Leonilde si racconta: le passioni di una grande donna s’intrecciano con la storia della Repubblica

Mezzo secolo a Montecitorio, missione di tutta una vita, iniziata a soli 26 anni nella “Commissione dei 75” che diede vita alla Costituzione. Trent’anni dopo sarà la prima donna a salire sullo scranno più alto di Presidente della Camera. E a restarci – altro primato insuperato- per tre legislature. La sua passione politica e umana è divampata in quei corridoi, in quell’aula, dove ha combattuto mille battaglie e incontrato l’uomo del destino. Con Leonilde. Storia eccezionale di una donna normale, atto unico di Sergio Claudio Perroni, il Teatro Stabile di Catania rende omaggio a Nilde Iotti e alla sua lunga militanza, divenuta emblema dell’Italia repubblicana. Il raffinato allestimento di gusto kantoriano è firmato dal regista Roberto Andò, Giovanni Carluccio per le scene e i costumi, Marco Betta per le musiche, Franco Buzzanca per le luci. Lo spettacolo sarà a Catania al Teatro Ambasciatori dal 15 al 27 maggio 2012

            Tra squarci intimistici, sentimento dolente e acuta satira, l’affilata penna di Perroni costruisce un ampio monologo, tratto dall’omonimo suo testo edito da Bompiani. Sola in scena, Michela Cescon incarna la testimonianza di una moderna eroina, simbolo dell’emancipazione femminile, autorevole esempio di quella caratura politica che fatica oggi a trovare eredi. E ripercorrendo la propria esistenza, Leonilde rievoca tappe cruciali del Novecento, i temi fondanti della nostra contemporaneità, dal Fascismo alla Seconda Guerra Mondiale, dalla Resistenza alla nascita della Repubblica, dalla Costituzione alla conquista dei diritti delle donne. La produzione si inserisce perciò a pieno titolo nel cartellone “Donne, l’altra metà del cielo”, che il direttore dello Stabile Giuseppe Dipasquale ha dedicato all’universo femminile.

            Presentato in anteprima con vivo successo nel 2011 al Festival di Spoleto, nell’ambito delle iniziative dedicate al centocinquantenario dell’Unità d’Italia, lo spettacolo disegna la parabola di una personalità femminile determinata e risoluta, per quasi vent’anni compagna di Palmiro Togliatti, legame che diviene pubblico nel 1948, nell’ora drammatica in cui il grande uomo politico, il suo uomo, rischia la vita in un attentato. Per lei il leader comunista si separa dalla moglie partigiana: decisione osteggiata dagli stessi vertici del partito, ma che la coppia consolida con l’affiliazione della piccola Marisa, orfana e privata pure della sorella, morta insieme ad altri operai in uno scontro con le forze dell’ordine.

            In un’Italia ancora bigotta, Nilde Iotti rivela un’elevata statura morale e intellettuale che la induce ad anteporre i sentimenti al perbenismo, difendendo coraggiosamente il valore delle proprie scelte. Sottolinea Perroni: «Una vita densa di passioni non solo politiche, di intrighi, rinunce, conquiste e sentimenti, strettamente intrecciata, e a volte perfettamente coincidente, con i drammi, le conquiste e le contraddizioni dell’Italia di quegli anni. La vita, insomma, di chi l’abbia intrecciata a un ruolo e non riesca sempre a distinguere quale dei due sia funzione dell’altro». E ancora: «Mi ha sempre affascinato la tempra drammaturgica di Nilde Iotti, l’agguerrita soavità con cui, tra la fine del fascismo e la morte di Togliatti, questa “regina plebea” seppe reagire alle invidie e alle insidie di una corte che non le perdonava i tanti successi, primo fra tutti quello di essere amata dal capo del Pci. Tenace, incrollabile e “sempre da sola”, Leonilde rispose colpo su colpo con altri successi ancora, per sé e per il proprio popolo, fino all’incoronazione in Montecitorio.»

            «L’autore – evidenzia il regista Roberto Andò –ci consegna il fantasma di una biografia esemplare, dove vita e politica sembrano illusoriamente coincidere, persino troppo. Lo scrittore è attratto dalla traccia biografica, dal nascosto che bracca ogni vita, dall’evanescenza che, a posteriori, siglerà la vera autorevolezza di quella vita. Perroni ci consegna la biografia come “gioco scenico” alla Max Frisch, nel punto non emendabile in cui ogni fallimento è anche una possibile vittoria. E ci invita a celebrare una sorta di solenne esequie della politica in Italia attraverso uno dei suoi più alti emblemi. Non si potrebbe evocare meglio il vuoto lasciato da una grande generazione di italiani, quelli usciti dal fascismo e dalla guerra, quelli della rinascita e della Costituzione, quelli che ci sono stati madri e padri. Come essere all’altezza di quell’energia, di quella semplicità? Dopo di loro, cosa si è reciso per sempre, e perché?»

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