Leggere è pensare / I cento anni di Spoon River: un poema in grado di contenere in sé ogni realtà umana

E adesso dai bastioni del tempo, ecco:1226312_423565_resize_597_334

tre volte trenta milioni di anime legate

nell’amore della più grande verità,

stanno rapite nell’attesa della nascita

di una nuova Bellezza

che sorga dalla Fratellanza e dalla Saggezza”.

Jacob, padre di un ragazzo morto in guerra, profetizza dalla tomba con le parole del poeta-avvocato Edgar Lee Masters (1869-1950), in quella che è la più famosa antologia di tutti i tempi, la Spoon River che compie oggi cento anni. L’edizione italiana di cui abbiamo tenuto conto è quella degli Einaudi Tascabili (493 pagine), curata e tradotta da Fernanda Pivano, con tre preziosi saggi di Cesare Pavese.

Il padre racconta il suo stato di beatitudine e di trasformazione radicale (“Io vedo con gli occhi dello spirito la Trasfigurazione/  prima che voi la vediate”) dopo il passaggio dei giorni mortali. Così come tanti altri, e questo è il dono della poesia, che raccontano la loro storia dal loro punto di vista, non quello dell’autore. E’ così che d’incanto tornano a parlare con i vivi i dolenti, i miseri, i ricchi infelici, le donne coraggiose e le fanciulle distrutte dai pregiudizi, i politici corrotti, le anime buone e gli ubriaconi. A leggere oggi questi epitaffi (il modello, amatissimo, dello scrittore statunitense fu l’Antologia Palatina) si ha ancora un’emozione, cosa che solo pochi capolavori riescono a dare.

E così che Aaron Hartfield, colui che possiede una lunga memoria e che ha il dono della fede assoluta nella riconciliazione degli uomini con Dio, può esclamare che “a noi venne il Consolatore/ e la consolazione delle lingue di fiamma”.

Ma Spoon River non è un poema religioso. È un poema e basta, in grado di contenere in sé ogni realtà umana, dalla disperazione alla  fratellanza, dal materialismo assoluto alla fede fino all’amore gratuito per gli altri, da profittatori a medici pietosi che curarono i poveri senza compenso alcuno.

Il miracolo dell’opera è proprio questo, nonostante abbia compiuto i suoi primi cent’anni. Riesce a dire ancora oggi la battaglia contro il materialismo (“Vi accorgeste che la libertà individuale/ è libertà dello spirito/ piuttosto che del ventre?”),  la convinzione di chi sostiene la necessità della forza in politica (“Una nazione non potrà mai andar bene,/ o fare del bene,/ se il forte e il saggio non hanno una verga/ da usare sugli stupidi e i deboli”), la saggezza di chi vede il mondo oltre se stesso (“La mente vede il mondo come una cosa staccata,/e l’anima rende il mondo come una cosa sola con se stessa”), chi, con richiami shakespeariani, sa “che c’è qualcosa nella Morte/ che ricorda l’amore” e che “c’è, tra gli spiriti, un unisono/ che ricorda l’amore” e chi si è lasciato prendere dall’idealizzazione dell’altro rimanendone deluso: “E dico a tutti, guardatevi dagli ideali,/ guardatevi dal dare il vostro amore/ ad anima viva”.

C’è chi, come George Gray, riconosce l’assoluta necessità di trovare un senso nella vita: “Dare un senso alla vita può condurre a follia/ ma una vita senza senso è la tortura”; vi sono richiami a guardarsi dall’eccessiva presenza della volontà nella vita, come consiglia Louise Smith: “Non lasciate la volontà farvi da giardiniere dell’anima”, che ricorda come quelli fossero gli anni della riscoperta di Schopenhauer, il filosofo che vedeva nel desiderio inesausto l’infelicità dell’uomo.

Qui c’è un mondo vivo, ancora oggi, che parla adesso agli uomini del dolore e dell’amore, delle contraddizioni e dei sogni violati, dei bambini stroncati dalle malattie prima di divenire grandi ai grandi che non sono apparentemente mai cresciuti a causa della maschera che il loro paese gli ha appiccicato addosso, come negli stessi anni scriveva il nostro Pirandello. Un mondo che emana talmente tanto fascino da diventare ispiratore di un disco, “Non al denaro non all’amore né al cielo” che De André realizzò nel 1971.

Ma c’è qualcosa d’altro che questa opera emana, da sempre, e tuttavia sempre con forme diverse: una profonda pietas autoriale, una partecipazione empatica per il destino di poveri e degli umili, mai detta apertamente, mai proclamata. E però parte integrante del mondo che dorme sulle sponde del fiume Spoon.

Marco Testi

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Posted by on 9 luglio 2015. Filed under Cultura,In evidenza,Recensioni. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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