La “filosofia” dei napoletani e la fine del mondo

Alla fine del mondo sono ormai abituato. Tutte le volte che ne sento parlare non mi fa né caldo né freddo. Quando stavo a Napoli la sentivo ripetere ogni momento dai napoletani i quali non davano segno di essere minimamente preoccupati. Anzi, sprizzavano entusiasmo. Per i napoletani tutto può essere “’a fine do munno”. Un caffè, una sfogliatella, un babà, una bella ragazza, ai suoi tempi un gol di Maradona e lo stesso Maradona. Più volte mi è capitato di sentir dire, anche per papa Wojtyla, “è ’a fine do munno”, e così per san Gennaro e Sofia Loren. E poi un panorama, una prima serata al San Carlo, una canzone di Roberto Murolo, l’orologio-patacca che cerca di ammollarti un venditore a Forcella, tutto “è ’a fine do munno”. Tanto sono abituati e in familiarità con la fine del mondo, che credo che quando verrà la fine, quella vera, troverà i napoletani tra le persone più impreparate, materialmente e spiritualmente. Per loro è una cosa normale, quotidiana, perché mai dovrebbero prepararsi? Con tutta probabilità accoglieranno la notizia col solito entusiasmo: “È ’a fine do munno!”. E con questa filosofia attenderanno rassegnati l’evento fatale

Chi invece la fine del mondo l’ha presa sul serio, perfino troppo sul serio, sono i cittadini russi. Francamente non ce l’aspettavamo. I russi, per tipologia umana, sembrano tutti ben piantati… a terra, e dunque poco inclini a credere a queste storie dell’ennesima fine del mondo. E invece no, questa volta alla “storia” dei Maya i russi hanno dato ampio credito tanto è vero che in Russia e nelle vicine repubbliche ex sovietiche sono andati a ruba i “kit di sopravvivenza” con l’immancabile boccetta di vodka e quanto altro può servire alla bisogna di chi ottimisticamente spera di salvarsi dalla fine del mondo.

Non sorprende l’atteggiamento delle autorità cinesi, le quali quando si tratta di punire coloro che disturbano l’ordine sociale non vanno tanto per il sottile e così hanno messo in prigione quattro persone che in una città del sud-ovest della Cina andavano annunciando a mezzo di megafono la fine del mondo. C’è da sorprendersi, semmai, del fatto che lo spiccato senso commerciale dei cinesi non abbia suggerito loro d’invadere i mercati mondiali con i kit di sopravvivenza. Un affare colossale, viste le dimensioni della sindrome da “fine del mondo”. Se non per questa fine, vedrete ci penseranno alla prossima.

In conclusione sento il dovere di chiedere scusa al lettore se questo pezzo non “fila” molto. Ma sono stato interrotto sul più bello dalla telefonata di un caro amico di Napoli che non ha trovato momento più opportuno per comunicarmi la “notizia” di aver preparato il presepio. Per un senso di cortesia non ho potuto fare a meno di chiedergli se era venuto bene. “È ’a fine do munno!”, è stata la sonora risposta che ancora mi rintrona nell’orecchio.

Piero Isola