Il “sensus fìdei” è partecipazione alla vita della Chiesa e adesione al suo Magistero

La teologia cattolica possiede alcuni criteri di fondo, che permettono di riconoscerla e distinguerla rispetto a qualunque altra riflessione di natura religiosa. Li ha recentemente ricordati la Commissione Teologica Internazionale nel suo documento “La Teologia oggi: principi e prospettive” (Città del Vaticano 2012).

Nel merito, la teologia cattolica: riconosce il primato della Parola di Dio (9); ha come fonte, contesto e norma la fede della Chiesa, tenendo unite “fides qua” e “fides quae” (15); possiede una dimensione razionale in quanto scienza (19); attinge alla testimonianza della Scrittura, secondo la dottrina e la pratica della Chiesa (24); è fedele alla Tradizione Apostolica testimoniata dai Padri, dai Dottori della Chiesa, dal Magistero ecclesiastico (32); tiene in considerazione il “sensus fidelium” (36); è responsabilmente attenta al Magistero nelle sue diverse gradazioni (44); spinge ogni teologo alla collaborazione professionale nella preghiera e nella carità con l’intera comunità dei teologi cattolici (50); mantiene un dialogo costante con il mondo (58); è alla ricerca di una presentazione delle verità della fede cristiana, che sia argomentata scientificamente e razionalmente (73); si sforza di integrare una pluralità di indagini e metodi di conoscenza nel progetto unificato dell’”intellectus fidei”, in quanto unica è la verità (85); si radica nella grande tradizione sapienziale della Bibbia, del cristianesimo di Oriente e di Occidente per cercare un ponte verso tutte le tradizioni sapienziali (99).

A questi importanti criteri ha fatto riferimento Benedetto XVI ricevendo in udienza, venerdì 7 dicembre, i membri della Commissione, riuniti per la Plenaria. In particolare, egli ha richiamato l’attenzione al cosiddetto “sensus fidelium” ritenuto “di particolare importanza per la riflessione sulla fede e per la vita della Chiesa”. Già il Concilio Vaticano II, ribadendo il ruolo specifico ed insostituibile che spetta al Magistero, ha sottolineato nondimeno che l’insieme del Popolo di Dio partecipa dell’ufficio profetico di Cristo, realizzando così il desiderio ispirato, espresso da Mosè: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!” (Nm 11,29).

La Costituzione dogmatica “Lumen gentium” insegna al riguardo: “La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo (cfr 1 Gv 2,20.27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale” (n. 12). “Questo dono, il sensus fidei – ha spiegato il Papa – costituisce nel credente una sorta di istinto soprannaturale che ha una connaturalità vitale con lo stesso oggetto della fede”.

Esso è un criterio per discernere se una verità appartenga o no al deposito vivente della tradizione apostolica. Presenta anche un valore propositivo perché lo Spirito Santo non smette di parlare alle Chiese e di guidarle verso la verità tutta intera. Benedetto XVI ha ricordato come oggi sia particolarmente importante precisare i criteri che permettono di distinguere il “sensus fidelium” autentico dalle sue contraffazioni. “In realtà, esso non è una sorta di opinione pubblica ecclesiale, e non è pensabile poterlo menzionare per contestare gli insegnamenti del Magistero, poiché il “sensus fìdei” non può svilupparsi autenticamente nel credente se non nella misura in cui egli partecipa pienamente alla vita della Chiesa, e ciò esige l’adesione responsabile al suo Magistero”. Come nella comunità civile, così anche in quella ecclesiale l’opinione pubblica è piuttosto il sentire del momento, spesso influenzato da taluni poteri mediatici e, pertanto, non può essere criterio oggettivo e permanente di verità. L’opinione di natura sua è mutevole, il senso della fede è espressione e partecipazione della verità rivelata, che permane nelle diverse generazioni di fedeli.

Così, il “senso soprannaturale della fede dei credenti − ha proseguito il Pontefice − porta a reagire con vigore anche contro il pregiudizio secondo cui le religioni, ed in particolare le religioni monoteiste, sarebbero intrinsecamente portatrici di violenza, soprattutto a causa della pretesa che esse avanzano dell’esistenza di una verità universale”. Alcuni ritengono che solo il “politeismo dei valori” garantirebbe la tolleranza e la pace civile e sarebbe conforme allo spirito di una società democratica pluralistica.

È essenziale ricordare che la fede nel Dio unico, Creatore del cielo e della terra, incontra le esigenze razionali della riflessione metafisica, la quale non viene indebolita ma rinforzata ed approfondita dalla Rivelazione del mistero del Dio-Trinità. Dall’altra parte, bisogna sottolineare la forma che la Rivelazione definitiva del mistero dell’unico Dio prende nella vita e morte di Gesù Cristo. “Se dunque – ha detto ancora il Papa – nella storia vi sono state o vi sono forme di violenza operate nel nome di Dio, queste non sono da attribuire al monoteismo, ma a cause storiche, principalmente agli errori degli uomini”. Piuttosto è proprio l’oblio di Dio ad immergere le società umane in una forma di relativismo, che genera ineluttabilmente la violenza.

Marco Doldi