Le ricorrenze di inizio novembre con Papa Francesco. Santità e fine dei giorni, ma con fiduciosa speranza

Gioia e lacrime nelle due ricorrenze che aprono il mese di novembre: la memoria di tutti i santi e il ricordo delle persone che non ci sono più. Due feste per riflettere sul cammino di ogni credente, da un lato chiamato a tendere verso la santità, nella sua esistenza terrena; dall’altro la coscienza che il tempo a nostra disposizione è limitato, come la sabbia dentro l’ampolla della clessidra. I giorni scorrono, come i granelli: uno dopo l’altro, senza soluzione di continuità. Fino all’ultimo giorno.

santiL’immagine è quella del Giudizio universale che Michelangelo ha affidato alla sua abilità pittorica sulla parete di fondo della Cappella Sistina. Sembra, almeno così racconta il Vasari, che quando Papa Paolo III Farnese vide l’opera finita, cadde in ginocchio, pronunciando le parole: è questo ciò che ci attende. Giovanni, nel suo Vangelo, ci ricorda che Gesù è venuto per fare “la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo resusciti nell’ultimo giorno” . Ecco allora che il dolore, le lacrime, accompagnano sì la nostra esistenza, ma la prospettiva che abbiamo di fronte è tutt’altra: la morte non viene allontanata, o resa meno drammatica, ma deve essere vissuta nella prospettiva della speranza, di quella Gerusalemme celeste che attende i nostri passi. Al Signore il teologo passionista Antonio Rungi, chiede, nella sua preghiera, di non guardare “alle tante povertà, miserie e debolezze umane, quando ci presenteremo davanti al tuo tribunale, per essere giudicati per la felicità o per la condanna […] Nessuno dei tuoi figli vada perduto nel fuoco eterno dell’inferno, dove non ci può essere più pentimento”.

Bella l’immagine del Giudizio michelangiolesco: Cristo che, alla sua sinistra, ha San Pietro pronto a riconsegnare le chiavi, e Maria, a destra, sguardo triste, perché tutto è compiuto, e non ha più tempo per intercedere per coloro che a lei si rivolgono, anche se, ricorda Dante nella sua Divina Commedia, molto spesso la madre liberamente anticipa la richiesta di chi a lei si rivolge. Maria “ci sostenga nel quotidiano pellegrinaggio sulla terra – afferma all’Angelus il Papa – e ci aiuti a non perdere mai di vista la meta ultima della vita che è il Paradiso. E noi, con questa speranza che non delude mai, andiamo avanti”. In questo giorno “siamo chiamati a ricordare tutti, anche quelli che nessuno ricorda”, perché “la morte non è l’ultima parola”. Gesù parla di un “ultimo giorno”, un termine della storia che però apre la porta ad un altro tempo dove Dio sarà tutto in tutti. È ciò che San Giovanni Paolo II definiva, nella lettera agli anziani, il “passaggio di vita in vita”. San Francesco la chiamava “sora (sorella) nostra morte corporale”.

Spesso cerchiamo di esorcizzare la morte, evitando di parlarne, come già diceva Blaise Pascal quando ricordava che “gli uomini, non avendo nessun rimedio contro la morte, hanno stabilito, per essere felici, di non pensarci mai”. Ma Seneca il giovane nel “De brevitate vitae” ricorda che “ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire”. Quante volte momenti difficili della nostra esistenza, malattie, difficoltà che ci sembrano insuperabili, ci portano a pensare che siamo sulla soglia del baratro, pronti a precipitare, dunque a morire. Eppure sappiamo che al venerdì, la morte di Cristo in croce, segue la domenica, la gioia della risurrezione.

Questa “fiduciosa speranza”, afferma Francesco, è radicata “nella certezza che la morte non è l’ultima parola sulla sorte umana, poiché l’uomo è destinato a una vita senza limiti, che ha la sua radice e il suo compimento in Dio”. E la preghiera presso le tombe dei nostri cari ci ricorda tutto questo. In questo giorno la preghiera va a tutti, afferma il Papa all’Angelus: “ricordiamo le vittime delle guerre e delle violenze; tanti ‘piccoli’ del mondo schiacciati dalla fame e dalla miseria, ricordiamo gli anonimo che riposano nell’ossario comune. Ricordiamo i fratelli e sorelle uccisi perché cristiani; e quanti hanno sacrificato la vita per servire gli altri”.

Fabio Zavattaro

(Fonte: Agensir)

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Posted by on 3 novembre 2014. Filed under homepage,In evidenza,Società,Spiritualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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