Intervista / Don Vittorio Rocca sulla profonda devozione verso S. Sebastiano: “Ci si riscopre più popolo”

Il bisogno di far festa, che non è solo un aspetto religioso ma anche sociale e antropologico, è uno dei caratteri peculiari del popolo siciliano. Questo tema ha dato ampio spunto a sopraffini studiosi come Leonardo Sciascia, Giuseppe Pitré, Salvatore Salomone-Marino, creando opinioni diverse fra loro ma tutte concordi con il rischio insito nella pietà popolare: quella cioè di essere considerata cultura minore e per questo di essere dimenticata.  Oggi il popolo continua a manifestare il bisogno di far festa, di incontrarsi, di fare esperienza della gioia eterna e tutto questo può diventare occasione di evangelizzazione sé ad alimentare la devozione non sono solo i sentimenti ma qualcosa di più. Dello stesso parere è don Vittorio Rocca, decano dal 2016 della basilica di S. Sebastiano, il santo inneggiato come il “comandante” la cui festa si è svolta recentemente.

 Dove nasce il senso di fare festa?

“Il popolo ha bisogno di far festa per riscoprirsi più popolo. È questa la caratteristica della religiosità popolare: non si tratta di una religione ufficiale ma un modo attraverso cui è il popolo stesso che si fa festa. Dice Papa Francesco nell’Evangelii gaudium che ogni qualvolta il popolo fa festa evangelizza se stesso. Quindi noi dobbiamo guardare alla pietà popolare con molta simpatia: negli anni passati c’era un certo senso di diffidenza nei confronti delle feste popolari ma oggi la Chiesa ha compreso che in questi eventi c’è una forza evangelizzatrice. Sono convinto che le feste popolari sono eventi provvidenziali, di gioia, momenti che vanno capiti, letti e compresi ma di cui non possiamo fare a meno.”

Come si spiega questo forte legame tra il Santo e i suoi devoti?

“La festa di San Sebastiano è la festa del popolo di Acireale. Non c’è un’altra festa capace di coinvolgere tutti, dai dotti ai meno dotti. È molto indicativo il fatto che è posta all’inizio dell’anno e in un certo senso è come se i devoti ricominciano le proprie attività sotto la protezione del Santo. San Sebastiano è molto lontano come storia ma questa lontananza è allontanata dal popolo che lo sente sempre accanto a se. C’è un movimento di devoti continuo e noto tanti giovani che si avvicinano, la maggior parte di loro sotto la festa, ma durante l’anno c’è sempre qualcuno che viene a pregare, a sostare, a meditare dinanzi alla cappella, segno che ancora oggi questo Santo chiama.”

Parliamo di gesti e riti. A cosa mirano e cosa rappresentano questi per la gente?

“Proprio nella cultura popolare il segno è essenziale. Quando parliamo di religiosità popolare, non intendiamo certo una fede intellettuale! È una fede immediata, semplice, che si esprime con i sentimenti. La festa di San Sebastiano ha tanti segni. Uno di questi è indossare il fazzoletto benedetto, un altro è la fascia, tutti segni semplici ma che la gente vede, tocca e pratica. Ma potrei dire di più: il vero segno della festa di San Sebastiano è la gente. La gente che non lascia mai solo il Santo lungo il giro. Tra le feste che io ho avuto modo di vedere quella di San Sebastiano si distingue perché il Santo non è mai lasciato solo. Tutto questo è straordinario se consideriamo che il giro dura dodici ore.”

La festa non è solo sentimento. Almeno così dovrebbe essere…

“Importante è educare al vero senso della festa dando dei contenuti. Cioè oltre al sentimento immediato c’è bisogno di una formazione che va coltivata. Quest’anno abbiamo proposto e organizzato conferenze sulla figura di Sebastiano come cittadino e come cristiano, la presentazione di un libro in dialetto sulla vita del Santo. E ancora una conferenza sulla facciata della basilica, esempio di narratività barocca, e una la mostra sui fercoli della devozione. Anche lo stesso triduo può diventare un momento culturale e non solo religioso. Le giornate sulla pace, per i bambini e la carità, hanno lo scopo di aiutare i fedeli e i devoti ad andare oltre al sentimento immediato e a crescere in una dimensione più profonda di fede. Il Santo non è solo intercessore uno a cui chiedere delle grazie ma è anche un modello di vita da seguire”.

Qual è il suo augurio ai devoti di San Sebastiano?

“Vedere in Lui un esempio di coerenza, coraggio, generosità. San Sebastiano ha una particolarità: esso si presenta nudo ma allo stesso tempo sorridendo. Sembra essere assolutamente sconfitto e umiliato ma nonostante tutto è sorridente. Ecco un esempio di come affrontare le avversità della nostra vita! Per questo lo chiamiamo il “comandante”: perché ci da forza per superare le difficoltà e le prove della nostra vita”.

Domenico Strano