Economia / Più macchine, meno uomini. Il futuro del lavoro dipende dalle tecnologie

La classe operaia va in paradiso, e lo fa per naturale conseguenza anagrafica. Perché non c’è dubbio che la268x179x179302756-268x179.jpg.pagespeed.ic.sJFCPbxMpl progressiva automazione dei processi produttivi da una parte abbia eliminato tanta fatica fisica lungo le catene di montaggio; ma al contempo stia rarefacendo gli operatori “umani”.
Sempre di più i luoghi produttivi sono affollati di macchine, di robot, di procedure automatiche controllate da software che riducono al minimo l’apporto umano. Abbiamo già raccontato di come la più grande nave portacontainer del mondo sia gestita da una manciata di marinai; ma basta andare in qualsiasi fabbrica nostrana per scoprire magari che un intero processo produttivo è seguito da tre “operai”. In realtà, da addetti al controllo di quei macchinari che tagliano, scelgono, pesano, lavano, saldano, raggruppano, confezionano questo o quel prodotto.
E questo fenomeno è già presente da anni in quell’enorme fabbrica a cielo aperto che è l’agricoltura. Oramai, grazie a macchinari sempre più sofisticati e all’ausilio di droni e informazioni satellitari, un agricoltore americano può gestire da solo 2mila ettari di coltivazioni nelle grandi pianure centrali. Lì, si guadagna bene; qui da noi no, proprio per l’eccessiva parcellizzazione delle proprietà fondiarie.
Il futuro è delle macchine, dunque, gestite da altre macchine chiamate computer. Per ora, dietro ai computer c’è l’uomo, ma è chiaro che così sempre più tute blu finiscono appese al chiodo. Sopravvivono in quei Paesi-cacciavite – così chiamati per le lavorazioni ancora bisognosa di manodopera, ma a basso costo – come la Cina, il Sudest asiatico, l’area indiana, il Messico, l’Est europeo. Paesi che manterranno i cacciaviti in loco fino a quando la manodopera appunto s’accontenterà di un tozzo di pane e zero sindacalizzazione, oppure non verrà inventato un nuovo processo produttivo che manderà in soffitta le mani che muovono quei cacciaviti.
In questo senso promette faville – per modo di dire – la stampante 3D, quel macchinario insomma che permette di trasformare un disegno in un oggetto. Siamo ancora agli albori, chissà cosa il progresso ci riserverà. Certo non quella società dominata dal mondo operaio che sognava Karl Marx: le sue utopie, se non già inghiottite dalla Storia, certamente ora appaiono irrealizzabili per… mancanza di protagonisti.
Ma c’è chi non la mette giù così tragica. In fondo, la progressiva eliminazione della fatica fisica, del tempo passato di fronte ad una catena di montaggio, dell’alienazione del lavoro ripetitivo possono ben considerarsi un deciso segno di progresso. Sarebbe veramente disonesto cantare le lodi di un mondo che fu, quando tutti sognano per i propri figli un destino diverso da quello di “finire in fabbrica”.
Il problema è un altro: che faranno le future generazioni nel momento in cui il lavoro si trasferirà sempre più dagli uomini alle macchine?

Nicola Salvagnin

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