Dalle tenebre la luce dell’Umanità torna a brillare

Il caos era informe, la mano del Creatore si mosse, operò e dall’informe, da quel tohuvabohu che non sappiamo neppure definire, ecco promanare per le parole dello stesso JHWH – perché il verbo che viene usato ha, in tutta la Scrittura, per soggetto solo Dio stesso – un miracolo: “Sia la luce” e “la luce fu”, mentre lo Spirito volteggiava sopra l’abisso come l’uccello madre che cova i suoi piccoli.
Ci siamo assuefatti, sembra naturale e ovvio che la luce esista, che si estenda e si dilati nel nostro giorno e si ritiri invece nella notte.
Il miracolo è continuo, diuturno, sempre con lo Spirito che volteggia, certo non lo vediamo ma, come insegna il poeta Milosz, se si osservano le acque si può cogliere l’ombra, il riflesso dell’aleggiare e queste ombre guizzanti guidano il nostro percorso terreno.
Per noi umani, notte equivale a sciagura, a difficoltà, ne abbiamo prova anche nel solo guardarci in giro o fissando lo schermo televisivo con le sue tristi notizie: calamità naturali che incombono e feriscono nazioni prospere e presumibilmente attrezzate ad affrontarle; guerre che dilaniano i paesi e costano più di quanto costerebbe sfamare l’umanità sofferente che ne paga il pedaggio più costoso, sentendosi venir meno le forze non per un digiuno dietetico ed estetico ma per l’impossibilità di trovare sufficiente cibo elementare; padri che abusano delle figlie e preti che sporcano il sacro ministero ricevuto in dono diventando persecutori di innocenti; persone senza scrupoli che si arricchiscono a dismisura lasciando senza lavoro, senza casa, senza avvenire chi in loro ha riposto fiducia; conti offshore che levitano ma sembrano scritti ed annotati sulla viva pelle dei poveri e dei diseredati; persone assassinate in nome di un termine greco che maschera, troppo spesso, una realtà orrenda.
Come vivere e continuare a vivere in queste tenebre? Come poterle leggere senza diventare a nostra volta tenebra solo per poter sopravvivere o, quantomeno, per stordirsi e cadere nell’oblio della droga per dimenticare il senso del nostro vivere e quello di tutta l’umanità?
La Luce venne nella storia del mondo e gridò in una Gerusalemme fiabesca, tutta illuminata da torce e fiaccole, proprio nel contesto della grande festa di Hannuchah, la grande Festa delle Luci, “Io sono la Luce del mondo”.
Da allora, si obietterà, nulla è cambiato: la Luce è venuta ma se ne è anche andata, è finita in un cunicolo buio, in un sotterraneo di pietrisco che la rinchiude lasciando l’umanità alle prese con le tenebre, non solo ma alle prese con la tenebra della tenebre: la morte.
La Luce ha tanto parlato, tanto detto ma noi siamo ancora qui: preda dell’oscurità.
Se tutto questo è vero, ed è realmente vero, non è del tutto e comunque vero: solo la tenebra fa brillare la luce, perché molte persone hanno accolto questa Luce e sono cambiate di dentro nel profondo e hanno operato un mutamento di sguardo: non si fissano più solo su stessi, sul welfare, sul guadagno, sull’accumulo, ma vivono con lo sguardo ampio, posato sulle urgenze del mondo: chi sfida la propria morte per soccorrere i feriti di guerra; chi si getta in acque tempestose per portare a riva un naufrago; chi apre la propria casa e ospita i migranti lasciati in balia di se stessi; chi vive il proprio quotidiano in dedizione etica e non specula sulle traversie altrui.
Tutti costoro sono portatori della Luce, ne sono stati abbagliati e La contagiano con ogni semplicità, proprio perché la Luce, Gesù Cristo, ha voluto farsi carico di tutte le tenebre e affrontare il buio della tomba, dopo una morte crudele e sanguinaria. Solo quella Luce che esisteva e vibrava di amore prima che la luce primordiale fosse, poteva nella sua Umanità attraversare le tenebre e, nell’alchimia dell’amore, trasfigurarle. Canta Gustav Mahler: “Morte! Tu che tutto soggioghi!/ Adesso sei tu soggiogata!/ Con ali che mi sono conquistato/ in brama d’amore mi librerò nell’aria/ verso la luce che nessun occhio ha penetrato”.
Esiste la luce dell’oltretomba perché Egli, la Luce, trasparente e delicata, la ha resa sfolgorante come quel giardino al mattino di Pasqua, il sole ha osato levarsi e squarciare le tenebre ma anche l’astro ne è rimasto allibito: la Luce nuova la scorgeva per la prima volta ed è la Luce che trapassa la storia e i suoi meandri, che rende la persona forte ma libera, capace di asservirsi alle tenebre ma anche di rifiutarle perché ha scorto dentro di sé e intorno a sé un bagliore che invita e sollecita senza tristezza. Il proprio tempo per ciascuno arriva, ognuno lo sa e lo porta dentro di sé, nel profondo, nei sentieri della storia, in tutti i conflitti che scatenano le potenze economiche, politiche, sociali e i conflitti dell’animo umano, solo se abita quel giardino dalla pietra rovesciata e si lascia inondare da quella Luce, può sgorgare un grido pasquale: “Io sono di Dio e a Dio voglio tornare! Il buon Dio mi darà un lumicino che mi farà luce fino all’eterna vita beata!”.

Cristiana Dobner

SIR