Fondazione Migrantes / Ispirato ad una politica dell’accoglienza il rapporto 2019 sui richiedenti asilo

Per il terzo anno consecutivo la Fondazione Migrantes dedica un rapporto al mondo dei richiedenti asilo e rifugiati, cercando di mantenere e promuovere l’attenzione su un diritto, quello alla protezione, che oggi sembra, piuttosto che tutelato, sempre più sotto attacco in Europa e in Italia.
Il report 2019 su Il diritto d’asilo, come nelle passate edizioni, è curato da un’ équipe di persone che, oltre ad essere seri studiosi di questi temi, nel corso degli anni hanno seguito e continuano a seguire direttamente e concretamente i richiedenti asilo e i rifugiati nel nostro Paese. Si tratta di autrici e autori che si lasciano “toccare e interrogare” dalle sofferenze e dalle contraddizioni che le persone in fuga nel mondo portano scritte nei loro volti e nei loro corpi.
Con questo animo, i diversi capitoli del rapporto spaziano dalla dimensione europea a quella nazionale, estendendosi anche alle sponde a sud del Mediterraneo per analizzare le conseguenze delle politiche di esternalizzazione, e anche quest’anno si fanno guidare dalle parole e dal Messaggio di Papa Francesco per la 105ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (celebrata il 29 settembre 2019 in piazza San Pietro), che già nel titolo porta un monito fondamentale: Non si tratta solo di migranti, ma appunto di tutti noi e dell’idea di società, umanità, comunità, città e Paese che abbiamo.
Su queste basi, si è voluto dedicare l’approfondimento del volume all’ Italia che “resiste” e che accoglie, fin troppo trascurata dai riflettori della politica e dei media, sottolineando l’esigenza di una nuova “politica della somiglianza” che superi i rischi della contrapposizione amico-nemico.
Il volume è poi articolato in tre sezioni principali:

  • la prima ha uno sguardo rivolto all’Europa: da una parte, ricostruisce il quadro delle guerre, delle situazioni di tensione, degli attentati terroristici e di violazione dei diritti umani, insieme alla ricostruzione delle rotte principali percorse da chi cerca di entrare e chiedere asilo nell’UE; dall’altra parte prova a fare il punto rispetto alle politiche di esternalizzazione che sono divenute un robusto pilastro dell’intera politica migratoria europea, andando a recuperare la precoce esperienza della Spagna per confrontarla con le più recenti evoluzioni che hanno coinvolto Paesi terzi extraeuropei, in particolare in Nordafrica (Marocco e Tunisia);
  • la seconda approfondisce le questioni di esternalizzazione fra Europa e Italia: si parte da un’analisi degli accordi di collaborazione internazionali e nazionali con la Libia, proseguendo con il caso del Niger come sintomatico della convergenza sull’esternalizzazione tra Unione europea ed Italia;
  • la terza e ultima sezione si rivolge all’ Italia. Qui, al centro dell’attenzione si trovano le conseguenze del primo decreto “sicurezza e immigrazione”: che cosa significa aver abolito la protezione umanitaria e a quali contraddizioni, tra enunciazioni ed effetti reali, questa abolizione conduce? Ma anche: che cosa sta comportando la trasformazione dello SPRAR in SIPROIMI, ben più che un semplice cambio di etichetta?
    Ogni sezione quest’anno è accompagnata da un approfondimento statistico specifico su Europa, Africa ed Italia e le questioni riguardanti il diritto d’asilo e la protezione internazionale.
    L’augurio, come gli anni precedenti, è che questo rapporto possa contribuire a costruire un sapere fondato rispetto a chi, nel mondo, è costretto, per varie cause, a fuggire dal proprio Paese, e cerca di raggiungere il nostro continente e il nostro Paese. E che possa esserci d’aiuto a restare umani, ad aprire la mente e il cuore allontanando diffidenza e paura.

PRIMA PARTE – Con lo sguardo rivolto all’Europa

La protezione internazionale in Europa nel 2017-2018

Migrazioni forzate e “miste” e protezione internazionale: è evidente che vi è uno scarto preoccupante tra la sovra-rappresentazione del fenomeno in Italia e in Europa e la sua dimensione reale, come pure permane un grosso gap tra le dichiarazioni di ossequio dei diritti umani e delle convenzioni internazionali e i risultati pratici a cui invece stanno portando le politiche messe in atto.
Se infatti si osservano il numero di conflitti nel mondo, gli nteressi economici come la vendita delle armi e le politiche messe in atto, non sembra che la preoccupazione principale sia la tutela delle persone in difficoltà o il raggiungimento di una maggiore equità nella distribuzione delle risorse e delle ricchezze del pianeta.
I rappresentanti istituzioni europee e nazionali hanno dichiarato più volte, in questi ultimi anni, di avere tra gli obiettivi principali il contrasto allo sfruttamento delle persone in fugada parte dei trafficanti di uomini e quello di ridurre il numero delle persone che muoiono in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa. Ma se andiamo a vedere quali “alternative” si danno alle persone che fuggono da situazioni di conflitto, guerre e povertà per arrivare in maniera legale in Europa o in Italia, non si può che concludere che, al momento, continua ad essere quasi impossibile, per chi cerca protezione, ottenere un visto per arrivare in sicurezza. E i numeri di chi riesce ad arrivare in Europa o nel nostro Paese attraverso iniziative di reinsediamento o di apertura di canali umanitari sono ancora troppo bassi per farci dire che questo è un fine che stiamo perseguendo.
È un fatto: negli ultimi tre anni sono entrate meno persone in cerca di protezione, in seguito all’“accordo UE-Turchia del 2016 e del memorandum siglato nel 2017 dall’Italia con il Governo di Tripoli, nonostante la situazione di guerra civile e le informazioni più che fondate sul non rispetto dei diritti umani in Libia.
Ma intanto i morti e dispersi in mare sono aumentati in proporzione a chi è riuscito a partire. E le condizioni di chi rimane bloccato in Turchia, lungo la rotta balcanica, in Grecia o fuori dai nostri porti e, soprattutto, di chi viene intercettato e riportato in Libia sono più che preoccupanti e allarmanti.
Più che «proteggere» le persone in fuga, semplicemente non le si fa entrare; e così gli sforzi e le risorse (pubbliche) sembrano convergere in un’unica direzione: rendere ancora più lungo, difficile e pericoloso il percorso di coloro che vorrebbero chiedere protezione in Italia e nell’Europa “dei diritti”.
Esternalizzazione delle politiche migratorie dell’Unione Europea: focus su alcuni Paesi del Maghreb

L’altra faccia del processo di integrazione europea (che si è espresso in particolare nell’area “Schengen” di libera circolazione) è l’“esternalizzazione” delle politiche migratorie dell’Unione Europea, realizzata principalmente attraverso tre strumenti: 1) il rafforzamento e la securizzazione” dei confini esterni dell’UE, 2) la creazione di un sistema di sorveglianza per controllare e reagire a potenziali movimenti migratori irregolari, e 3) il potenziamento della collaborazione con i Paesi terzi.
Le politiche europee di esternalizzazione hanno soprattutto l’obiettivo di tenere (o portare) migranti e rifugiati lontano dal territorio europeo. Sebbene siano ampiamente criticate nella stessa Europa, specialmente a causa della persistente serie di morti e dispersi fra i migranti in viaggio verso l’Europa, sono divenute un robusto “pilastro” dell’intera politica migratoria europea.
Essendo stata uno dei primi Paesi europei a ricevere migranti dall’Africa negli anni ‘90, la Spagna ha ricoperto un ruolo di primo piano nella creazione di strumenti per l’esternalizzazione delle politiche di gestione migratoria. Tali strumenti hanno fatto da modello per le politiche dell’UE. Ma in tutto questo hanno giocato un ruolo cruciale anche i Paesi terzi extra-europei, in particolare nel Nordafrica, come Marocco e Tunisia.

I dati/ Periferie e confini

Sono 88.200, secondo dati provvisori, gli attraversamenti “irregolari di migranti e rifugiati scoperti alle frontiere esterne dell’UE fra gennaio e ottobre 2019. Sulle rotte migratorie verso l’Europa e in Europa, nel periodo si sono registrati 1.089 morti/dispersi in mare e 97 in percorsi via terra.
Sono circa 81.000 gli arrivi di migranti e rifugiati in Europa lungo le rotte via mare del Mediterraneo registrati da gennaio a ottobre 2019 (dati provvisori). Tendenza in calo dal 2016: 1.016.000 in tutto il ’15, 363.000 nel ’16, 172.000 nel ’17 e 117.000 nel ’18. In diminuzione anche i morti/dispersi in numero assoluto. Ma è aumentata l’incidenza di morti/dispersi in rapporto agli arrivi: da 1 morto/disperso ogni 269 arrivi nel ’15 fino a 1 ogni 51 nel ’18 (1 ogni 74 nei dati parziali ’19).
Il 2019 vede nuovamente in crescita gli arrivi sulla rotta del Mediterraneo orientale (circa 45.000 da gennaio a ottobre, dati provvisori, contro 32.500 in tutto il 2018). Ancora in calo la rotte del Mediterraneo occidentale (21.400 gli arrivi gennaio-ottobre) e del Mediterraneo centrale, quella verso l’Italia (12.400 gli arrivi gennaio-ottobre, contro i 23.400 di tutto il 2018). Ma quest’ultima si conferma come la rotta migratoria più letale del mondo: nel 2016 aveva registrato 1 morto/disperso ogni 40 arrivi, ma nel 2018 e 2019 è arrivata a 1 ogni 18; 694 le vittime solo fra gennaio e ottobre (dati UNHCR). Secondo l’OIM, i dati 2019 per la rotta centrale sono addirittura in peggioramento rispetto al 2018: 3,5% di morti/dispersi in rapporto a tutti i migranti e rifugiati che hanno tentato la traversata, contro il 3% del ’18).
«Nei pressi delle frontiere esterne dell’UE nei Balcani occidentali, centinaia di rifugiati e migranti continuano a denunciare di essere stati picchiati e respinti oltre il confine (alcuni senza la possibilità di fare richiesta di asilo). Al 30 settembre 2019 l’UNHCR e i suoi partner in Serbia hanno ricevuto segnalazioni di 384 incidenti, in cui 2.674 persone hanno dichiarato di essere state respinte dalla Croazia nel corso dell’anno; nello stesso periodo sono 289 le segnalazioni di incidenti che hanno riguardato 2.194 persone respinte dalla Croazia in Bosnia-Erzegovina» (dati UNHCR).
Sono 307.110 i richiedenti asilo per la prima volta nell’UE nel 1° semestre 2019 (+ 7% rispetto al 1° semestre 2018), soprattutto siriani, venezuelani e afghani. Nel semestre, sempre nell’UE hanno ottenuto protezione in prima istanza solo il 35% dei richiedenti asilo esaminati.
Nel 2018 l’UE ha registrato 580.845 richiedenti asilo. Per numero assoluto l’Italia si è collocata quinta, dopo Germania, Francia, Grecia e Spagna. Ma le posizioni nazionali variano di molto se si considerano i richiedenti in rapporto agli abitanti: qui il primato è di Cipro (8.805 per milione), seguita dalla Grecia (6.051), da Malta, ecc. L’Italia, con 813 richiedenti per milione di abitanti, si colloca ben al di sotto della media europea (1.133 per milione).
Sono circa 28.000 i trasferimenti di richiedenti asilo effettuati a norma del regolamento dell’UE “Dublino III” nel 2018 fra i vari Paesi membri (+ 5% rispetto al 2017): 9.209 sono stati effettuati dalla sola Germania e ben 6.351 sono stati effettuati nella sola Italia.
Sono 24.815 i rifugiati accolti in reinsediamento nell’UE da precari Paesi di primo asilo nel 2018, a fronte di una lista di 1,4 milioni di persone con questa necessità fatta arrivare da UNHCR ai Paesi con più mezzi nel Mondo

SECONDA PARTE – Tra l’Europa e l’Italia

Amiche, nemiche, complici.
L’Italia, la Libia e un secolo di caccia agli stranieri

 La relazione “privilegiata” che ha legato l’Italia alla Libia nell’ultimo secolo, in una trama di crudeltà, accordi, ricatti e complicità, è speciale anche nelle date. Cinquant’anni dopo l’Unità gli italiani conquistano Tripoli, 100 anni dopo la rivoluzione abbatte il regime di Muhammar Gheddafi.
In mezzo si collocano la scoperta dei giacimenti petroliferi, la parabola del Colonnello, la guerra civile seguita alla fine del Raìs. E nelle pieghe della storia sono nascosti gli eserciti degli “invisibili”: ieri le popolazioni della Cirenaica segregate nei campi di concentramento italiani, quindi i ribelli alla dittatura reclusi nell’infernale carcere di Abu Salim, oggi migliaia di migranti costretti a un coprifuoco continuo o ammassati come carne da macello nei campi di “accoglienza. Sul destino di questi ultimi soffia il vento feroce della Realpolitik italiana: “meno immigrati, più petrolio”, mirabile sintesi dei desiderata tricolori. La Libia è il teatro di una tragedia moderna, luogo di travisamenti e oppressione, la sabbia mobile che inghiotte i sogni di una generazione.

Niger, Europa, Italia: un’oscura gestione dei fenomeni migratori

A partire dal 2015, con l’adozione dell’Agenda Europea sulle Migrazioni, il Niger è divenuto un Paese prioritario nelle politiche migratorie esterne dell’Unione Europea e di vari Stati membri, tra cui l’Italia, a motivo della sua posizione strategica lungo una delle principali rotte migratorie mediterranee, quella del Mediterraneo centrale.
Nell’arco di pochi anni, la presenza internazionale in Niger e gli interventi di natura diplomatica, militare, politica ed economica sono cresciuti in maniera esponenziale. Questo insieme di azioni, a cui concorrono diversi soggetti, mira a far sì che in Niger prenda piede un quadro politico-istituzionale, giuridico e socio-economico che consenta di rafforzare il controllo del territorio e delle frontiere e di limitare il flusso di migranti e richiedenti asilo in transito verso la Libia e l’Europa.
Il Niger viene così a rappresentare il nuovo avamposto delle politiche di esternalizzazione dell’Unione Europea, descritto come la nuova frontiera esterna dell’Europa. In questo quadro, l’Italia è fra gli Stati europei a giocare un ruolo di primo piano in questo Paese. Lo fa ricorrendo, però, a strumenti controversi e poco trasparenti, come l’accordo bilaterale in materia di difesa del settembre 2017 e la missione militare avviata nel 2018, o come l’uso discutibile delle risorse stanziate nell’ambito del Fondo per l’Africa, di cui il Niger è il principale beneficiario (così come del Fondo fiduciario europeo per l’Africa).

I dati/ La loro Africa

Dei quasi 20,4 milioni di rifugiati a livello globale di competenza dell’UNHCR, alla fine del 2018 oltre tre su 10 erano accolti in Paesi dell’Africa subsahariana, per un totale di circa 6,3 milioni. Vivono in Africa subsahariana anche oltre quattro sfollati globali su 10: 17,7 milioni su 41,4.
Nella lista globale dei 10 principali Paesi di provenienza dei rifugiati quelli africani sono sette. Il giovanissimo Sud Sudan (è indipendente solo dal 2011), terzo Paese assoluto, ha visto fuggire all’estero ben 2,3 milioni di suoi cittadini. Sempre a livello globale sono africani tre dei principali Paesi di accoglienza, che però salgono a cinque se si considera l’incidenza dei rifugiati rispetto al numero di abitanti: qui in quarta posizione assoluta si trova il Ciad (29 rifugiati/1.000 abitanti), seguito da Uganda Sudan; per trovare il primo Paese del Nord del mondo, la Svezia, occorre scendere alla settima posizione (25 rifugiati/1.000 abitanti).
Nella lista globale dei 10 Paesi dove nel ’18 si sono prodotti più sfollati da disastri ambientali (causati perlopiù da eventi climatici) si trovano tre Paesi africani: Nigeria (613.000 sfollati), Somalia (547.000) e Kenya (336.000).
Libia, i dati chiave: indice di pace interna “molto basso” (156a posizione su 163 Paesi); 301.000 sfollati interni; 655.000 migranti presenti nel Paese; 4.500 migranti rinchiusi nei centri di detenzione “governativi” (dato al 25 settembre 2019); 8.155 i migranti soccorsi/intercettati dalla Guardia costiera “libica” e fatti sbarcare in Libia (nel 2019 al 31 ottobre).
Niger, i dati chiave: indice di pace interna “basso” (126a posizione su 163 Paesi); 424.000 le persone di competenza dell’UNHCR (rifugiati, sfollati); 142.000 i migranti in uscita “osservati” fra gennaio e agosto 2019; 131.000 quelli in entrata (sempre fra gennaio e agosto ’19); 22.400 circa i migranti assistiti nel rimpatrio dal Niger (maggio 2017-luglio 2019); 4.400.000 circa i rifugiati, sfollati, sfollati rientrati e immigrati coinvolti nella “crisi del lago Ciad”, che oltre al Niger coinvolge Ciad, Nigeria e Camerun.
L’Africa continente di migrazioni (interne): su 25 milioni circa di emigrati subsahariani regolari totali nel 2017 (ultimo anno disponibile), solo sette milioni hanno superato i confini dell’Africa per emigrare in Europa o negli altri continenti: 18 milioni, ben il 71% del totale, vi sono rimasti.

TERZA PARTE – Guardando all’Italia

 Il principio di umanità alla prova dell’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari

Il cosiddetto “decreto sicurezza” (d.l. 113/2018, convertito in legge 132/2018), con una delle sue principali disposizioni ha abrogato il permesso per motivi umanitari. Tale permesso aveva rappresentato per anni, insieme allo status di rifugiato previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e alla protezione sussidiaria introdotta dal diritto dell’Unione Europea, una delle forme di attuazione del diritto d’asilo sancito dalla nostra Costituzione.
Il Testo unico sull’immigrazione (il D.Lgs. 286/1998), prima del decreto del 2018, conteneva infatti una disposizione secondo la quale non si poteva negare a un cittadino straniero il permesso di soggiornare sul territorio nazionale quando ciò era impedito da «seri motivi» di carattere umanitario o derivanti da obblighi internazionali o costituzionali.
Negli anni quest’ultima espressione è stata oggetto di un’interpretazione che ha valorizzato tra gli altri, oltre ai caratteri più strettamente “umanitari” della forma di protezione, il dovuto rispetto del diritto al non respingimento verso Paesi nei quali il cittadino straniero potrebbe essere vittima di persecuzione, tortura o trattamenti inumani o degradanti o verso i quali il rimpatrio non sarebbe attuabile per calamità o situazioni di generale insicurezza, del suo diritto alla salute o al rispetto della sua vita privata o familiare.
La protezione umanitaria è stata ora sostituita con permessi di soggiorno residuali e perlopiù precari. Venuta così meno una delle forme di attuazione del diritto di asilo previsto dalla Costituzione, al cittadino straniero che ne abbia i requisiti non resta che invocare direttamente il riconoscimento dell’asilo costituzionale.
Esclusa tale possibilità, infatti, la norma del decreto sicurezza che ha abrogato la protezione umanitaria dovrebbe ritenersi incostituzionale.

La demolizione del fragile sistema pubblico di accoglienza e protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati

Attraverso alcuni recenti interventi normativi e amministrativi, il “sistema” nazionale di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati è stato oggetto di una vera e propria demolizione.
Si registra prima di tutto l’impatto sul sistema SPRAR (il “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati”): mettendo a confronto le condizioni giuridiche che vengono confermate o inserite per la prima volta nel raggio d’azione del nuovo SIPROIMI (il “Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati” che, come stabilito dal d.l. “sicurezza” n. 113 del 4 ottobre 2018, ha preso il posto dello SPRAR) e quelle che invece vengono escluse, appare con chiarezza che il SIPROIMI non assomiglia affatto allo SPRAR, ma sia «un generico e bizzarro contenitore» nel quale trovano collocazione persone con condizioni e bisogni del tutto diversi tra loro, mentre altre persone con condizioni e bisogni vicini a quelli dei rifugiati (quali i titolari di un permesso di soggiorno per “protezione umanitaria”, per “casi speciali” o di “protezione speciale”) non hanno accesso al sistema.
Ma ci sono anche gli interventi amministrativi che hanno reso possibile ciò che viene definito la «truffa delle etichette», ovvero l’eliminazione del sistema di accoglienza ordinario a favore di un sistema di accoglienza di natura esclusivamente“straordinaria” la cui gestione è affidata in via esclusiva allo Stato (i CAS, cioè i centri di accoglienza straordinaria).
Tutto ciò è avvenuto in attuazione di un disegno politico lucido e spregiudicato: quello di produrre una situazione di confusione e incertezza in tutto il territorio italiano prevedendo l’eliminazione, nel minor tempo possibile, di ogni intervento pubblico mirato a rendere l’accoglienzadei richiedenti asilo e dei rifugiati un fenomeno sociale da gestire con strumenti ordinari. L’obiettivo sembra, all’opposto, quello di mantenere una eterna dimensione emergenziale, in modo da poter sfruttare appieno le rendite politiche di quella che è stata chiamata da vari commentatori, con efficace espressione, la «fabbrica della paura».

I dati/ Meno asilo, più irregolari

Nonostante alcune martellanti dichiarazioni politiche di propaganda circa il “ritorno” di un’ondata di sbarchi “indiscriminati” fra la tarda estate e l’inizio dell’autunno 2019, l’anno sembra avviato a concludersi con un totale di arrivi in Italia di migranti e rifugiati via mare ai livelli minimi: 9.648 quelli registrati a fine ottobre (- 56% rispetto allo stesso periodo 2018, e nell’ambito di un trend di drastica diminuzione inizato nel ’17). Al 31 ottobre 2019 i migranti arrivati nell’anno sono salpati da Libia (2.800 ca.), Tunisia (3.500), Algeria (900) e Grecia/Turchia (2.400). Ben 7.500 gli sbarchi “fantasma” o autonomi, contro i 6.000 dell’intero 2018.
Nel 2019, fra i principali Paesi d’origine dei migranti arrivati via mare, sono quattro quelli caratterizzati da condizioni di “pace interna” molto basse o basse: Pakistan (secondo Paese assoluto), IraqSudan e Iran.
In forte calo nel 2019 anche i richiedenti asilo registrati: 26.997 alla fine di settembre (dato provvisorio, contro i 43.965 dello stesso periodo del 2018). Sino a tutto luglio, le prime nazionalità sono nell’ordine: Pakistan, Nigeria, Bangladesh, El Salvador, Perù, Ucraina, Marocco, Senegal, Albania e Venezuela. Oltre al Pakistan, anche Nigeria e Ucraina sono classificate a livello mondiale fra i Paesi con indice di “pace interna” molto basso. Consistente, rispetto al totale di 26.997, il numero di richiedenti asilo arrivati nell’anno in Friuli-Venezia Giulia dalla tormentata “rotta” balcanica via terra: ben 5.526 fra il 1° gennaio e il 15 settembre.
Gli esiti delle domande d’asilo: nel 2018 le Commissioni territoriali italiane hanno riconosciuto uno dei tre benefici di protezione (status di rifugiato, protezione sussidiaria e protezione umanitaria) a poco più di 31 mila persone, contro le 34 mila circa del ’17 e le quasi 37 mila del ’16. Il dato parziale per il 2019 (che ha registrato la quasi-scomparsa della protezione umanitaria) è pari ad appena 14.000: ormai a tre quarti dell’anno, meno del 50% del totale dei benefici riconosciuti nel ’18. A tutto settembre 2019, su circa 72.500 domande esaminate nell’anno, quelle respinte sono state l’80%: solo l’11% le concessioni dello status di rifugiato, il 7% della protezione sussidiaria e appena l’1,5% della protezione umanitaria.
La “fortezza Italia”: 9.203 i respingimenti alla frontiera fra agosto 2018 e luglio 2019; 5.044 i rimpatri forzati dal 1° gennaio al 22 settembre 2019; 13.777 i migranti passati nel ’18 nei cinque hotspot (oggi quattro) attivi in Sicilia e Puglia; 4.092 i migranti trattenuti nei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio) nel ’18, di cui solo il 43% effettivamente rimpatriati; 5.044 i rimpatri forzati e appena 200 i rimpatri volontari assistiti fra 1° gennaio e 22  settembre 2019 (i volontari assistiti erano stati 1.161 nel ’18); 94 gli “scafisti” arrestati fra agosto 2018 e luglio 2019 (ma 209 nello stesso periodo 2017-2018); fra gennaio e ottobre 2019, i migranti e rifugiati intercettati dalla Guardia costiera libica sono stati 8.155, una cifra non molto inferiore al totale di persone che nel periodo sono riuscite a sbarcare in Italia, 9.648; sono state 24 le “crisi navi” causate dal “blocco” dei porti italiani fra giugno ’18 e agosto ’19; ma da gennaio all’8 luglio ‘19, su 3.073 arrivi nel nostro Paese quelli realizzati da ONG sono stati appena 248, l’8%.
Sono almeno 14 i Paesi dell’UE che, oltre all’Italia (dall’ottobre 2019), hanno stilato una lista di “Paesi sicuri” i cui richiedenti asilo vengono sottoposti a un esame accelerato e sommario. Sempre nell’UE si è verificato che i richiedenti asilo sottoposti alle “misure speciali” d’esame ottengono una risposta positiva appena nello 0-12% dei casi.
Fra i 71.000 nuovi immigrati caduti in situazione di irregolarità in Italia stimabili fra giugno 2018 e giugno 2019, quelli che si possono attribuire al decreto “sicurezza” n. 113 del 4 ottobre 2018 sono 18.000. Al giugno 2019 gli “irregolari” presenti in Italia sono così stimabili in 620.000 persone.
Nell’ambito dell’attuazione del regolamento “Dublino III”, nel 2018 sono stati trasferiti in Italia 6.351 richiedenti asilo, mentre ne sono stati trasferiti dall’Italia verso gli altri Paesi membri appena 189.
Fra il 2016 e la metà del 2019 l’iniziativa dei “Corridoi umanitari” italiana ha permesso di far arrivare in Italia, soprattutto dal Libano e dall’Etiopia, 2.148 rifugiati siriani, eritrei, somali e sud-sudanesi. In aggiunta, tramite evacuazioni umanitarie, fra la fine del ’17 e il settembre ’19 sono stati trasferite nel nostro Paese 859 persone dalla Libia (808) e dal Niger (51).
Alla fine di settembre 2019 i richiedenti asilo, rifugiati e migranti in accoglienza sono scesi sotto la soglia delle 100 mila unità per la prima volta dal 2015. Del totale di 99.599 persone accolte, quelle ospitate nei CAS e nei centri di prima accoglienza eano ben il 75% del totale. Solo 24.674 le persone ospitate nei centri del  SIPROIMI ex SPRAR.
Sono 7.272 i minori stranieri non accompagnati censiti e presenti nei servizi di accoglienza alla metà del 2019 (- 45% rispetto a un anno prima); 4.736, invece, quelli “irreperibili”, che cioè si sono allontanati da sei servizi. Sono 5.501 gli italiani che si sono formalmente resi disponibili a seguire un MSNA come “tutori” in attuazione alla legge 47/2017 “Zampa”.

QUARTA PARTE – Approfondimento

L’italia che resiste, l’Italia che accoglie

Malgrado siano numerose le ricerche che evidenziano come in Italia stiano aumentando le tendenze xenofobe e “sovraniste”, non si può negare che nell’ultimo anno si siano dispiegati a più livelli interventi concreti di segno opposto.
Ci sono le reazioni istituzionali (di Regioni e Comuni), quelle ecclesiali, quelle della società civile organizzata ma anche quelle di singoli cittadini e cittadine. Un’attenzione particolare merita, inoltre, la campagna “Io accolgo” (promossa fra gli altri dalla Fondazione Migrantes e dalla Caritas italiana), che mira a dare voce e visibilità ai tanti cittadini che condividono i valori dell’accoglienza e della solidarietà e desiderano esprimere il proprio dissenso rispetto alla “chiusura dei porti”, ai decreti “sicurezza” e in generale alle politiche “anti-migranti”, mettendo in rete le molte iniziative già attive e promuovendone di nuove, sia di forte impatto comunicativo (l’esposizione di un oggetto simbolo, la coperta termica dorata), sia di rilevanza concreta nel “ridurre il danno” dei decreti “sicurezza”, promuovendo reti territoriali di prossimità e realizzando interventi di accoglienza, servizi di supporto all’inclusione sociale e azioni di tutela dei diritti.
Le contraddizioni e le tensioni evidenziate e smascherate dall’Italia “che resiste e che accoglie” sottolineano l’esigenza di una nuova “politica della somiglianza” che superi i rischi della logica di contrapposizione amico-nemico: quella più evidente verso i migranti e rifugiati, ma anche quella più sotterranea che riguarda i “vicini” italiani che la pensano diversamente da noi.

Conclusioni

«Solo riabituandoci a trovare somiglianze e legami, e quindi a pensare che possiamo non solo coesistere ma convivere, saremo in grado di ripensare quartieri, parrocchie, società e Paesi nei quali ascoltarsi, parlarsi e individuare soluzioni concrete sia possibile senza escludere nessuno, ma tenendo conto dei diversi punti di vista e, nello stesso tempo, della complessità di comporre delle soluzioni condivise.
«Non sarà facile, perché l’esclusione che sembra aver vinto negli ultimi anni si associa a una forte semplificazione delle analisi, e quindi anche delle “soluzioni”. Ma se vogliamo non solo salvare gli altri, ma capire che sacrificando gli altri stiamo anche uccidendo parti di noi, dobbiamo fare quel salto a cui ci invita Papa Francesco con lungimiranza, e quasi rivolgendoci un accorato appello: «Non si tratta solo di migranti» (di richiedenti asilo, di rifugiati, di poveri, di svantaggiati…).
«Se ci eserciteremo insieme a sostituire al binomio identità /  alterità quello meno pericoloso e “più umano” disomiglianza e differenza, potremo sperare di riuscire a guardare con occhi nuovi al presente, mantenendo al contempo uno sguardo sul passato e sul futuro, e di riguadagnare una pacifica convivenzain cui tutti si sentano tutelati e protetti. Prima ancora che dalle leggi – che pure sono fondamentali – dalla forza dei legami sociali».