Elezioni / Cosa cambia adesso in Europa

Dalla serata del 26, e chissà per quanto tempo, in Italia si parlerà della Lega al 34%, del sorpasso del Pd sul Movimento 5 Stelle e di tutti i nuovi equilibri politici nazionali di cui, tuttavia, grazie ai continui sondaggi d’opinione avevamo contezza già da tempo.

Saranno in pochi a curarsi davvero di quello che cambia in Europa. In linea, del resto, con l’interesse già dimostrato da media e partiti (e conseguentemente dai cittadini) verso le tematiche di respiro più ampio di quello provinciale.

Certo, ad un’occhiata superficiale il Parlamento Europeo sembra sempre statico: i primi due gruppi, PPE e S&D, sono tali da sempre. Ma entrambi hanno perso tantissimi seggi. Il bipolarismo, se c’è mai stato, è definitivamente tramontato. Come del resto, specularmente, in tutti i singoli Paesi europei.

Anni di larghe intese, sempre più interpretate come difesa acritica dello status quo, hanno certamente influito nella sconfitta dei popolari e dei socialisti. L’emergere di una nuova frattura, ormai politicamente più significativa di quella tradizionale tra destra e sinistra (anche se non bisogna commettere ancora l’errore di considerarle come due categorie superate), polarizza sempre di più il dibattito e conseguentemente i voti: europeismo ed euroscetticismo sembrano infatti le due nuove stelle polari dei gruppi maggiormente in ascesa. Mentre appunto PPE e PSE (S&D) non hanno sempre mantenuto posizioni chiare sul tema.

Un fenomeno emblematico in Gran Bretagna, già epicentro della crisi europea con la Brexit, dove il terremoto politico ha assunto proporzioni record. I conservatori, dilaniati proprio dal tema dell’uscita del Paese dall’UE, arrivano quinti all’8%: il peggior risultato dalla loro fondazione, avvenuta (letteralmente) secoli fa. I laburisti non se la passano tanto meglio, e nonostante una certa popolarità di Corbyn restano ad un misero 14%. A vincere sono gli euroscettici del Brexit Party di Farage, seguiti dai LibDem, apertamente europeisti. Lo schema si ripete: chi gestisce il tema della permanenza nell’Unione senza ambiguità viene premiato, a prescindere dalla propria posizione.

Il bipolarismo europeo non esiste più anche per l’emergere di nuove tendenze, come quella ambientalista. I Verdi sono presenti da decenni a Strasburgo, ma non hanno mai avuto così tanti seggi come oggi. L’onda verde risente ancora di un successo asimmetrico nel continente (in Germania ottiene il 20%, in Italia il 2%) ma è in crescita pressoché ovunque e con tutta probabilità manterrà il trend nei prossimi anni, “cannibalizzando” gli altri partiti di sinistra (ma non solo) e imponendo i propri temi nel dibattito politico.

L’Italia resta ultima nel recepire certe tendenze. Nel 2014, con il 40% del PD, espresse il maggior risultato continentale per il PSE, in ritardo di qualche anno rispetto alla crescita generale dei riformisti in Paesi come Francia o Stati Uniti. Allo stesso modo, potrebbe essere l’ultima a voler affrontare nuovi temi politici come quello ambientalista.

Non solo, ma l’Italia rischia concretamente di essere marginalizzata nella nuova geografia politica europea. I due partiti di governo appartengono a due gruppi parlamentari europei che certamente rimarranno all’opposizione, con influenza molto limitata. A dimostrazione, peraltro, della distanza politica e sociale del nostro Paese dal resto del continente.

Si profila dunque, a meno di sorprese, un aggravamento dello scontro in atto tra Roma e Bruxelles, con la prima sempre più estranea alle decisioni che contano, innanzitutto per propria responsabilità.

Nelle istituzioni europee, invece, il primo nodo da sciogliere sarà proprio quello del governo. Che come avevamo spiegato nelle puntate precedenti, viene stabilito dalle maggioranze politiche del Parlamento. Dunque dovrà capirsi, nei prossimi giorni, quale maggioranza politica riuscirà a formarsi. Al momento sembrano esserci due sole alternative: una coalizione composta da PPE, S&D e ALDE, oppure un’altra composta dall’intero arco parlamentare della sinistra e l’appoggio di ALDE (che si configura a tutti gli effetti come un ago della bilancia). L’indisponibilità dichiarata dai popolari nel formare alleanze con la destra euroscettica esclude a priori altre possibili maggioranze.

Quel che è certo, tuttavia, è che in presenza di un quadro così frammentato gli Stati membri assumeranno una rilevanza ancor maggiore che in passato.

Pietro Figuera

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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