Leggere è pensare / La versione di Kristeva: così la scrittrice individua il rapporto profondo tra psicoanalisi e religione

“La posizione dell’analista oggi sembra consistere nel restituire tutto il suo valore, terapeutico ed kristevaepistemologico, all’illusione. Vale a dire alla fede? Non esattamente”.

Julia Kristeva non è un nome conosciuto al grande pubblico, ma è stata ed è ancora oggi protagonista del dibattito culturale che sta al crocevia tra psicoanalisi, studio della lingua, dei segni, in breve di quella che è diventata una vera e propria disciplina, la semiologia. Pur dichiarandosi non credente, la scrittrice ha dedicato una grande attenzione alla dimensione della fede: grazie alla riedizione di “In principio era l’amore. Psicoanalisi e fede” (Il Mulino, 107 pagine) possiamo verificare uno dei punti forti di questa attenzione.

Quell’illusione di cui la Kristeva parlava all’inizio può essere letta in due modi diversi, anzi opposti. La fede è un’illusione? O lo è la cura psicoanalitica? Se la cura diviene riaffermazione dell’illusorietà, allora mette in discussione se stessa. Se propone la fede come soluzione allora ammette alcuni limiti. A meno che, sembra suggerire l’autrice, non ci sia una terza soluzione, la ridefinizione dei presupposti freudiani sulla religione. Il padre della psicoanalisi era convinto, come ricorda Massimo Recalcati nella sua introduzione, della dimensione nevrotica del fenomeno religioso, che porterebbe a immaginare un’esistenza dopo la morte per scongiurare il terrore del nulla. Da questo punto di vista la psicoanalisi non si pone più, come credono alcuni, in termini anti-positivistici (la scoperta dell’invisibile, vale a dire l’inconscio) ma proprio in quella direzione: tutto è materia e non c’è altro. La Kristeva sembra suggerire che questa analisi sia oggi rivedibile. Anche perché la psicoanalisi – per quanti sforzi si facciano per dimostrare il contrario – rimane al di qua della scienza esatta. Non a caso l’autrice fa riferimento alle scienze neurali, alla medicina, alla neuro-psichiatria come alleate – e non concorrenti – in un processo di riconsiderazione complessiva della mente e della cura.

L’impostazione di base è quella legata ai segni: essi sono importanti perché manifestano il profondo. In questa revisione opera il riconoscimento della inevitabile solitudine dell’essere (e qui si sente l’influsso di un filosofo come Heidegger), della relatività dello scientismo, perché quello che ci sembra razionale e reale oggi non lo sarà domani. Ma soprattutto c’è l’ammissione della importanza di trovare dei punti di riferimento nell’esistenza. Che qualcuno chiama illusioni, come Leopardi. Se servono, dicono alcuni studiosi, vuol dire che hanno un fondamento reale. Se le endorfine entrano in circolazione, se sto meglio, se entro in contatto con energie positive, vuol dire che sono realtà, in barba a quello che pensava il buon Freud. E quindi l’amore, la preghiera, non sono funzioni nevrotiche, ma hanno una loro dinamica “sana” che oltretutto affratella gli uomini anche nel dolore.

L’allieva un po’ “eretica” Kristeva mette infatti sul tavolo la questione della sofferenza: “Il Cristo abbandonato, il Cristo all’inferno, intende certo figurare la partecipazione alla condizione del peccatore da parte di Dio”.

La sensazione è che in questo libro si voglia tentare un avvicinamento alla religione, certo, ma restando in mezzo al guado pur sempre post-positivistico. Il discorso mutuato dalla ricerca sul linguaggio di un altro maestro, Lacan, rimane insomma ancorato alle premesse freudiane soprattutto per quello che riguarda l’importanza della sessualità. Il discorso di Jung, che prese le distanze da Freud proprio su questo problema, non è preso in considerazione, ma questo non è un fatto negativo: “Su di ciò di cui non si può parlare si deve tacere” disse una volta Wittgenstein. Fatto sta che anche la ricerca di Jung e di alcuni dei suoi seguaci ha portato ad un fecondo avvicinamento con il mondo religioso.

Nel libro della Kristeva il racconto fondamentale è quello della condivisione. Uno dei punti di contatto con il religioso è l’essere-per-l’altro: “Una parola d’amore è spesso il nostro solo modo – più efficace, più profondo, più durevole della terapia farmacologica e dell’elettroterapia – per rimediare a questo stato di cose dovuto certo al nostro destino biologico”.

Marco Testi

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Posted by on 15 luglio 2015. Filed under Cultura,In evidenza,Recensioni,Rubriche. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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