Mondo / “Golpe” fallito in Venezuela?

Tanto tuonò che piovve. Dopo alcuni mesi di un surreale tira e molla, giocato quasi essenzialmente sui tavoli diplomatici, sembra essere arrivata l’ora della resa dei conti finale a Caracas.

Il 30 aprile Leopoldo Lòpez, uno dei principali leader dell’opposizione al regime di Maduro, è stato liberato da alcuni disertori dagli arresti domiciliari a cui era stato relegato. Nelle ore successive Juan Guaidò, autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela da gennaio, ha esortato in un video i suoi concittadini e le forze armate a ribellarsi al regime di Maduro.

Ne è conseguito un gran numero di manifestazioni in tutto il Paese, represse – a dire il vero – in modo meno sanguinoso rispetto ai mesi scorsi. Se da un lato infatti le drammatiche (e impressionanti) immagini del carro armato che investe la folla hanno fatto il giro del mondo, dall’altro si deve constatare un numero di vittime (tre morti e un centinaio di feriti) decisamente contenuto rispetto alle previsioni.

La principale ragione non è da attribuirsi tanto alla volontà di Maduro di usare la carota, bensì soprattutto alla scarsa adesione prestata dai militari venezuelani all’appello di Guaidò. Ancora una volta, infatti, gran parte dell’esercito è rimasta sostanzialmente fedele al presidente Maduro, anche per motivi di opportunismo. I pochi vertici militari ribelli sono stati prontamente sostituiti e non hanno costituito dunque una reale minaccia al regime.

Anche sul fronte internazionale gli schieramenti sembrano essere rimasti saldi. La Russia, la Cina, la Turchia e Cuba, tra gli altri, hanno confermato il proprio appoggio a Maduro, mentre gli Stati Uniti e la maggior parte dei Paesi latino-americani hanno espresso la volontà di sostenere la transizione con Guaidò. L’Italia, che vede la propria compagine governativa ancora divisa sul tema, ha mantenuto una sorta di equidistanza chiedendo nuove elezioni presidenziali ma al tempo stesso non riconoscendo la legittimità di Guaidò.

Insomma, tutte le posizioni sembrano confermare quanto visto negli ultimi mesi.

Ciò però non vuol dire che niente si stia muovendo. Secondo le voci più credibili, ci sarebbero delle trattative in corso tra il regime e l’opposizione. Alcuni uomini chiave di Caracas, come il ministro della Difesa, il comandante della guardia presidenziale e il presidente della Corte Suprema, a detta di tali indiscrezioni, avrebbero già negoziato i termini del cambio al potere. Ma attendono chiaramente segnali più forti prima di agire.

In questo senso, l’attuale tentativo di golpe sarebbe stato sfortunato a causa di una sua forzata anticipazione: inizialmente previsto per il mese di maggio, è stato improvvisato a fine aprile per paura di un arresto preventivo di Guaidò. In tal modo, però, avrebbe fallito la sua missione, in quanto non sarebbe riuscito a coinvolgere per tempo tutte le persone inizialmente previste per la sua attuazione.

Di fronte all’immobilismo delle forze armate, i golpisti sperano in qualche segnale esterno, magari proveniente da Washington. Gli statunitensi non sembrano intenzionati a intervenire militarmente, ma stanno facendo il possibile per aiutare Guaidò e screditare Maduro. Uno dei mezzi più usati, in questo senso, è quello di incrinare l’apparente solidità del regime di Caracas diffondendo voci di diserzioni, o addirittura svelando presunti piani di fuga verso Cuba del contestato presidente venezuelano.

Una guerra propagandistica che fino ad oggi non sembra ancora aver dato tanti frutti.

Pietro Figuera

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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