Echi del Seminario Fisc 2018 – 3 / Non solo conferenze e dibattiti, ma anche cultura, turismo e gastronomia nei tre giorni del convegno

Quando il Seminario di aggiornamento giornalistico della Fisc – allora si chiamava Master Fisc – lo organizzava mons. Alfio Inserra, un’ampia parte del programma (talvolta un’intera giornata) era dedicata alla conoscenza del territorio e alle attività turistico-culturali. Anche adesso che don Alfio è passato a miglior vita e la palla dell’organizzazione è passata ad altri, si cerca ogni anno di rispettare ancora questo principio. Anche se magari non sono più giornate intere, ma solo siparietti di fine giornata, le iniziative per conoscere meglio la realtà locale dei luoghi ospitanti non possono mancare, e la nostra Sicilia offre sicuramente tanti spunti in tal senso. Anche nell’ultima edizione svoltasi ad Acireale nel settembre scorso, si è cercato di presentare – soprattutto ai convegnisti che venivano dal “continente” – le perle più belle della nostra città, e non solo dal punto di vista artistico-culturale, ma anche di quello gastronomico-culinario.

Carlo Magno e i Paladini di Francia sul palco dell’Opera dei pupi (foto Testadiferro)

L’Opera dei Pupi. – Nel giorno di apertura dei lavori, la prima sera, dopo una cena a base di preparati di pesce gustosi e sfiziosi consumata in un locale caratteristico nel cuore del centro storico della città, ai partecipanti è stata fatta conoscere una delle forme teatrali più antiche e tipiche della Sicilia, che ad Acireale, in particolare, ha delle peculiarità tutte sue: l’Opera dei Pupi, rappresentata – così come avveniva tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento – nell’antico teatrino ubicato in una di quelle stradine del centro che se non la cerchi appositamente sembra che non esista, con gli stessi pupi in legno e la stessa tecnica di manovra di don Mariano Pennisi (che fondò il teatro) e di don Emanuele Macrì (il figlio adottivo che ne continuò l’opera e del quale adesso la sala porta il nome), per mano di un allievo di don Emanuele, che fin da piccolo ne ammirava il lavoro e l’arte di rappresentare sulla scena le imprese dei paladini di Francia. E così abbiamo visto i volti estasiati dei colleghi illuminarsi nel vedere rappresentati i combattimenti tra cristiani e saraceni e, con un pathos degno di altri scenari, la morte di Orlando a Roncisvalle.

L’interno della Cattedrale: la cappella di S. Venera e la meridiana astronomica

Arancini e centro storico. – La formula itinerante dell’organizzazione di quest’anno permetteva già di per sé di potere ammirare – negli spostamenti tra i vari B&B e il luogo degli incontri, soprattutto la sera – le bellezze architettoniche e urbanistiche della nostra città, ma la sera del secondo giorno di convegno è stata davvero speciale. Dopo il pranzo e la cena consumati nello storico bar-pasticceria “Costarelli” – a base di arancini, rosticceria varia e preparati tipici locali – la centralissima piazza barocca del Duomo, con il palazzo del Vescovo, la Cattedrale, la basilica dei Santi Pietro e Paolo ed il Municipio, e subito dopo la basilica di San Sebastiano, hanno messo in mostra tutto il loro fascino.

In particolare la Cattedrale, con il suo portale in marmo e l’interno – illuminato a giorno per l’occasione – in cui spiccano la volta della navata centrale affrescata da Giuseppe Sciuti, il transetto ed il presbiterio con gli affreschi dell’acese Paolo Vasta, la magnifica cappella di Santa Venera e – soprattutto – l’artistica meridiana costruita nel 1843 dall’astronomo danese Cristiano Federico Peters, che ha colpito i visitatori per la sua bellezza e l’unicità delle sue caratteristiche.

La facciata della basilica di S. Sebastiano

E poi la stupenda basilica di San Sebastiano, con la meravigliosa facciata barocca che in alcuni particolari sembra un merletto ricamato, mentre all’interno attirano l’attenzione dei visitatori, oltre alla maestosità e all’imponenza del tempio, la cupola ed il presbiterio con gli affreschi di Paolo Vasta che raffigurano il doppio martirio e la gloria del santo protettore. Ha fatto da abile cicerone, in entrambi i siti, il prof. Basilio Russo, guida di lungo corso e per molti anni docente di francese negli istituti superiori; il quale ci ha parlato della contesa sorta all’epoca per l’esecuzione degli affreschi del presbiterio di San Sebastiano, svoltasi tra Venerando Costanzo – detto “Varbazza” (Barbaccia) per la sua folta barba – e Paolo Vasta, e vinta da quest’ultimo dopo che ognuno dei due affrescò una delle due lunette laterali del transetto: e c’è da dire che dopo quasi 300 anni i risultati sono ancora sotto gli occhi di tutti.

Panorama notturno di Acireale visto dalla terrazza del palazzo Fiorini

Palazzo “Martino Fiorini”. – Lasciato il prof. Russo, i convegnisti sono andati a visitare, attraverso le antiche stradine medievali dell’impianto urbanistico antecedente il terremoto del 1693, il palazzo “Martino Fiorini” – sorto alla fine dell’Ottocento – dove le pronipoti Maria e Clotilde (con il marito di quest’ultima) hanno restaurato il piano nobile del palazzo costruito e abitato dal loro bisnonno Martino, e lo hanno aperto al pubblico in forma museale. Non si è trattato di un semplice lavoro di pulizia e recupero di locali e suppellettili, ma di un’opera certosina di ricostruzione della vita che vi si svolgeva, con gli angoli riservati all’accoglienza degli ospiti (i salotti), allo svago (la sala musica), allo studio ed al lavoro (la saletta dove il cav. Martino incontrava i mezzadri ed i lavoranti e dava loro la paga settimanale, e dove custodiva i registri contabili), al riposo e al gioco dei bimbi (le stanze da letto), alla preghiera (la stanza di uno dei figli, sacerdote, con gli oggetti di devozione ed i paramenti per la celebrazione della messa), alla consumazione dei pasti (la sala da pranzo con la tavola apparecchiata di tutto punto e l’ampia cucina); ma ci sono pure piccoli angoli espositivi con le immagini del lavoro nelle campagne di proprietà della famiglia, e l’ampia terrazza da cui si gode il panorama della città e dei monumenti più importanti. È un vero e proprio spaccato della vita condotta giornalmente da una famiglia benestante tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento, che ha veramente avvinto ed estasiato i visitatori, grazie anche alla cordialità ed alla gentilezza dei proprietari.

La discesa panoramica delle “Chiazzette”

Granita e “Chiazzette”. – La giornata finale, domenica 23 settembre, i lavori si sono conclusi a metà mattinata per dare spazio alla scoperta delle bellezze naturalistiche dei dintorni di Acireale. È stato infatti raggiunto a piedi il borgo marinaro di Santa Maria La Scala, posto ai piedi del costone roccioso lavico – la “Timpa” – su cui sorge la città. È una discesa abbastanza agevole, a tornanti, che nel Cinque-Seicento (ma anche fino al Sette-Ottocento) costituiva l’unica strada di accesso al mare ed al porticciolo sottostante e su cui domina un antico fortilizio d’avvistamento, la Fortezza del Tocco. Oltre alla bellezza in sé del sito, ricco di piante tipiche della cosiddetta “macchia mediterranea”, si gode, avanzandosi lungo la discesa, della visione del mare in una maniera unica e affascinante, con la possibilità di spaziare fino alle coste della Calabria che da qui sembrano vicinissime. Il tempo bello e la temperatura gradevole hanno favorito la possibilità di apprezzamento, tanto che qualcuno ha pensato pure di sostare per fare un bagno e si è messo a torso nudo per godere meglio i caldi raggi del sole.

Sua maestà la granita, attorniata da tanti estimatori

Il piccolo borgo marinaro – dove è stata celebrata la messa ed è stato consumato il pranzo – sembra un presepe, con le sue case inerpicate alle falde della “Timpa”, il porticciolo e le barche dei pescatori alla fonda. Anche il pranzo, consumato nella terrazza panoramica della parrocchia, è stato un florilegio di specialità locali, con la caponatina, le verdure grigliate, le frittatine, preparati vari a base di riso e cuscùs e, soprattutto, con il sigillo finale a base di granita – nei tre gusti tipici di limone, mandorla e lupino – e brioche, che tutti, indistintamente, hanno voluto gustare e apprezzare.

Il Presepe settecentesco. – Infine, il percorso di risalita – non più a piedi, però – ha portato tutti in un altro luogo tipico, che si trova lungo la strada provinciale che porta al mare e ad un passo dal centro storico: il Presepe settecentesco allestito con pastori a grandezza naturale all’interno di una grotta lavica, che qui tutti chiamano, per l’appunto “’a Rutta” (la Grotta, in siciliano).

Il Presepe settecentesco allestito in una grotta lavica

Qui abbiamo ritrovato la nostra guida del giorno precedente, il prof. Basilio Russo, il quale ha raccontato le origini e gli sviluppi di questo luogo, da quando nel 1752 il sacerdote Mariano Valerio scoprì casualmente questa grotta naturale perché vi si rifugiò per ripararsi da un improvviso temporale; gli venne l’idea di allestirvi un presepe nel periodo natalizio, e successivamente la grotta, ampliata, divenne una chiesa. In un primo tempo il presepe veniva smontato dopo l’Epifania, a gennaio, e rimontato nel dicembre successivo, ma dopo un approfondito restauro effettuato negli anni ’80, esso è stato montato stabilmente e resta visibile per tutto l’anno. La guida ci ha fatto notare le tipologie dei vari pastori e la bellezza dei costumi in seta e stoffe preziose (non tutti purtroppo originali del Settecento perché alcuni sono stati rovinati dal tempo), nonché – in particolar modo – la bellezza dei volti realizzati in cera e che sembrano veri, anche nell’espressione degli occhi.

Dopo la dotta illustrazione del prof. Russo, è venuto il momento dei saluti, con tanto rammarico e tanta nostalgia, e con il proposito di rivedersi al prossimo Seminario Fisc, che l’anno prossimo dovrebbe tenersi in una diocesi della Sicilia occidentale.

Nino De Maria