Le elezioni nella più grande democrazia del mondo

Come sono andate le elezioni in India e perché Modi è stato riconfermato premier del grande Paese asiatico

India’s Prime Minister Narendra Modi waves towards his supporters during a roadshow in Varanasi, India, April 25, 2019. Photo: Reuters

Si sono concluse da poco le elezioni in India, il Paese che – per numero di abitanti – può essere considerato come la più grande democrazia del mondo. Un processo elettorale lungo oltre un mese, reso lento e ineffiiente sia dall’enorme mole di elettori chiamati alle urne (900 milioni) sia dall’arretratezza del sistema, specie in alcune aree meno accessibili.

Vincitore incontrastato della tornata è Narendra Modi, presidente uscente e riconfermato con una maggioranza schiacciante (353 seggi su 543), molto più ampia di quella avuta a disposizione nella scorsa legislatura.

I risultati hanno smentito chi, soprattutto da Occidente, prevedeva un’affermazione meno netta di Modi. Credendo che il populismo di quest’ultimo avrebbe prevalso solo nelle campagne e tra le fasce più disagiate della popolazione, mentre invece ha raccolto ampi consensi anche nelle grandi città e tra chi veniva considerato come un elettore tipo del principale partito di opposizione, il Congresso Indiano.

Un partito, quest’ultimo, che dopo aver fatto la storia dell’India sembra essersi avviato a un irreversibile declino. Dovuto in parte agli scandali di corruzione, ma in particolar modo alla sua scarsa capacità di lettura degli eventi – che del resto caratterizza anche altri partiti progressisti nel mondo.

Quanto al vincitore, dati i larghissimi consensi ottenuti – pressoché privi di precedenti – cadono automaticamente le accuse di rappresentare un elemento di divisione all’interno della società indiana. Accuse provenienti dalla stampa internazionale (il Time lo aveva definito “il divisore in capo”, appunto) e che tuttavia non hanno trovato riscontro nella compattezza con cui gli indiani hanno confermato il proprio leader, al di là di ogni settarismo.

Chi può osservare più da vicino le cose ha avuto modo di notare come il populismo di Modi non sia corrisposto – come avvenuto in altre parti del mondo – a un’incapacità politica e amministrativa del suo governo, anzi. I progressi ottenuti in vari campi (dai servizi energetici all’accesso al credito, passando per una pubblica amministrazione molto più efficiente che in passato) sono andati a beneficio delle classi sociali più svariate, dalle più povere a quelle intermedie. In più, una nuova assertività in politica estera ha rafforzato il senso di orgoglio e di identità nazionale degli indiani.

A fronte di tutto questo, non si poteva credere che le accuse di autoritarismo del partito di Modi potessero realmente far presa sui suoi elettori. Specie in un paese in cui il fascismo non è un tabù come in Occidente. L’opposizione, se vorrà contare qualcosa e scongiurare così i pericoli di una deriva autoritaria, dovrà cambiare schemi e linguaggio, aprirsi di più alle altre caste (il Congresso è dominato da quelle più alte) e provare a battere Modi sul suo stesso terreno. Ovvero quello delle riforme, delle conquiste sociali e dell’orgoglio nazionale.

Una cosa per il momento è certa, tuttavia. L’India non è più il Paese della famiglia Gandhi.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice.