Dentro la tv / Il vero spread della Rai

Rai: sede di roma

L’ingresso della sede Rai di Roma

Forte dei suoi sessant’anni tondi di vita (il 3 gennaio del 1954 nasceva “ufficialmente” la Rai, dopo alcuni mesi di sperimentazione della messa in onda), la tv di Stato torna a bussare ai nostri teleschermi e alle nostre tasche per chiedere l’annuale pagamento del “canone”. Per celebrare degnamente la ricorrenza del 60°, la Rai ha deciso di non aumentare l’importo da corrispondere, che rimane fissato anche per il 2014 a Euro 113,50. In tempi di crisi, nemmeno questa cifra è da sottovalutare, ma è pur vero che nel panorama europeo delle televisioni pubbliche il costo dell’abbonamento alla tv nostrana è mediamente uno dei più bassi.
Il problema, però, non riguarda (sol)tanto l’importo della cifra o la quantità di “evasori” che continuano a guardare i programmi Rai senza pagare un centesimo, ma piuttosto lo spread crescente fra la quantità e la qualità dell’offerta. È sotto gli occhi di tutti la progressiva degenerazione della programmazione alla ricerca spasmodica dell’audience a tutti i costi.
Si paga volentieri un servizio se esso soddisfa veramente i requisiti di utilità sociale e personale che dovrebbe avere in quanto tale. Nel caso della Rai, tali requisiti si dovrebbero immediatamente tradurre in un’offerta di qualità, capace di soddisfare le necessità informative e culturali degli abbonati, senza tralasciare la giusta dose di intrattenimento ma senza nemmeno sacrificare alle leggi dell’audience qualunque altro obiettivo.
Nel sito della Rai e nella pubblicità proposta appositamente in vista della scadenza, vengono spiegate in dettaglio le modalità per il pagamento (e per le eventuali esenzioni riservate agli aventi diritto). La Rai fa bene a richiamare la scadenza per il pagamento di quanto dovuto, ma dovrebbe essere altrettanto puntuale nel ricordare i diritti di noi spettatori, ovvero i suoi doveri nei nostri confronti.
Per esempio, potrebbe mettere a nostra disposizione il testo (o almeno una sintesi) del Contratto di Servizio, il documento a scadenza triennale che la Radiotelevisione Italiana sottoscrive con il Ministero dello Sviluppo economico in cui sono sanciti gli obblighi del servizio pubblico televisivo nei confronti degli italiani.
Il contratto 2010-2012 è formalmente scaduto e, all’alba del 2014, quello nuovo – che dovrebbe (retroattivamente…) coprire il triennio 2013-2015 – non ha ancora ottenuto il definitivo placet dalla Commissione parlamentare di Vigilanza e, quindi, di fatto non è ancora in vigore.
Il che già la dice lunga su quanto la Rai sia solerte nel rispettare i propri impegni sia verso lo Stato sia, soprattutto, verso i suoi utenti (o abbonati). Non si tratta soltanto di un formalismo: il documento è una vera e propria carta di obblighi che la televisione di Stato si impegna a rispettare in cambio delle concessioni per la trasmissione dei suoi programmi.
Fra i doveri del servizio pubblico, il principale è quello di realizzare un’offerta complessiva di qualità, rispettosa dell’identità, dei valori e degli ideali diffusi nel paese, della sensibilità dei telespettatori e della tutela dei minori, ma anche della figura femminile e della dignità umana, culturale e professionale della donna. Il palinsesto delle reti Rai dovrebbe caratterizzarsi per un’ampia gamma di contenuti e per un’efficienza produttiva, in grado di garantire l’adeguatezza dei contenuti della programmazione rispetto alla specificità della missione che la Rai è chiamata a svolgere. Belle parole, non c’è che dire, ma tra il dire – anzi, lo scrivere – e il fare…
In attesa della formalizzazione del documento, chi volesse consultare lo schema del Contratto di servizio può soddisfare la sua curiosità al seguente link: http://documenti.camera.it/apps/nuovosito/attigoverno/Schedalavori/getTesto.ashx?file=0031.pdf&leg=XVII. È importante che noi spettatori siamo consapevoli dei nostri diritti, altrimenti come facciamo a lamentarci per la bassa qualità dell’offerta? E come possiamo pagare “volentieri” il canone?

Marco Deriu