Lotta al terrorismo / Gli Usa stanziano 50 miliardi di dollari per le intercettazioni, ma l’Isis…

 

intercettazioni Isis
Michael Brenner

La riforma vuole cambiare le regole di un’agenzia di intelligence, l’Nsa, messa duramente sotto accusa nel 2013 dalle rivelazioni dell’ex dipendente Edward Snowden. Le perplessità di Michael Brenner, professore emerito di Relazioni internazionali alla University of Pittsburgh: “Non siamo stati capaci di bloccare per tempo l’Isis. E allora a che ci sono serviti tutti quei dati?”.

La National Security Agency, l’organismo governativo americano che insieme all’Fbi e alla Cia si occupa di sicurezza nazionale, non può più intercettare milioni di americani alla luce di una nuova legge chiamata “Usa Freedom Act” approvata dal Congresso e firmata dal presidente Barack Obama martedì scorso. Si tratta del primo tentativo di regolare il fitto e controverso sistema di sorveglianza messo in atto dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. E la riforma vuole cambiare le regole di un’agenzia di intelligence, l’Nsa, messa duramente sotto accusa nel 2013 dalle rivelazioni dell’ex dipendente Edward Snowden. Per capire quale peso ha questo provvedimento negli Stati Uniti e nel mondo, anche in chiave di antiterrorismo, abbiamo parlato con Michael Brenner, professore emerito di Relazioni internazionali alla University of Pittsburgh.

Professor Brenner, in quale misura viene effettivamente ridimensionato il potere dell’Nsa con questa nuova legge? 

“Al di là di proclami e dei tweet presidenziali, cambierà poco. Direi tanto rumore per nulla. Ma andiamo per ordine. Primo, la normativa riguarda solo le comunicazioni telefoniche, non quelle via internet che oggi sono estremamente importanti. Secondo, le intercettazioni non smetteranno d’essere raccolte, ma verranno immagazzinate dalle compagnie telefoniche private invece che dalla stessa agenzia d’intelligence. Per cui le informazioni saranno a disposizione e potranno comunque essere all’occorrenza consultate. Sì, adesso servirà una domanda specifica e un permesso accordato per procedere, però sulla base di quel che è successo in passato, riesce difficile pensare che le compagnie di telecomunicazioni si oppongano a passare dati dei cittadini al governo, in caso di richiesta. E poi chi va a controllare quelle petizioni? Nella legge si parla di una figura terza, indipendente, che può valutare, ma questa avrà un accesso limitato e la decisione verrà presa in una stanza segreta; il controllore insomma non potrà portare i dossier all’attenzione della stampa, per ovvie ragioni, per cui il suo potere di veto appare a ben vedere fiacco. Infine queste richieste potranno riguardare non solo singoli individui, ma anche ampi gruppi di sospetti. E se è già complesso valutare una caso singolo, quando si tratta di gang o di organizzazioni diventa quasi impossibile”.

Eppure di recente il direttore dell’intelligence, James Clapper, in una lunga intervista ha detto che se fossero state disposte misure restrittive in materia di intercettazioni il Paese sarebbe stato a rischio. 

“Per le ragioni che ho espresso ritengo che questa sia una leggenda. Siamo ormai abituati a vivere in un mondo virtuale in cui per timore siamo portati a cedere sempre più tasselli del mosaico di cui si compone la nostra libertà. C’è questa immagine di una cittadella medioevale sempre assediata da legioni straniere con archi, frecce e catapulte. Non solo io penso che sia una pseudo-psicosi. Ho diversi amici in posizioni importanti nell’intelligence, a Washington e a Parigi, e loro vedono l’entusiasmo della stampa per questo tipo di misure come un film poco fedele alla realtà”.

Insomma, chi teme che senza questo rastrellamento di dati ci esponiamo maggiormente ad attacchi terroristici può rasserenarsi? 

“Sicuramente, nella maniera più assoluta. Ma poi bisogna vedere quante e quali informazioni servono veramente. Non sono mai state presentate prove che attestino come questa straordinaria messe di metadati sia servita a evitare alcun atto terroristico. Con 50 miliardi annuali risucchiati dal mastodontico programma di sorveglianza non siamo stati capaci di bloccare per tempo l’Isis. E allora a che ci sono serviti tutti quei dati?”.

Per cui secondo lei l’Usa Freedom Act è solamente il tentativo di mandare un segnale politico? 
“Oggi la nostra politica è tutto un gioco di apparenza e non di sostanza. E anche se Obama non ha più campagne elettorali da vincere, e non è particolarmente angustiato dal futuro del partito democratico, vuole mettersi al riparo dalle critiche pensando anche alla sua presidenza in chiave storica. All’inizio del suo primo mandato, Obama, di intelligence, non capiva molto: gente esperta come John Brennan e Robert Gates gli avevano sussurrato all’orecchio che era necessario monitorare il più possibile per evitare il peggio. Lui, deferente e accomodante per natura, ha seguito senza troppe domande la loro linea. Poi si è accorto che era meglio limitare un po’ lo scopo di queste raccolte di dati, quantomeno per i libri di storia, ed ecco il Freedom Act”.

da New York, Damiano Beltrami

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