Giornata da ripensare / Altro che gentilezza! E’ il tempo delle canaglie… la cavalleria è morta

Un’altra inutile celebrazione nel mondo virtuale. In quello reale, invece… Basta solo mettersi in coda in un ufficio o salire su un bus affollato. Oggi vanno di moda i cattivi di successo, nuovi eroi odiabili che mirano a scalzare il modello paladino senza macchia. Eppure, in questo mondo difficile, un sorriso e una parola amichevole riescono a spiazzare qualunque interlocutore.

Cavalleria l’è morta. Lo possiamo affermare con sicurezza, esempi alla mano, all’indomani della ‘giornata della gentilezza’ tanto celebrata mediaticamente quanto rapidamente dimenticata nella prassi quotidiana. Quella giornata per cui tutti si sono sentiti più altruisti grazie alla partecipazione a gare non competitive di buona creanza (ci mancherebbe…) condividendo buoni propositi, buone azioni e buone fotografie. E’ stato tutto un fiorire di selfie, post, citazioni, aforismi, vignette. Si sono cercate giustificazioni scientificamente fondate per dire che essere gentili è meglio che essere antipatici: fate i buoni e il vostro sistema cardiocircolatorio vi ringrazierà. Al limite ne risentirà il fegato. Risultano vinaiconsumati persino i sondaggi e i test che, alla fine, riescono nell’eccellente risultato di farci sentire migliori e in pace con la coscienza perché arrivano invariabilmente agli stessi, consolanti, risultati. Per un giorno tutti cortesi, tutti Charlie Brown, tutti ad applicare la strategia mimetica dei pinguini di ‘Madagascar’: “carini e coccolosi, ricordate, carini e coccolosi”.

Bene, ora che la sbornia del bel garbo a mezzo social è passata, possiamo serenamente ammettere che nella realtà le cose vanno in maniera ben diversa. Sui mezzi pubblici, per dire, il posto a sedere ad anziani e donne incinte ormai lo cedono solo i venditori ambulanti, mentre gli altri zombeggiano sui telefonini ostentando assorta indifferenza e fondoschiena di piombo. Oppure, trovandovi opposti in una strettoia, difficilmente il pedone di fronte si fa da parte, ma ringhia ostile e affretta il passo, diretto a impegni ineludibili: mica come voi che non avete null’altro da fare che impedire inopinatamente il passaggio. Infine, sorpresi da un acquazzone e inzuppati di pioggia, non serve a nulla assumere la stessa espressione vagamente patetica di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany: nessuno si impietosirà avanzando a offrirvi precario riparo, anzi passerà oltre commiserandovi in cuor suo per la vostra dabbenaggine.

Da un bel po’ di tempo stanno cercando di convincerci via serial che quelli attraenti, quelli dritti, quelli vincenti sono loro: gli antipatici, gli scortesi, i duri. Quelli col famigerato ‘pelo sullo stomaco’, quelli che vendono la famiglia in blocco o a rate per trarne opportunità e vantaggi. Quelli per cui l’etica è una bella parola con cui condire i discorsi. Sono i cattivi di successo, nuovi eroi odiabili che mirano a scalzare il modello paladino senza macchia: troppo difficile da imitare, meglio una sana canaglia che fa dell’immoralità la sua bandiera valoriale. A testa alta e con arroganza.

Eppure, in questo mondo difficile, un sorriso e una parola amichevole riescono a spiazzare qualunque interlocutore, alle prese con un ping pong neuronale che oscilla tra la diffidenza della malfiducia e il panico del non saper bene come ricambiare. Sì, perché la gentilezza spontanea e autentica si riconosce subito, non si confonde con l’affabilità untuosa dei buonoidi (©Andrea Cardone) o la cortesia ipocrita degli adulatori in servizio permanente effettivo. Per questo è arma dirompente e potentissima da usare per ogni dove. Non cambierà il mondo, ma aiuta a viverlo meglio.

Dunque, ricapitolando: bravi, vi siete sentiti più buoni per un giorno perché avete condiviso il link appropriato alla giornata encomiastica e pensate di esservela cavata? Tzsè, dilettanti. La vera prova è sulla lunga distanza, come per le maratone, senza allenamento dopo un po’ non si regge lo sforzo. Al lavoro: cominciate a fare le serie e le ripetute. La gentilezza non è una virtù, ma un’abitudine che si costruisce nel tempo, cui si viene addestrati fin da bambini con l’esempio, l’esercizio, l’educazione. Se vedi i tuoi genitori aiutare disinteressatamente qualcuno e vieni invitato a fare altrettanto, è probabile che questo modo di fare diverrà un modo di essere, destinato ad accompagnarti tutta la vita. Praticamente l’epigenetica al servizio del bene comune. E non ti costerà farlo, non te lo dovrà ricordare nessuno perché diverrà naturale, un’azione (in)volontaria automatica e inconscia: freno-frizione-marcia. Grazie-prego-scusi.

Emanuela Vinai

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Posted by on 21 novembre 2014. Filed under Cronaca,Cultura,In evidenza,Società. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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