Il Dalai Lama in Sicilia / Messaggi di pace e fraternità dall’antico teatro di Taormina

Il tour siciliano del Dalai Lama è partito dal Teatro Greco di Taormina. In quella completa cornice disegnata dalla natura dinanzi all’Etna, che fumava il suo sigaro pacificamente, quasi come se anch’esso stesse lì ad ascoltare il messaggio di pace di Tenzin Gyatso; spostando lo sguardo più in giù appare una verdeggiante vegetazione che si perde nel mare cristallino fino a focalizzare il teatro, addobbato oggi con una grande poltrona istoriata da un grande gazebo bianco.

Uno scenario che odora di arcaico e ci riporta indietro nel tempo, alle antiche civiltà, anche quelle di cui ci parla  il XVI Dalai Lama, come lui stesso afferma: “Vi porto un messaggio molto antico, dell’ VIII secolo; lo faccio in questo posto, il Teatro di Taormina, un posto meraviglioso e antico quasi quanto la filosofia e le tradizioni di cui sono portatore”, quelle che si sono sviluppate in Asia ed hanno donato al mondo tanti pensatori; mentre nel mondo, caratterizzato dal consumismo, c’è molta “crisi emotiva” di cui sono portatori i leader internazionali.

Il Dalai si presenta quale promotore della razza umana, noi siamo “animali sociali”, per i quali l’etnìa, il colore della pelle non fa differenza; il mondo stesso ci dice questo, ci manda dei messaggi, quali il surriscaldamento, che è un fenomeno globale, l’economia sofferente, che è un sintomo globale. Bisogna porre l’attenzione – sottolinea il padre spirituale del Buddismo tibetano – sull’unità della razza, favorire la fratellanza.

E a questo punto introduce il tema degli immigrati e ringrazia la Sicilia, a nome di tutti loro, per come questa terra abbracci chi ogni giorno cerca di fuggire dalla violenza e brutalità delle guerre; non bisogna dar loro solo esilio, ma aiutarli a tornare a casa, e concretamente lo si può fare insegnando agli adulti come ricostruire nei loro Paesi e dare cura e istruzione a bambini e donne. Fa l’esempio dei tibetani, tra i quali gli esiliati sarebbero oltre 150 mila circa, ospitati dall’India, ma con il pensiero di ritornare sempre nelle loro terre.

Il Dalai si esprime tanto con aneddoti semplici, quasi come volesse raggiungere tutti, ci fa un esempio citando i topi, di come anch’essi, se feriti, hanno bisogno dell’affetto e cure di altri topini, di quanto l’affetto, la fratellanza giochi sulle guarigioni. Ed ancora: “Quando mi metto in relazione con gli altri, io mi sento un uomo tra i sette miliardi che popolano la terra. Siamo uguali, abbiamo tutti le stesse emozioni”.

Quest’ultime vanno educate, curate, e lo si può fare – sottolinea ancora il Dalai Lama – solo plasmandosi ogni giorno, curandosi con la meditazione, e a tal proposito cita le malattie: “Quando abbiamo una malattia cerchiamo di curarci; ebbene, lo stesso va fatto con lo spirito, bisogna curare le emozioni negative, quelle che ci arricchiscono di egoismo, le si può sanare pensando agli altri, uscendo dal nostro io e poi pensando a Dio, al suo sconfinato amore verso di noi, per il Creato”.

Ci parla di igiene mentale, paragonandola all’igiene fisica che compiamo quotidianamente, facendone una questione di cultura e quindi di introdurla nelle scuole in modo da approfondire lo spettro emotivo per non inabissarsi ma essere in grado di gestirle, esattamente come nelle malattie.

Ci fornisce la cura, basata su amore e tolleranza: “Questa è la medicina”. Parla dei soprusi facili perpetrati a danno di bimbi, donne, come se una vita valesse meno di niente. “Nessun metodo violento può portare la pace”. Sua Santità buddista si fa promotore dell’armonia interreligiosa, portando, ad esempio l’India, grande Pese nel quale tutte le religioni, da 3 mila anni, convivono, seppur con innegabili problemi che insorgono alle volte: “Il denominatore comune è l’amore universale, quindi non importa se le religioni siano monoteistiche o politeistiche perché tutte forniscono risposte ai bisogni degli uomini. Tutte partecipano per il raggiungimento dell’armonia. Non dobbiamo pensare al paradiso ma fare tutto quello che è nelle nostre possibilità per far sì che chi si trova vicino a noi possa stare bene, in armonia con se stesso ed il mondo, questa è la vera chiave di volta. Spesso i media definiscono terroristi i musulmani, danno etichette sbagliate; la jiad è una guerra interna; se uccidi smetti di essere musulmano, buddista, cattolico, rimani solo un terrorista”.

Ci parla della realtà oggettiva, fatta di emozioni che ci prendono la mano, dove a far da padrona è la rabbia che sfocia in emozioni negative, “quei fenomeni che spesso non sono come li vediamo, ma come le emozioni non sapute gestire ci fanno vedere. Quella realtà che in un certo momento ci fa vedere la realtà sotto forma di rabbia, in realtà non esiste, è solo dettame di un momento”. Il Dalai, infine, interagisce con il pubblico da cui arrivano diverse domande sul buddismo e sull’essere umano.

Maria Pia Risa

 

 

 

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Posted by on 18 settembre 2017. Filed under Cronaca,Cultura,In evidenza,Mondo,Religioni,Spiritualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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