“Mafia, no alla vendita dei beni confiscati”

“Vendesi terreno rurale confiscato a Salvatore Lo Piccolo gravato da ipoteca”. “Libera, associazione, nomi e numeri contro le mafie”, ha messo simbolicamente all’asta, a Roma e anche in altre città italiane, quei beni confiscati alle mafie, che in base all’emendamento alla Finanziaria già approvato in Senato e all’esame della Camera, potrebbero essere venduti se entro tre mesi (o sei mesi in caso di operazioni complesse) non fosse possibile trovare loro una destinazione. Un emendamento che mina alle radici la legge 109/96, votata all’unanimità al Parlamento nel 2005, dopo una petizione che aveva raccolto oltre un milione di firme dei cittadini. Sono 8.933 i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata dal 1982 (anno in cui la confisca è stata introdotta dalla legge Rognoni-La Torre). Di questi, 5.407 sono stati destinati allo Stato o ai Comuni per finalità istituzionali e 3.213 sono quelli ancora da destinare. I dati, forniti da “Libera”, riportano quelli del monitoraggio del Commissario straordinario per i beni confiscati aggiornati al 30 giugno. Le aziende confiscate, alla stessa data, sono 1.185. Circa 350 sono andate in liquidazione, 40 vendute o affittate, 580 chiuse o fallite, mente 216 sono ancora in gestione al Demanio, e sono poche decine quelle ancora in attività.

Niente regali alle mafie. “Quell’emendamento venga ritirato; il vero provvedimento utile – secondo don Luigi Ciotti, presidente di Libera – sarebbe trovare il modo per agevolare la restituzione di quei beni ai cittadini perché con quell’emendamento, attraverso stratagemmi, i beni tornerebbero agli stessi boss, che da anni, tramite i legali, cercano di rientrarne in possesso”. Dunque “non si può permettere questo”. La richiesta di don Ciotti e di “Libera” va in tutt’altro senso: “Chiediamo un’agenzia nazionale per i beni confiscati per poter, sopra le parti, coordinare il tutto. Chiediamo un testo unico in materia di beni confiscati che coordini le diverse iniziative legislative che si sono sviluppate e chiediamo il rafforzamento degli strumenti per l’individuazione di questi beni”. “Libera”, per ottenere il ritiro dell’emendamento, ha anche lanciato una raccolta di firme in calce alle petizione “Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra!”.

Il sapore della legalità. Una lettera aperta al presidente della Commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu, al presidente della Camera Gianfranco Fini e ai capigruppo alla Camera dei deputati per “bloccare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati”. L’hanno scritta i familiari delle vittime delle mafie, del dovere e della criminalità organizzata. “Tutti noi familiari sentiamo sempre forte e presente il dolore per la morte violenta per mano mafiosa dei nostri cari – scrivono -. È un sentimento impresso a fuoco nella nostra anima e nel nostro cuore, ma abbiamo sempre cercato di trasformare questo enorme dolore in impegno sociale, culturale, umano per il nostro Paese, convinti come siamo che partendo proprio dal nostro dolore e dalla memoria dei nostri cari si possa scrivere un’altra storia, quella di un Paese che vuole vivere nella legalità, nella solidarietà e soprattutto senza mafie”. Nel 1996, aggiungono, “abbiamo sostenuto l’approvazione della legge 109 che prevede la confisca del patrimonio dei mafiosi e la destinazione ad uso sociale dei beni confiscati. Lo abbiamo fatto perché siamo coscienti che l’aggressione del loro patrimonio è temuta dai mafiosi più di qualunque altra cosa, e lo abbiamo fatto perché vedere riconsegnati alla comunità, ai territori, alla società civile, ai cittadini, allo Stato tutti quei beni che la mafia ha costruito sul sangue e col sangue dei nostri cari, dia un senso e un significato concreto non solo al nostro impegno ma soprattutto al loro sacrificio”. Da allora “la confisca e l’utilizzo a fini sociali del patrimonio dei mafiosi ha assunto nel nostro Paese un valore simbolico irrinunciabile per la lotta alle mafie. Trasformare in scuole, caserme, istituti di assistenza, luoghi di pubblica utilità tutti quegli edifici sottratti alla criminalità restituisce dignità allo Stato che si dichiara convinto di volere sconfiggere le mafie. Tutto questo ci ha fatto sentire nuovamente il sapore della legalità”.

Una nuova mentalità. Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (Acli) fanno proprio l’appello dell’associazione “Libera”. “È evidente il rischio – denuncia Alfredo Cucciniello – responsabile del dipartimento pace e stili di vita delle Acli – che quei beni tornino nelle mani dei clan ai quali sono stati tolti. Conosciamo tutti la capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza. Sappiamo di cosa sarebbero capaci per riacquistare quelle ville, case e terreni che rappresentano non solo beni materiali ma altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi”. “Il riutilizzo sociale di questi beni – aggiunge Cucciniello – ha consentito invece di creare occupazione e sviluppo, insieme ad una mentalità comune, soprattutto tra i giovani, di rispetto della legalità e di rifiuto della criminalità organizzata”.

(dal Sir)