Il sequestro dei pescherecci mazaresi e l’impegno per rendere il Mediterraneo luogo di incontro e di scambio tra i popoli

Il 7 giugno scorso è avvenuto il sequestro da parte di miliziani libici dei pescherecci Maestrale, Antonino Sirrato e Boccia II mentre questi si trovavano a 42 miglia dalla costa.  All’interno della “Casbah mazarese” era in corso in quei giorni la “Slow Sea Land” con la partecipazione di produttori e rappresentanti di vari Paesi del Mediterraneo. La festa è stata turbata dalla notizia dell’ennesimo sequestro, che ha riportato alla ribalta l’annosa questione delle acque territoriali che la Libia di sua iniziativa e senza alcun riconoscimento internazionale estende fino a 70 miglia dalla costa (l’area denominata “Mammellone”).

Il sequestro, peraltro, è avvenuto  in un momento molto delicato per la Libia, chiamata ad elezioni politiche dopo un quarantennio. I nostri marinai sono stati, dopo il sequestro, sotto gli occhi dei cineoperatori e dei giornalisti locali, che intendevano “utilizzarli” per portare acqua al mulino della propria campagna elettorale. Giovanni Tumbiolo, presidente del distretto della Pesca di Mazara del Vallo e fautore del dialogo e della pace tra le due sponde si è subito attivato chiedendo l’apporto  diplomatico del Ministero degli Esteri. La trattativa  non è stata facile e i pescherecci  con  diciannove pescatori (12 mazaresi e 7 tunisini) sono rimasti in stato di fermo con l’incertezza sul proprio destino. Il console italiano a Bengasi Guido De Sanctis si è adoperato, assieme ad alcuni diplomatici appositamente inviati dalla Farnesina, per sbloccare la situazione, in attesa delle soluzioni della contesa in un quadro di cooperazione con le autorità libiche, per una interpretazione chiara delle norme internazionali  sulla delimitazione delle aree comuni di pesca per italiani e nordafricani.

Egli ha dichiarato: “I  nostri lavoratori hanno diritto di pescare in quelle acque e lo Stato Italiano ha il dovere di tutelarli”.  Tombiolo, a sua volta,e ed ha avanzato la proposta di pattugliare e controllare la costa da 24 a 42 miglia, “e questo prima che ci scappi il morto”. La trattativa per il rilascio dei pescherecci è stata serrata e resa più  complessa da cavilli giuridici, tendenti a ritardare la soluzione. Abbiamo saputo che alla fine lo sblocco è avvenuto con il pagamento di una multa di gran lunga inferiore rispetto a quella inizialmente  indicata dai libici. I nostri funzionari hanno allertato i pescatori perché partissero velocemente, a costo di dover lasciare come “pegno” le loro reti  e tutte le attrezzature con un danno economico non indifferente (circa 60 mila euro per peschereccio). Ed hanno fatto bene perché poche ore dopo è stato presentato un ricorso contro la decisione provvisoria del rilascio  da parte del Tribunale, a seguito della quale e tenuto conto delle elezioni e del primo governo libico da insediare, sarebbero passati almeno altri due mesi, come ci ha dichiarato un componente della delegazione che vuole restare anonimo.

Il presidente della Regione Siciliana Lombardo e l’assessore alla Pesca Aiello  hanno accolto a Palazzo d’Orleans i pescatori al loro ritorno e li hanno trovati molto provati e preoccupati per la difficile ripresa lavorativa; i due rappresentanti del governo siciliano hanno dichiarato che la Regione si  impegna ad adottare un provvedimento risarcitorio per i danni subiti dalla società di pesca. Ad accogliere i pescatori sulla banchina del porto siciliano c’erano il vescovo di Mazara del Vallo mons. Domenico Mogavero e il presidente Cosvap (Distretto produttivo e osservatorio della pesca nel Mediterraneo) Tumbiolo. Il vescovo si è intrattenuto più di un’ora con gli equipaggi  e le loro famiglie ed ha dichiarato che è giunta l’ora che si risolva definitivamente la questione delle acque territoriali  ed ha ribadito che “nulla  può essere più  lasciato al caso”. Il giorno dopo una rappresentanza degli equipaggi  ha incontrato a Mazara il Ministro della Cooperazione e Integrazione Andrea Riccardi.

Il vescovo Mogavero nei giorni precedenti, durante un percorso formativo-informativo rivolto ai giovani su “Funzioni e ruolo del Distretto e dell’Osservatorio Mediterraneo della Pesca”, aveva affermato che “il Mediterraneo deve tornare ad essere luogo di incontro e scambio fra i popoli delle due sponde; noi come Diocesi, promuovendo il dialogo interreligioso, stiamo lavorando a questo. Il Distretto della Pesca fornisce un modello di sviluppo per il nuovo umanesimo mediterraneo”. Tumbiolo aveva aggiunto:”Stiamo lavorando ad un modello di sviluppo, da estendere ai Paesi del Nord-Africa, Africa sub-sahariana e del Golfo, che parte dalla pesca, ma che investa numerosi campi. Interesse comune è quello di salvaguardare e <coltivare> insieme il Mar Mediterraneo secondo i principi propri dell’Osservatorio, cioè della dottrina della <Blue Economy>. Un modello di sviluppo responsabile, duraturo, condiviso ed orientato all’innovazione, al trasferimento tecnologico ed all’internazionalizzazione. Alla  <Blue Economy” sono ispirati numerosi progetti che abbiamo avviato assieme a prestigiosi istituti di ricerca siciliani, italiani e del Mediterraneo”.  Nonostante le indubbie difficoltà, tanti uomini di buona volontà delle istituzioni, del privato sociale e la Chiesa di Mazara in prima fila sono impegnati in un itinerario di pace e di solidarietà.

Giovanni Vecchio

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Posted by on 16 luglio 2012. Filed under Primo piano. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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