Libia, quanto sangue ancora?

Il fermento del mondo arabo e nordafricano di questo periodo è certamente una straordinaria occasione di partecipazione. Ci si chiede però se l’esito di questo passaggio sarà quello dell’affermazione della democrazia o se i vuoti di potere determinati durante il cambiamento saranno occupati da nuove élite autoreferenziate e nuove dittature. Particolare preoccupazione destano i timori di un affermarsi dei movimenti fondamentalisti che, in collegamento con l’attuale potere iraniano, potrebbero avvelenare l’aria dei tanti Paesi a maggioranza musulmana e dell’intero pianeta.

Se una sottovalutazione del problema rischia di non prevenire in tempo le degenerazioni, analogo danno può venire da una sottolineatura eccessiva di questo pericolo. Vi è una terza condizione che può favorire l’affermarsi di élite totalitarie e fondamentaliste: la confusione e il disfacimento degli apparati statali che la degenerazione bellica giocoforza determina. Questa è la scelta di Gheddafi che, di fronte alla piazza, anziché lasciare il potere decide di attaccare quella stessa popolazione da cui si faceva chiamare “fratello” e “guida”. In questi giorni ascoltiamo notizie alterne sull’andamento di quella che l’ex rais libico ha voluto a tutti i costi trasformare in una guerra civile. Ogni attacco, ogni colpo che distrugge una casa, ogni sparo che uccide un uomo creano una ferita che alimenta rancore. Quando dalle piazze salivano solo parole o al massimo pietre era possibile avviare una riconciliazione per costruire il futuro insieme. Ora il sangue rende tutto più difficile.

Che fare? Un intervento internazionale sembra non più rinviabile. Gli Stati Uniti sono attivissimi sul piano diplomatico bilaterale e multilaterale e sembrano favorevoli all’invio almeno di forze di interposizione sotto l’egida dell’Onu. Il segretario generale della Nato ne ha parlato mettendo a disposizione le risorse dell’alleanza. In questo quadro l’Italia, per i mille legami con la Libia, dovrebbe recitare un ruolo privilegiato. Ma le relazioni spregiudicate degli ultimi anni a nulla valgono ora, con Gheddafi che coglie ogni occasione per accusare e disprezzare “gli italiani” per quanto sta accadendo. Il ministro degli Interni che ammonisce gli americani a “darsi una calmata”, spiega che “noi siamo qui, l’Europa è qui. È meglio che ce ne occupiamo noi”. Il fatto è che ce ne siamo occupati e oggi si vedono i risultati. Ben Alì è un prodotto italo-francese. Con dichiarazioni di questo tipo continuiamo a seminare vento. Occorre costruire consenso internazionale e intervenire rapidamente. Il sangue che scorre in Libia è vero, non è l’illusione di un videogame da giocare la domenica pomeriggio.

Riccardo Moro