Mondo / Brexit, ultimo appello

Un accordo a un passo dall’abisso. L’esito del Consiglio europeo di ieri sera ha bloccato appena in tempo il conto alla rovescia per un’uscita senza accordi del Regno Unito dall’Unione europea, inizialmente prevista per il 29 marzo. Rimandandola, tuttavia, soltanto di pochi giorni. Il 12 aprile è il nuovo termine ultimo fissato per il raggiungimento di un accordo tra Bruxelles e il governo di Londra, con quest’ultimo che deve fare i conti anche con le proprie opposizioni interne. Contrarie ad un accordo finora molto sfavorevole ai britannici.

Nel Consiglio europeo di ieri, i più duri sarebbero stati il presidente francese Macron, il premier belga Michel e quello lussemburghese Bettel. Tutti e tre, secondo i retroscena, avrebbero insistito per la fermezza nel mantenimento del 29 marzo come data ultima per un accordo con Londra. A difesa di una maggior flessibilità, però, si sarebbero schierati il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e la cancelliera tedesca Angela Merkel, consci del fatto che una Brexit troppo brusca avrebbe ripercussioni negative anche in Europa. Alla fine ha prevalso la linea (relativamente) morbida, che prevede la possibilità, per i britannici, di trovare un compromesso un paio di settimane dopo rispetto alla data precedentemente concordata.

Ma quali sono adesso gli scenari?

Per prima cosa, la premier britannica Theresa May dovrà riproporre il testo dell’accordo al proprio parlamento, che in realtà l’ha bocciato già due volte. Nel caso (improbabile) di un’approvazione, scatterà una proroga tecnica fino al 22 maggio, giorno di vigilia delle elezioni europee. Un intervallo temporale che consentirebbe alle parti di adempiere alle clausole dell’accordo.

In caso di ulteriore bocciatura, la May avrebbe margine fino al 12 aprile per decidere le mosse successive. Dopo quella data, infatti, tutti i Paesi UE avrebbero il tempo minimo per organizzare le elezioni europee, e dunque dovranno sapere se il Regno Unito parteciperà o meno alla tornata (a seconda delle scelte britanniche, il numero di deputati eletti da ogni nazione cambierebbe).

Due, a quel punto, sarebbero le vie d’uscita a disposizione della premier britannica. La prima sarebbe la già citata uscita dall’UE senza accordi, che potrebbe provocare grosse turbolenze economiche e politiche, oltremanica. La seconda, invece, sarebbe la richiesta di una nuova proroga, molto più lunga della precedente. Per intendersi, dai 9 ai 15 mesi. In quel lasso di tempo, Theresa May avrebbe buone probabilità di essere sfiduciata dal suo parlamento, o comunque di convocare nuove elezioni che ridisegnino il mandato dei britannici nei confronti della spinosa questione. Non prima, però, di aver partecipato alle prossime elezioni europee del 23 maggio, condizione essenziale per qualsiasi Paese anche solo temporaneamente membro dell’Unione.

L’ultima ipotesi, quella di una rinuncia alla Brexit, resta al momento poco verosimile, ma non impossibile. Quasi certamente, essa dovrebbe passare attraverso un nuovo referendum, magari fondato sull’approvazione dello specifico accordo di uscita. Alcuni immaginano una tripla opzione alle urne: “Sì” (all’accordo), “No” (quindi “no deal”) o “Remain”. Opzione, quest’ultima, che costituirebbe un’ammissione di sconfitta, o di incapacità politica dei conservatori. Ma soprattutto, l’ammissione di aver sprecato tre anni preziosi in uno sterile dibattito.

Una sola certezza: nelle prossime settimane, il governo britannico si giocherà buona parte della sua credibilità residua, sia in patria che all’estero.

Pietro Figuera

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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