Lotta alla mafia oltre gli arresti: una battaglia culturale

Doppio colpo inferto alla mafia: arrestati, qualche giorno fa, due superlatitanti di Cosa nostra. A Palermo è finito in manette Gianni Nicchi, 28 anni, considerato il numero due della cupola, dopo l’arresto di Mimmo Raccuglia. A Milano è stato catturato Tanino Fidanzati, 74 anni, re del narcotraffico degli anni Ottanta, boss storico del quartiere Arenella a Palermo. La mafia mostra, così, il suo volto vulnerabile, ma quanta strada ancora bisogna fare per vederla finalmente sradicata e che ruolo gioca la Chiesa in questa lotta alla criminalità organizzata? La domanda l’abbiamo posta a Giuseppe Savagnone, direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo.

Questi due arresti sono un segnale molto positivo…
“Si dice che la mafia sia sulla via di essere sconfitta. È vero che sul piano della repressione i colpi all’organizzazione negli ultimi anni sono stati notevoli: la cattura di Totò Riina, di Provenzano, fino agli ultimi di Nicchi e Fidanzati. Ma, anche dopo i colpi militari che negli anni si sono succeduti, la mafia non è mai stata debellata. Dire che oggi lo è perché sono arrestati due boss è un’illusione gravissima perché il vero problema non è la repressione militare, ma il tagliare le radici della mafia. Finché ci sono le radici, la pianta si riproduce. Pur non volendo sminuire l’operato delle forze dell’ordine e della magistratura, che hanno fatto molto negli ultimi anni, resta il problema di fondo. Dei passi importanti erano stati fatti con la legge Rognoni-La Torre, che colpiva i patrimoni della mafia e, quindi, la sua immagine. Oggi, con l’emendamento alla Finanziaria approvato in Senato, che stabilisce la vendita all’asta dei beni confiscati non destinati entro tre mesi, si rischia di fare un grande favore alla mafia: alle aste parteciperebbero solo prestanome dei mafiosi, che a bassissimi prezzi riacquisterebbero i beni confiscati dimostrando la loro invincibilità”.

Come si combatte la criminalità organizzata fino alle radici?
“Bisogna combatterla sul piano culturale. La mafia non è invincibile – come ha detto anche mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, in occasione dell’ultima assemblea generale – ma per vincerla sono necessarie strategie culturali. E qui entra in gioco anche la Chiesa, che negli ultimi decenni ha denunciato con forza il cancro delle mafie. Nel Sud, pertanto, dove la Chiesa conta molto, può svolgere un ruolo importante, coinvolgendo la società civile in questa battaglia e contribuendo a eliminare atteggiamenti che possono favorire l’annidarsi di una cultura mafiosa”.

A cosa si riferisce?
“Nel Sud la religiosità popolare, che di per sé è positiva, presenta una zona grigia, da purificare. Non bisogna dimenticare che molti boss sono, apparentemente, religiosi e spesso si trovano nei comitati che organizzano le feste patronali. Senza arrivare a questi casi estremi e contraddittori, per i quali bisogna chiedersi come sia possibile che questa gente si senta perfettamente religiosa malgrado uccida, tra la gente comune, che magari ha un grande culto per la Madonna o un santo, persiste una religiosità che non impegna ad una trasformazione della vita e che riesce a coesistere con un fondo pagano di fatalismo, di fuga dal bene comune, di ripiegamento su interessi particolaristici, di atteggiamenti clientelari. Lo stile pastorale delle nostre parrocchie e dei gruppi deve andare a incidere su questo. È necessaria una conversione della nostra pastorale in senso più evangelico per contare di più: nel Vangelo ci sono tutti i germi di una liberazione anche a livello civile e sociale, c’è il germe della speranza, del futuro, di costruire un mondo nuovo”.

Mons. Crociata ha detto che non servono scomuniche per i mafiosi: cosa ne pensa?
“Condivido pienamente quanto dice mons. Crociata sul fatto che non servano scomuniche, che resterebbero solo sul piano di denunce clamorose. Nella lotta alla mafia non servono nemmeno i preti antimafia. Puglisi non era un prete antimafia. A noi non servono sacerdoti che facciano un discorso sociale, ma preti che facciano un discorso evangelico perché il Vangelo di per sé ha la forza di cambiare la cultura. Se la pastorale dà un cuore nuovo alla gente in tutti i momenti della sua vita e non solo quando sta dentro il tempio, se apre orizzonti di futuro e di comunità, se il Vangelo che è vero modello di umanità viene propugnato nella sua forza autentica, la mafia viene automaticamente messa ai margini perché essa è disumana”.

Cosa si aspetta per il futuro?
“Spero molto nel documento della Cei che sta per uscire riguardante la Chiesa e il Mezzogiorno, a vent’anni dal precedente del 1989. Come ha detto mons. Crociata, la mafia si può sconfiggere e lo possiamo fare costruendo un mondo nuovo. Dobbiamo conquistare il territorio, far sì che la Chiesa sia viva nelle coscienze di tutti, della gente comune, dei professionisti, degli artigiani: questo può essere il vero antidoto contro la mafia”.

(dal Sir – a cura di Gigliola Alfaro)

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Posted by on 13 dicembre 2009. Filed under Cronaca,Interviste. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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