Il card. Angelo Scola sull’attualità dell’Editto di Milano 1700 anni dopo

La libertà religiosa è “la più sensibile cartina di tornasole del grado di civiltà delle nostre civiltà plurali”. Ne è convinto il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che questa sera nel discorso pronunciato in occasione della festa di sant’Ambrogio, patrono della Chiesa ambrosiana e della Città di Milano, ha ricordato che “la libertà religiosa appare oggi come l’indice di una sfida molto più vasta: quella dell’elaborazione e della pratica, a livello locale e universale, di nuove basi antropologiche, sociali e cosmologiche della convivenza propria delle società civili in questo terzo millennio”. In un contesto di “meticciato di civiltà e di culture”, il “cattolicesimo popolare ambrosiano” è “capace di risorse innovative per il vivere sociale, inimmaginabili nelle previsioni di qualche decennio fa”. Di qui l’attualità dell’Editto di Milano – tema del discorso del card. Scola – che a 1700 anni di distanza ha ancora un “significato epocale”, perché ha introdotto per la prima volta nella storia le due dimensioni che oggi chiamiamo “libertà religiosa” e “laicità dello Stato” e che costituiscono “due aspetti decisivi per la buona organizzazione della società politica”. Altro caposaldo per la libertà religiosa, la dichiarazione conciliare “Dignitatis humanae”, che “ha trasferito il tema della libertà religiosa dalla nozione di verità a quella dei diritti della persona umana”.

I nodi da sciogliere. Tra il 2000 e il 2007, ha esordito il card. Scola, “sono stati ben 123 i Paesi in cui si è verificata una qualche forma di persecuzione religiosa, e purtroppo il numero è in continuo aumento”. Tra i “nodi da sciogliere” in materia di libertà religiosa, oltre a quelli “classici” che derivano dalla “corretta interpretazione e necessaria assunzione” della “Dignitatis Humanae”, il primo – per l’arcivescovo di Milano – riguarda “il nesso tra libertà religiosa e pace sociale”: “Più lo Stato impone dei vincoli, più aumentano i contrasti a base religiosa”, perché “imporre o proibire per legge pratiche religiose, nell’ovvia improbabilità di modificare pure le corrispondenti credenze personali, non fa che accrescere quei risentimenti e frustrazioni che si manifestano poi, sulla scena pubblica, come conflitti”. Il secondo problema, più complesso, “riguarda la connessione tra libertà religiosa e orientamento dello Stato e, a diversi livelli, di tutte le istituzioni statuali, nei confronti delle comunità religiose presenti nella società civile”. “Fino a qualche decennio fa – la constatazione dell’arcivescovo – si faceva riferimento sostanziale ed esplicito a strutture antropologiche generalmente riconosciute, almeno in senso lato, come dimensioni costitutive dell’esperienza religiosa: la nascita, il matrimonio, la generazione, l’educazione, la morte”. Oggi, invece, si è affermato il modello francese di laicité, che “è parso ai più una risposta adeguata a garantire una piena libertà religiosa, specie per i gruppi minoritari”. Alla base di tale modello, c’è “l’idea dell’in-differenza, definita come ‘neutralità’, delle istituzioni statuali rispetto al fenomeno religioso e per questo si presenta a prima vista come idoneo a costruire un ambito favorevole alla libertà religiosa di tutti”. Una concezione, questa, “ormai assai diffusa nella cultura giuridica e politica europea, in cui però, le categorie di libertà religiosa e della cosiddetta ‘neutralità’ dello Stato sono andate sempre più sovrapponendosi, finendo così per confondersi”. Nei fatti, dunque, la laicité alla francese “ha finito per diventare un modello maldisposto verso il fenomeno religioso”.

Presunta neutralità. “Oggi – ha ammonito il card. Scola – nelle società civili occidentali, soprattutto europee, le divisioni più profonde sono quelle tra cultura secolarista e fenomeno religioso, e non – come spesso invece erroneamente si pensa – tra credenti di diverse fedi”. Misconoscendo questo dato, “la giusta e necessaria aconfessionalità dello Stato ha finito per dissimulare, sotto l’idea di ‘neutralità’, il sostegno dello Stato ad una visione del mondo che poggia sull’idea secolare e senza Dio”. “Ma questa è una tra le varie visioni culturali che abitano la società plurale”, ha affermato il cardinale, secondo il quale in questo modo lo Stato cosiddetto neutrale, “lungi dall’essere tale fa propria una specifica cultura, quella secolarista, che attraverso la legislazione diviene cultura dominante e finisce per esercitare un potere negativo nei confronti delle altre identità, soprattutto quelle religiose, presenti nelle società civili tendendo a emarginarle, se non espellendole dall’ambito pubblico”. In altre parole, “sotto una parvenza di neutralità e oggettività delle leggi, si cela e si diffonde – almeno nei fatti – una cultura fortemente connotata da una visione secolarizzata dell’uomo e del mondo, priva di apertura al trascendente. In una società plurale essa è in se stessa legittima ma solo come una tra le altre. Se però lo Stato la fa propria finisce inevitabilmente per limitare la libertà religiosa”.

Aprire spazi. Come ovviare a questo “grave stato di cose”? “Ripensando il tema della aconfessionalità dello Stato nel quadro di un rinnovato pensiero della libertà religiosa”, la risposta del card. Scola, secondo il quale “è necessario uno Stato che, senza far propria una specifica visione, non interpreti la sua aconfessionalità come ‘distacco’, come una impossibile neutralizzazione delle mondovisioni che si esprimono nella società civile, ma che apra spazi in cui ciascun soggetto personale e sociale possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune”.

a cura di M. Michela Nicolais