Mondo / L’attacco militare turco contro i curdi di Siria

Una rara unanimità politica, sia in Italia che nel resto d’Europa. Da tempo un evento internazionale non suscitava reazioni così concordi.

Parliamo dell’offensiva turca nel nord della Siria, resa possibile dal via libera del presidente americano Trump il 7 ottobre. Praticamente nessuno ha avuto parole morbide per l’azione di Ankara. L’attacco è infatti diretto principalmente contro i curdi, che nella fascia settentrionale della Siria esercitano di fatto un’autorità parastatale, con alterne vicende, dall’inizio della guerra civile nel Paese mediorientale.

I curdi siriani sono stati per lunghi tratti la principale forza a contrapporsi all’espansione dello Stato Islamico (Isis) tra Siria e Iraq. Almeno contando gli sforzi profusi e la disponibilità a combattere sul terreno, che l’Occidente non ha mai voluto dare. Non solo, ma i curdi suscitano particolare empatia anche per la loro storia – quella di un popolo senza Stato, probabilmente il più grande del mondo (dai 30 ai 40 milioni di individui). Le aspettative curde sono sempre state tradite, almeno da un secolo a questa parte: lo “sgambetto” di Trump (per di più condito da surreali sberleffi, come l’accusa di non aver aiutato gli americani durante lo sbarco in Normandia) è solo l’ultimo di una lunga serie di tradimenti.

Ecco perché, in estrema sintesi, ci si sta indignando particolarmente per i fatti di questi giorni. Ed è giusto farlo, secondo il parere di chi scrive. Tuttavia, nel fiume di accuse nei confronti dei turchi, si stanno rischiando almeno due cose: un errore di valutazione e un’ingiustizia.

L’errore è rinunciare all’analisi e credere, come molti stanno realmente facendo, a un improvviso moto di pazzia sanguinaria da parte di Erdogan. Un atteggiamento che si oppone all’analisi dei fatti, al di là della loro ovvia condanna.

La Turchia non ha messo solo ieri il piede in Siria. Si trova lì ormai da anni, prima contrastando il regime di Assad (tramite il finanziamento di gruppi di opposizione, jihadisti o meno), poi – constatata la propria sconfitta politica e militare – accordandosi coi vincitori della guerra, la Russia e l’Iran. Ma al di là degli schieramenti, perché la Turchia è così interessata a stare in Siria?

Essenzialmente per tre ragioni: perché vi confina, perché ha l’opportunità di ristabilirsi parzialmente in territori perduti con la Prima guerra mondiale, e soprattutto perché nelle regioni settentrionali del Paese si trovano molte basi del Pkk, nemico giurato di Ankara e in stretta alleanza con i curdi siriani.

Senza andare qui a ripercorrere la storia dell’organizzazione, basti sapere che il Pkk ha condotto per decenni una guerra senza quartiere contro i vicini turchi, soprattutto in forma terroristica. Le migliaia di morti civili turchi (ovviamente “ricambiate” da rappresaglie di analoga violenza) costituiscono un peso molto grande nella coscienza storica del Paese anatolico. E soprattutto spiegano perché la mossa di Erdogan, per quanto criminale, compatta l’opinione pubblica turca e persino i partiti di opposizione. Tutti ansiosi di distinguere la popolazione curda (comunità etnica molto consistente in Anatolia, e per la quale ovviamente non è in programma alcun genocidio) dai “terroristi”. Ad oggi, per ulteriore chiarezza, l’Akp (il partito di Erdogan) resta la forza politica più votata dai curdi di Turchia.

Fin qui, a grandi linee l’errore di valutazione che gli europei stanno commettendo nei confronti della Turchia: credere cioè che l’offensiva sia una follia di Erdogan, e che finirà per ritorcerglisi contro sul piano interno.

Il tasto più dolente, però, è quello dell’ingiustizia. Che riguarda quegli altri milioni di siriani (senza contare gli yemeniti, etc.) per i quali non è stata organizzata alcuna mobilitazione internazionale. Non è certo un problema di benaltrismo, ma appunto di giustizia. E se vogliamo, di etnocentrismo.

A Idlib, non distante da Manbij, Kobane e le altre città simbolo del Kurdistan siriano, si combatte ormai da anni una guerra d’accerchiamento, volta ad annientare le ultime sacche di resistenza contro l’ormai vittorioso regime di Assad. Come i civili curdi, tra i quali si nascondono affiliati al Pkk, anche tra i civili di Idlib vi sono i jihadisti (ma non dello Stato Islamico) – se questo può voler dire qualcosa. Ma a differenza dei curdi, gli arabi-siriani di Idlib riscuotono molta meno simpatia da parte occidentale. Forse per l’assenza di storiche rivendicazioni statali, o per non aver combattuto (se non per brevi tratti, e fuori dai riflettori) contro l’Isis. Ma soprattutto perché manca, nella città nordoccidentale della Siria e nei suoi dintorni, un modello sociale progressista come quello del Rojava.

In ultima analisi, manca lì un elemento di immedesimazione che possa scuotere l’ignavia della nostra società. Disposta a sopportare decine di guerre alla volta, a condizione che siano lontane dagli occhi (e dal cuore), e che coinvolgano popolazioni quanto più dissimili dalla nostra. Per i curdi, grazie alla loro forte immagine nel mondo, non è così. Ma neanche questo vantaggio di partenza è garanzia di un aiuto esterno: con tutta probabilità, l’Europa farà per qualche giorno la voce grossa con la Turchia senza alcuna azione concreta per fermare la guerra. Limitandosi a qualche atto simbolico – come la cessazione della vendita di armamenti ad Ankara – per lavarsi la coscienza e placare la propria opinione pubblica, in subbuglio come avviene ormai (appunto) raramente per queste cose. Azioni più forti non sembrano in agenda.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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