Interviste / Barbara Condorelli: “La fede dei giovani appare debole e relativa. In tanti affermano: Cristo sì, Chiesa no”. Da rilanciare il ruolo degli educatori

Barbara Condorelli, sociologa,  insegnante di religione al Liceo Classico Gulli e Pennisi di Acireale, dove svolge anche il ruolo di vice preside, responsabile  regionale dell’Insegnamento della Religione Cattolica e vice responsabile dell’Ufficio IRC della Diocesi di Acireale, ha tenuto recentemente una relazione, nella Basilica di San Sebastiano, su “I giovani e la religione/religiosità: quali sfide per la Diocesi di Acireale”  nell’ambito del calendario degli incontri culturali.
L’abbiamo intervistata sul suo saggio, cercando di focalizzare i risultati emersi.

Barbara Condorelli

Quali sono i criteri utilizzati per arrivare a definire la religiosità dei giovani oggi?
Da una prima immediata risposta, si può certamente affermare che nonostante i giovani «navigano» tra esigenze del mercato globale e bisogno profondo di unitarietà, vivono una nuova forma di ateismo, non più ideologico ma esistenziale (cfr. A. Matteo). Vivono in un’era dove sembra che la fede non interessi più, dove si rimane indifferenti alla ricerca di Dio. Dato sovente ripreso nel Documento preparatorio al Sinodo, in quanto si preoccupa del fatto che i giovani stanno imparando non più, come qualche tempo fa, a vivere “contro”, ma a vivere “senza” quel Dio narrato dal Vangelo, nella chiesa. “Un Dio inutile”, per citare il titolo di un saggio di Borghi. Un Dio svuotato di contenuti – senza religione.
Anche tra coloro che si dicono credenti, cristiani, la loro fede appare debole, a corto respiro, incapace a manifestare quella forza che cambia la vita, il modo di pensare, sentire ed agire. Si diffonde sempre di più una religiosità senza nome, dai mille volti che attrae per la sua determinatezza ed adattabilità, come una risposta facile e poco compromettente per la ricerca di significato e di trascendenza che ognuno comunque porta con sé e che l’epoca contemporanea non ha saputo cancellare. É un Dio “a modo mio”, così come viene esemplificato dall’ultima ricerca sulla religiosità dei giovani promossa dall’Istituto Tonioli  dell’Università Cattolica. La religione diventa una ricerca soggettiva, individualistica e gratificante che non si identifica nell’esperienza di fede capace di produrre una certezza superiore, ma si colloca in un desiderio di speranza che assume contorni sempre più soggettivi, lontani da qualsiasi riferimento comunitario. Cristo sì – Chiesa no.
Oggi credere o non credere in Dio sono due variabili soggettive egualmente valide, indimostrabili ed indifferenti. Più che il vuoto di Dio la cultura odierna ha generato Dio come vuoto, privo di contenuti.
I giovani acesi, se si dovesse dare una definizione semplice, risultano religiosi o no?
Il giovane di oggi, anche il giovane acese,  è aperto ad una religiosità generica, imprecisa che non comporta l’adesione ad un determinato corpo di dottrine e di precetti, tale che può sconfinare sia nella più totale indifferenza per il fatto religioso, sia nel sincretismo delle più disparate religioni. Oggi ci si può sentire di credere in un Dio “mosaico”, composto da più elementi sincretistici, domani lo si può tranquillamente ignorare perché si è già optato per un’altra soluzione che scaturisce sempre dalle proprie esigenze personali. É una fede che viene aggiustata secondo le esigenze del momento. Una fede comunque slegata da qualsiasi riferimento comunitario, dove la Chiesa viene vista, anche per l’immagine distorta che ne danno i media, come una realtà completamente estranea, lontana e quasi completamente assente. É una fede, o meglio una religiosità, legata spesso ad una  visione  infantile, la cui memoria risale al periodo dell’infanzia o della preadolescenza.
Il processo di secolarizzazione ha toccato anche i  giovani  della nostra Diocesi, però, così come si evince da una ricerca condotta da Vincenzo Bova e Daniela Turco, presentata qualche giorno fa nella Diocesi di Ragusa, sulla religiosità in un’aerea del Mezzogiorno d’Italia, appunto Ragusa, una certa religiosità o appartenenza alla Chiesa Cattolica dei giovani del sud ancora tiene e mostra una tenuta che in altre parti d’Italia non è presente. Del resto questo lo vediamo anche con l’alta percentuale di alunni avvalentesi all’IRC presente nelle nostre scuole. Più del 98% gli alunni delle città del sud sceglie questo insegnamento. L’IRC risulta essere una materia che piace; durante l’IRC gli studenti infatti si sentono  più veri, si mettono in ascolto dei loro stessi bisogni educativi.

Seguono la famiglia, i genitori in particolare, nella pratica religiosa?
I ragazzi di oggi possono essere definiti dal punto di vista dell’appartenenza religiosa,  i figli della “seconda generazione”, cioè quei ragazzi  le cui famiglie già sono state toccate dalla secolarizzazione e vivono distanti da qualsiasi riferimento ecclesiale.
Non è necessario ricorrere, infatti, a dati statistici o ad analisi sociologiche scientifiche, per comprendere che, nella nostra società e nelle nostre famiglie, sono venuti meno quei pilastri e quei paradigmi interpretativi  che erano alla base della  società del passato. Le trasformazioni che ha subito la società, hanno fatto sì che Famiglia, giovani, lavoro, comunità, religione, chiesa, etnia, agenzie educative, politica, etc., possono essere oggi interpretate  solo se ricondotte all’interno di una caratteristica che non è provvisoria e passeggera, ma è strutturale e permanente ed è proprio quella della complessità sociale. Non vi è, infatti, un solo punto dal quale sia possibile abbracciare e dominare tutta la realtà sociale, ma esistono molteplici osservatori e di conseguenza molteplici punti di vista dai quali guardare la realtà varia e poliforma. La complessità tocca tutti, piccoli e grandi, e se nel contesto sociale la complessità ha relativizzato tutto, nel contesto ecclesiale la complessità ha toccato il processo con cui vengono trasmessi i valori.
In questo quadro si colloca un fenomeno tipico della postmodernità che è fortemente presente nella cultura:“l’indifferenza”, intesa come atteggiamento all’interno del quale non c’è spazio per il raggiungimento dei valori autentici, universali e definitivi. L’affermarsi della soggettività pone tutte le proposte di valori sullo stesso piano, cosicché contemporaneamente nulla è più vero e nulla è più falso. Tutte le proposte vengono collocate su un medesimo piano ed osservate con uno sguardo distaccato e lontano all’interno di una cultura dell’indifferenza. Non si esclude l’esistenza di una verità, ma si preferisce non prendere una posizione definitiva. In questo orizzonte si inquadra il problema della trasmissione dei valori e dei valori religiosi ai giovani da parte delle famiglie.

Hanno degli altri esempi (Papa Francesco, altre figure di oggi e di ieri)?
Certamente Papa Francesco rappresenta un modello significativo per i nostri giovani, e questo a dimostrazione del fatto che oggi più che mai hanno bisogno di  testimonianza e la testimonianza che dà Papa Francesco è quella che tocca i cuori, che smuove le coscienze, che riesce a comunicare con i loro linguaggi, che incrocia i bisogni educativi dei ragazzi oggi.
I nostri giovani non sono diversi da quelli del passato in termini di bisogni educativi e di ricerca di felicità, hanno semplicemente bisogno di maestri, di testimoni, di educatori che riescono con molta pazienza ad introdurli nella realtà e a fargli scoprire il senso vero della vita e Papa Francesco è uno di questi.

Come vedono le feste religiose popolari, come quelle della Patrona Santa Venera e del Compatrono San Sebastiano?
Ogni anno che passa, si sta registrando un aumento di giovani coinvolti sempre più nelle feste religiose popolari, crescono di numero i giovani devoti a San Sebastiano o a Santa Venera. Questo perché?   A dimostrazione di quanto detto precedentemente, i ragazzi oggi hanno bisogno più che mai di modelli, certo l’adesione alle feste popolari religiose scaturisce anche da altri fattori che incidono in modo significativo in questa società “plurale”, però il confronto con Maestri e Testimoni della fede oggi rappresenta per i giovani un riferimento importante  da non trascurare.

–  Di fronte a questa realtà qual è allora la strada da intraprendere?
Riappropriarsi del nostro ruolo educativo, la passione, l’impegno educativo sono la risposta alla fragilità che tutti stanno sperimentando oggi e soprattutto i nostri giovani. Questi giovani così “fragili e così preziosi”. Questo è infatti il motto del Sinodo sui giovani che si terrà tra qualche mese.
Il criterio fondamentale assolutamente decisivo in questo itinerario  è che l’educazione è un problema di testimonianza.
La nostra generazione è chiamata ad una responsabilità grande, se è vero che il Cristianesimo è quell’incontro che può dare senso a tutto, al nostro bisogno di felicità, allora è anche vero che quell’incontro lo dobbiamo fare fare anche ai nostri figli. Dobbiamo offrire loro  le ragioni del credere in un tempo del non credere.
La fede è una necessità umana, non è possibile vivere senza fidarsi degli altri. Non si può essere umani senza credere, credere è il modo di vivere la relazione con gli altri e non è possibile vivere senza vivere con e attraverso gli altri.
Chi educa alla fede deve essere affidabile, credibile.
Chi educa deve entrare in dialogo con gli altri. Mettersi in ascolto, avvicinarsi all’altro, sa donarsi all’altro. Quando siamo oggi in grado di avvicinarci ai nostri giovani rispettando la loro libertà?
Chi educa deve accogliere senza giudicare
Chi educa alla fede deve far emergere la libera scelta dell’altro
Questo ci deve far riflettere  che educare oggi, in una società laica e secolarizzata, rappresenta una sfida ancora più impegnativa, proprio partendo dal contesto in cui ci troviamo ad operare.
L’educatore deve essere generativo, cioè capace di rieducarsi incessantemente con creatività e generosità. L’educazione si può però realizzare all’interno di un contesto di alleanza educativa, dove i diversi attori che contribuiscono alla trasmissione dei valori diventino testimoni e non solo spettatori di un processo che ha come compito quello di introdurre le giovani generazioni  nella realtà.

Giuseppe Vecchio

 

 

 

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