, a domicilio ma soprattutto negli ospedali, alla sepoltura dei morti. Arriviamo così ai secoli XIV e XV quando le confraternite assumono un ruolo di solidarietà, all’insegna della carità cristiana, nei confronti di quella fascia sempre più numerosa di popolazione che viveva in stato di povertà assoluta. Sul finire del XV secolo anche Acireale incomincia a vivere la nascita delle prime confraternite. Ma è nei secoli successivi, dal XVI al XVIII, che queste si affermeranno dando una immagine ben precisa della religiosità e della solidarietà di un popolo. Certo, come tutte le cose umane anche queste realtà non si presentavano scevre di problemi derivanti soprattutto dalla litigiosità tra confrati e tra confraternite. Ci saranno così tante beghe che la città non solo subirà vicende poco edificanti ma comincerà per questo a non vederle con favore e in specie il clero acese che forse da allora, quasi una sorta di retaggio storico, non sembrerà nutrire particolare stima nei confronti delle confraternite.

E’ chiaro che, soprattutto quando le lotte tra una confraternita e l’altra mettevano in crisi la comunione e alimentavano disordini nella vita cittadina, qualche preoccupazione legittima nei pastori d’anime la metteva! Basta riferirsi alla cronaca seicentesca del Lo Bruno per trovarsi, per esempio, di fronte alla lite più violenta durata decenni tra la confraternita di San Sebastiano e quella di San Pietro. Lite certamente per futili motivi quali precedenze nelle processioni, colori di vestiti o di stendardi che costrinse più volte la Curia vescovile ad intervenire decisamente e in maniera “poliziesca”. Ma, al di là di queste intemperanze, le confraternite acesi hanno avuto una rilevanza fondamentale soprattutto per quanto riguarda la formazione catechistica. In particolar modo quando, con la Costituzione “Quaecumque” del 1609, del papa Clemente VIII, le confraternite trovano delle norme precise: “si definiscono, infatti, con chiarezza le modalità di erezione legittima delle confraternite, di acquisizione e di partecipazione di indulgenze e privilegi spirituali, e i diritti e i doveri di controllo e di disciplina delle associazioni di laici da parte dei vescovi e superiori di ordini religiosi nei termini in cui sostanzialmente sono recepiti dal moderno diritto canonico”.(G. Angelozzi, Le confraternite laicali, Brescia, pag. 44).

         Positiva era allora la massiccia presenza dei confrati  (si tratta di migliaia di persone) e la reale partecipazione alla vita della Chiesa, in quanto promotori di opere di culto e di carità che rendevano vivace la vita religiosa della città. Purtroppo il clima di tensione perseverante portò nel XIX secolo molte confraternite al declino, tanto che nel secolo successivo, già nel 1940, molte di queste erano ormai estinte o ridotte al solo interesse di pratiche amministrative trascurando la vita spirituale dei confrati. E questo nonostante che il Codice di Diritto Canonico del 1917 avesse regolamentato la vita delle congregazioni laicali rispettandone le varie caratteristiche: un vero salto di qualità!Da questo momento in poi però diventa sempre più pressante la domanda dell’utilità pastorale delle confraternite. Domanda posta esplicitamente nella relazione svolta dal prof. Winfried Schulz durante il Giubileo Internazionale delle Confraternite del 1984.

Il Concilio Vaticano II ha certamente fatto maturare la coscienza dei laici e della loro funzione all’interno della Chiesa. Riscoprirsi, prima di ogni distinzione, popolo di Dio ha dato vita a quella ecclesiologia di comunione che vede l’unico Corpo di Cristo, la Chiesa, vivere l’unità a partire dalla diversità dei carismi e dei servizi. In linea con ciò il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 eliminava le distinzioni tra le varie strutture laicali. Ciò ha fatto intendere, erroneamente, che la Chiesa in qualche modo non riconoscesse più lo specifico delle confraternite: dubbio che perdurerà per oltre un decennio quando con un documento ad hoc il magistero interverrà inquadrando le confraternite nell’ambito della pietà popolare. Ciò significa un cambiamento di prospettiva in quando si fanno rientrare le confraternite dentro un universo particolare dal forte linguaggio simbolico. Purtroppo a parlare di religiosità popolare sono stati finora i dotti, laici o chierici, che l’hanno osservata dall’alto, con una logica diversa da quella che sostiene il vissuto popolare e quindi portata a deformare la vera intenzionalità di questo vissuto. L’intellettualismo che ha dominato la nostra cultura occidentale ha sottovalutato, inoltre, il linguaggio del simbolo, riducendolo a servo povero della intelligenza razionale. Ma il simbolo ha una forza comunicativa propria, rappresentando, in qualche modo, una rivincita sul razionale e sul funzionale, in nome della poesia, dell’intuito e del sentimento.

         Questa rivalutazione del simbolo ha portato a riconoscere in esso il principale linguaggio della comunione perché consente di comunicare anche oltre il livello logico-razionale coinvolgendo l’uomo nella sua interezza. Se, dunque, la pietà popolare porta con sé queste potenzialità, la vita delle confraternite – che ne è espressione – è ancora una presenza non solo utile ma auspicabile: un vero tesoro da custodire. Non quindi, come alcuni pensano, soprattutto tra il clero, un laicato di seconda serie da attenzionare pastoralmente solo per regolamentare o proibire, ma quello su cui investire, con il linguaggio opportuno e vicino alla sua sensibilità,  per una nuova evangelizzazione.

         La conflittualità, legata a motivi una volta oggettivi, oggi non ha motivo di sussistere se non dentro una mentalità frutto di una ideologia ormai superata all’interno della Chiesa, soprattutto di fronte all’evidenza di segnali positivi che dicono da parte di un certo laicato voglia di formarsi, di crescere e di vivere in maniera più matura la propria fede, anche se dentro forme che faremmo bene non a sopportare ma a vivere dall’interno.

         Sarebbe strano che in un’epoca come la nostra, segnata da un individualismo esasperato e da una globalizzazione radicale, venisse osteggiata o comunque sottovalutata l’esistenza di organismi in cui si ha ancora voglia di stare insieme e di stabilire relazioni, affermando identità particolari. Certo è che lì dove si sono perdute per sempre queste forme di aggregazioni laicali, non solo non sono state degnamente sostituite ma hanno lasciato un vuoto che altri si sono affrettati a riempire fuori dalla maternità della Chiesa. Del resto, se è vero, come è vero, che la Chiesa ha un ruolo profetico, ovvero la capacità di leggere i segni dei tempi, allora questo è il tempo di accorgersi delle potenzialità pastorali insite nella religiosità popolare in genere e nei gruppi confraternali in specie. Potenzialità che vanno accompagnate con amore e con pazienza, perché non sempre ciò che viene seminato cresce e fruttifica immediatamente; soprattutto se il terreno è stato lasciato incolto per anni.

         Se dobbiamo prendere seriamente in considerazione la parabola evangelica del seminatore, la Parola di Dio va seminata dappertutto; e il gesto del seminatore deve essere necessariamente largo, senza preoccuparsi se il seme gettato va a finire tra le spine o le pietre, sulla strada o sul terreno buono. Il compito dell’evangelizzatore è evangelizzare, come dice l’apostolo Paolo, in ogni occasione opportuna e non opportuna. E qualora si incontrassero difficoltà, queste fanno parte dell’avventura della fede. Qualcuno ha affermato che dalla pietà popolare bisogna avere il coraggio di farsi evangelizzare, intendendo così dire che ci troviamo davanti a un tesoro spesso misconosciuto. Solo con un atteggiamento privo di pregiudizi e con la voglia di relazionarsi in maniera nuova sarà possibile una nuova primavera per tutta la Chiesa e per le confraternite in particolare che potranno riscoprire anche un nuovo modo di vivere la loro fede.

don Gaetano Pulvirenti