Migranti / Mohamed Alì Saleh si racconta: sfuggito alla guerra civile in Ciad e “rinato” in Italia

Ha raccontato la sua storia, le difficoltà incontrate, ciò che lo ha spinto ad andare avanti e trovare la forza di ricominciare. Mohamed Alì Saleh, ragazzo del Ciad, ha parlato ai presenti, nel salone della parrocchia San Paolo ad Acireale, durante l’incontro in cui è stato presentato il suo libro.

L’opera, dal titolo “224 puntozero” (Centro Gandhi Edizioni), è la testimonianza, attraverso la trascrizione e la revisione di Michela Lovato e di Martina Marcuccetti, della sua esperienza, a partire dal momento in cui ha aderito alle idee politiche dei ribelli in Ciad, che differivano da quelle di Idriss Deby. Questa scelta ha determinato il suo cammino: fuga successiva in Libia, approdo in Italia, a Lampedusa, e poi a Pisa. Fasi della sua vita diverse e caratterizzate da esperienze che lo hanno visto resistere, nonostante le difficoltà. Sentimenti forti, emozioni, stati d’animo che Mohamed Alì Saleh vuole fortemente condividere.

“Come me, ci sono molti altri giovani che hanno scelto di impiegare la vita per amore degli altri”, ha affermato lo stesso, e colpisce vedere che gli “altri” sono stati sensibili alla sua storia e a lui come persona innanzitutto. Nel caso specifico, il gruppo di Arte migrante, aperto ed attento a chi, come lui, ha una vicenda particolare da divulgare. Ed è a Pisa che Mohamed vi è entrato in contatto. Lui che torna indietro con i ricordi, anche a quelli meno piacevoli, per offrirli agli altri, per raccontare di una guerra, quella del suo paese, di un allontanamento, il proprio.

“Io ho deciso di scappare dal Ciad, non sono riuscito a tornare a casa ma sono andato in Libia tre anni”, dice Mohamed, mantenendo un atteggiamento sereno, lucido, pacato nel testimoniare la sua esperienza. Una storia fuori dal comune, diversa da come può presentarsi la “normalità” di una vita appagata da tutti i punti di vista: economico, sociale, affettivo. Anche gli affetti, forse, proprio quelli, pagano per primi il conto di quanto consumato. “Quando la mamma ha saputo che ero vivo si è messa a piangere”, continua il giovane, che ha sperimentato la difficoltà degli affetti vissuti in lontananza e di quelli interrotti a causa della lontananza. In Libia, dopo aver lasciato il Ciad, la vita si riapre al ragazzo che si innamora. “L’amore era forte, è sempre più forte di tutto, nessuno può ignorarlo”, spiega lo stesso nel suo libro che, tuttavia, ne sperimenta di lì a breve la fine, per le “difficoltà”.  

Poi lo spostamento in barca, la condizione vissuta di chi affronta viaggi incerti e ai limiti della sopravvivenza per trovare un approdo sicuro. “Quando ci mettevano in barca non puoi dire niente. Non ti puoi muovere. Se possono, gli altri ti buttano in acqua per trovare posto” ha affermato Mohamed. Lui ha resistito ed è approdato a Lampedusa. L’identificazione con un numero, il 224, lo spostamento a Pisa dove, a piccoli passi e fra tante esperienze, ha camminato lungo un percorso che lo ha portato, oggi, a raccontare di sé, del suo agire, del suo modo di muoversi fra le vicissitudini.

“Adesso faccio una vita normale” ha continuato Mohamed, che si sofferma a parlare, nel suo intervento, di come ci si senta nel gruppo di Arte Migrante. Ha descritto la naturalezza con cui si riesce a dire di sé stessi nel corso di una serata tipica del gruppo, di cena e scambi culturali, anche attraverso l’arte, appunto, manifestata con canzoni e poesie, che chiedono solo di esprimere un concetto fondamentale: “la condivisione”. Mohamed, il ragazzo del Ciad, determinato nelle sue parole, ha provato sulla sua pelle oltre alla sofferenza ed alla difficoltà anche la solidarietà, che in una condizione come la sua può essere determinate per ripartire dal “puntozero”.  

Rita Messina