Mondo / Donald Trump e l’economia sovranista degli Usa

Dalle riunioni e dagli incontri che hanno costituito l’essenza degli ultimi due vertici mondiali sul tema dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile in una economia globalizzata – il G/20 di Osaka con la presenza dell’insieme dell’80% del PIL mondiale ed il meeting ultimo di Biarritz, che ha riunito i partecipanti al più ristretto G/7 – è emerso in tutti i presenti il convincimento di non doversi perdere d’animo di fronte alla crisi economica mondiale, evitando scelte economiche e commerciali dettate da urgenze, predisposte solo per risolvere emergenze di breve periodo, ma di dover invece intraprendere iniziative comuni, con maggior coesione ed unità, per sollecitare e stimolare la ripresa delle economie industrializzate, attraversate dalla tenace recessione.

Donald Trump

Al riguardo, al fine di superare le divisioni che hanno travagliato le politiche economiche comuni, molto propositiva si è in verità dimostrata la posizione degli Stati Uniti, con la messa in campo di due importanti iniziative che hanno interessato l’area specificamente economica ed il settore squisitamente politico del Vertice G/20 di quest’anno.

Sotto il primo profilo, Washington ha dichiarato la propria disponibilità nel non voler procedere alla messa in atto dell’ipotesi, pure presente sul tappeto, di rendere ancora più severe le tariffe doganali, gravanti su alcune merci importate da Pekino, aventi attualmente un valore stimato di circa 300 miliardi di dollari. Ha anche manifestato la volontà di riattivare gli scambi col gigante tecnologico cinese Huawei, mentre Pekino – a quanto pare – ha preso l’impegno di incrementare le importazioni agro-alimentari dagli Stati Uniti. Almeno questi sono stati elencati come termini, forse non ancora del tutto approfonditi, di quello che dovrà essere il nuovo patto commerciale tra le due Nazioni.
Quanto al secondo profilo, è apparso evidente lo spirito costruttivo, presente nel nuovo incontro informale ma allo stesso tempo significativo, tra il presidente Trump ed il Leader nordcoreano Kim Jong-un, avvenuto questa volta in territorio di Pyongyang, e prima visita di un Capo dell’Esecutivo statunitense nella penisola asiatica dal tempo del conflitto armato degli anni “50, che poi determinò motivi e sentimenti di divisione aperta tra i due Paesi.

L’iniziativa, che ha indubbiamente avuto il merito di avere riannodato il dialogo, temporaneamente interrotto nel corso del precedente vertice di Hanoi, è stata favorita anche dal ruolo esercitato nell’occasione dalla corrispondenza epistolare, diretta ed immediata, nelle relazioni tra i due Capi di Stato. Questa diplomazia parallela al canale ufficiale dei Ministri degli Esteri, ha fatto risaltare il fattore amicizia nei rapporti internazionali ed ha trovato in verità qualche importante riferimento storico un po’ indietro nel tempo, ed all’inizio degli anni “60 del secolo trascorso, in quello che venne ricordato come il dialogo, anche allora epistolare, tra la Casa Bianca di John Kennedy ed il Cremlino di Nikita Khrushchew.

Sollecitato indubbiamente dalla necessità di dover porre comunque un ragionevole freno al sistema di scambi commerciali con la Cina, che già alla fine del 2018 aveva fatto registrare il ragguardevole deficit della bilancia commerciale di ben 419 miliardi di dollari, il presidente Trump ha messo in atto nel corso del 2018 e 2019 alcuni provvedimenti contenenti aumenti tariffari del 25% su un volume complessivo di merci importate dalla Cina, pari a 250 miliardi di dollari. Oltre a porre, come dire, il freno, rendendo più stabili gli scambi in deficit col gigante asiatico, l’Esecutivo si è proposto di promuovere e valorizzare il consumo di prodotti americani, con provvedimenti rivelatisi, per il breve e medio periodo, appropriati ed azzeccati e che, pertanto, hanno dato e stanno dando i loro frutti. Il Presidente conta tuttavia di approdare, alla fine di questo braccio di ferro economico, ad un onesto negoziato con i dirigenti di Pekino, in grado di predisporre una nuova piattaforma degli scambi economici, le cui basi siano soddisfacenti, in quanto convenienti, per i due Paesi.

I provvedimenti, mirati e specifici, che la Casa Bianca ha predisposto fino ad oggi, sono da inquadrare tuttavia nel quadro di una posizione della bilancia dei pagamenti statunitense in debito con l’estero, già alla fine del 2018, per circa 9627 miliardi di dollari e rientrano certamente in un indirizzo economico avente natura protezionista. L’Amministrazione non punta certo ad alcuna guerra commerciale col gigante economico cinese, fatto che provocherebbe – se messo in atto – conseguenze negative per i due colossi mondiali e per l’economia globalizzata in generale, di cui già si colgono i primi, sporadici avvisi, nel ribasso generale di alcuni mercati azionari mondiali. L’Esecutivo intende rafforzare il dollaro e sta mirando per il lungo periodo, al riequilibrio della bilancia dei pagamenti con una maggiore competitività delle esportazioni dagli Stati Uniti verso l’estero (manifatture e new economy), forse sottostimate, ed al contempo, all’attrazione di investimenti esteri negli States. Mossa da questi obiettivi apprezzabili, di aumentare la competitività dei prodotti americani nel Mondo, l’Amministrazione ha posto davanti a sé un ambizioso traguardo.

Il tempo giudicherà ovviamente la piena efficacia della cura economica, applicata dall’Esecutivo repubblicano; per il momento è stata preziosa ed utile la decisione della Federal Reserve di fare la propria parte e sostenere la Casa Bianca con la riduzione di 0,25 punti del costo del denaro. L’importante iniziativa, che avrà immediate ricadute positive sulla spesa federale per i più modesti interessi da corrispondere ai sottoscrittori dei titoli del debito pubblico (interni ed esteri) ha forse rafforzato anche il convincimento nella stessa Amministrazione di avere bene operato, almeno fino ad oggi, per la riduzione del disavanzo commerciale. D’altra parte, le esitazioni di Pekino nel dare corso agli oneri derivanti dalle discussioni convergenti tenute ad Osaka hanno forse suscitato nell’Esecutivo statunitense perplessità e dubbi sulla reale volontà cinese di volere fortemente una vasta intesa sugli scambi, come proposto con realismo e pragmatismo dall’Amministrazione americana.

In questo scenario di incertezze ed obiezioni, in cui è sembrato arenarsi l’ampio negoziato sulle tariffe commerciali tra i due giganti economici mondiali, è sorta allora dal lato di Washington la necessità politica di dover comunicare a Pekino, con un mese di anticipo sulla reale data di attuazione delle misure prese, l’aumento del 10% della tariffa su un altro consistente volume di importazioni dalla Repubblica Popolare, avente valore di circa 300 mld. di dollari. Allora, è necessario analizzare il doppio impegno dell’Amministrazione, protesa come è a raggiungere un accordo di vasto respiro sugli scambi commerciali verso l’Asia, ed allo stesso tempo, decisa a mettere sotto controllo il debito pubblico interno. La Cina non ha gradito l’ultima misura fiscale preannunciata (che rafforza il protezionismo ed aiuta il riequilibrio del debito pubblico interno) ed ha dal canto suo permesso alla sua Banca Popolare, per la prima volta dal 2008, la discesa dello yuan al livello più basso nei confronti del dollaro (7 yuan per un dollaro), allo scopo di favorire comunque le esportazioni verso gli Stati Uniti. Questa almeno è stata la cronaca degli ultimi giorni: è chiaro che è auspicabile che gli interessi nazionali trovino una ragionevole e reciproca composizione.

Dal lato degli Stati Uniti, a questo punto occorre forse una maggiore riflessione sulle ricadute in termini generali intorno al sistema economico globale, delle iniziative intraprese forse a fini di mero protezionismo economico, ma invece richiedenti una più ampia e generale strategia di politica economica e finanziaria, attualmente allo studio, e dal lato di Xi Jinping, si impone invece una maggiore disponibilità a valutare l’utilità di misure temporanee (come la svalutazione della moneta) per portare a soluzione invece questioni che richiedono una maggiore elasticità diplomatica. L’iniziativa assunta dalla Federal Reserve attesta il buon livello della situazione economica generale negli Stati Uniti. La crescita si sta intanto sviluppando in modo ancora più positivo, rispetto alle previsioni iniziali elaborate dall’Amministrazione. Il PIL americano nel corso del 1° trimestre del 2019 è salito del 3,2%, oltre le attese, con il tasso di disoccupazione in aprile ai livelli minimi da ben 49 anni, ma già a ben vedere, nel 2018 l’economia, in generale, ha avuto i migliori dati espansivi dal 2015 (+2,9%).

A questo punto, la chiave di tutto resta il debito pubblico. La discesa del tasso d’interesse fa diminuire il costo del denaro ma fa anche ridurre il costo del debito interno. Tutto questo può favorire l’incremento delle esportazioni e può generare le condizioni minime per un riequilibrio della bilancia dei pagamenti. L’Amministrazione è dunque sulla strada giusta per la rimessa lungo la linea della piena competitività dell’economia statunitense, ma deve nel frattempo trovare un punto d’incontro diplomatico alle dispute oggi in pieno corso con Pekino.

La composizione delle diatribe commerciali rientra ovviamente nelle aspettative dell’opinione pubblica mondiale, ed allo stesso tempo costituisce il fondamentale interesse comune alle due superpotenze economiche al fine di impedire ulteriori sviluppi alle loro divergenze, con il rischio di interessare il principale dibattito della campagna elettorale presidenziale del 2020.

Ronald Reagan

Un simile rischio fu evitato, per esempio, nella campagna per la rielezione, nel 1984, di Ronald Reagan, altro presidente repubblicano che, nel corso del primo periodo di carica, prese alcune severe misure a tutela dell’economia americana, pur in un panorama economico e monetario, nettamente diverso dall’attuale. Anche Reagan, negli anni “80 aveva infatti cercato di “curare” i due deficit, quello pubblico interno e l’altro, non meno importante, della bilancia dei pagamenti.

Quella politica economica, denominata monetarista si arenò e non giunse a buon esito, anche se, nel quadro di una severa difesa del dollaro e di attacco all’inflazione, riscosse certamente risultati molto positivi. L’Esecutivo non ritenne tuttavia di tagliare sensibilmente le spese ed anzi avviò un rilevante aumento per il bilancio militare.

Sotto questo profilo, anche Trump ha seguito analogo indirizzo nella mancata riduzione del bilancio militare. Il confronto tra le due politiche economiche, perseguite dalle due Amministrazioni, la presente ed attuale, e la passata, registra chiaramente interventi in ambiti diversi e con diverse priorità: Reagan, il quale a differenza di Trump, aveva ereditato dalla precedente Amministrazione una inflazione a due cifre, ricondusse tale effetto economico negativo e penalizzante per l’economia statunitense, dall’11,83% del 1981 al 4% del 1983, ed analoga attività spese per ridurre la disoccupazione, ereditata al 7,5% nel 1981 e ridotta in brevissimo tempo.

L’iniziativa importante di quell’Amministrazione – che rientrò appunto tra le misure prese a tutela del dollaro – fu l’accordo “internazionalista”, promosso dal presidente Reagan, che coinvolse i principali partners commerciali degli Stati Uniti, per la messa a punto di interventi congiunti allo scopo di stabilizzare il valore del dollaro. Una posizione economico-monetaria importante, quella del dollaro, che esigeva appropriate misure per la cura della moneta statunitense, completamente diverse da quelle, per esempio, su cui sta dirigendo oggi le specifiche iniziative il presidente Trump, con una inflazione decisamente ai minimi accettabili e sotto il 2%.

Diverse risultano essere le scuole di dottrina economica a cui le due amministrazioni hanno aderito, chiaramente liberale l’attuale, liberista quella reaganiana. Diverse analogie corrono invece quanto alla base di entrambe, oggi come allora, sia per quanto concerne il sostegno del Senato, a maggioranza repubblicana come pure per l’opposizione della Camera dei Rappresentanti in mani democratiche, così pure per le emergenze a cui dover far fronte, con problemi differenti: Reagan pronto ad erigere una arcigna difesa del dollaro, con alti tassi d’interesse, Trump invece necessariamente deciso a dimezzare l’alto livello del deficit interno del bilancio, aumentato via via nel corso degli anni a decorrere da 780 miliardi di dollari del 1980, con Carter alla Casa Bianca, per giungere fino a 10.000 miliardi di dollari con Obama nel 2009 e continuare ancora con 19.042 miliardi di dollari, sempre con Obama, nel 2015.

Entrambe le Amministrazioni pronte a mettere in campo una robusta e valida riforma fiscale ed una decisa lotta alla disoccupazione che diede allora, negli anni “80, e sta dando oggi, risultati molto positivi. Ma le emergenze restano diverse: dalla lotta all’inflazione di Reagan a quella di Trump per ottenere invece il pareggio del bilancio. Nel mezzo resta la difesa del dollaro: ieri col sostegno dell’alto tasso d’interesse, oggi con il ferreo contenimento delle importazioni e la promozione dei prodotti americani. Tutto questo sarà sufficiente?

John Fitzgerald Kennedy

L’economia ebbe una consistente ripresa nel 1983 e Reagan venne rieletto trionfalmente nel 1984. Alla destra religiosa e populista, che sostenne allora il presidente Reagan, fu sufficiente il risultato di quella politica economica. Ma oggi, nel 2020, alla stessa sostanziale base elettorale (destra religiosa e populista) che ha sostenuto Trump nel 2016, saranno sufficienti i risultati che l’Amministrazione ha fin qui ottenuto? È ancora presto per poterlo affermare, le epoche sono diverse ed i problemi mutati. Il Presidente deve usare tutta la possibile diplomazia per trarre fuori gli Stati Uniti da questa contesa economica con la Repubblica Popolare di Cina, che rischia di espandersi e di complicarsi, danneggiando entrambi i Paesi, insieme con l’economia mondiale.

La domanda rimane però sempre sullo sfondo: saranno sufficienti a raddrizzare il bilancio, alla fine, tutte le iniziative adottate fino ad ora dall’ Amministrazione? Il Presidente – almeno per il momento – non ha annunciato iniziative di contenimento della spesa pubblica, idonee a raggiungere lo scopo che si è proposto l’Esecutivo. Taglio delle spese poco produttive? Solo l’Amministrazione Kennedy, nel 1961 – 1963, presentò un programma importante che oggi ha un rilevante valore nella storia degli Stati Uniti. Il Presidente della Nuova Frontiera, il quale si trovò a dover far fronte ad analoghi problemi, durante il brevissimo arco della permanenza alla Casa Bianca, guardò ad iniziative armoniche da mettere in campo contemporaneamente, tanto nel settore delle entrate quanto in quello delle spese.
Per quanto concerneva le entrate, l’Amministrazione fu convinta che l’alleggerimento delle aliquote avrebbe impedito lo sviluppo delle crisi cicliche del capitalismo che proiettavano drammaticamente i loro effetti sul sistema sociale, provocando la disoccupazione. (“Le crisi economiche vogliono dire disoccupazione elevata e deficit federali elevati”).[1] Sul versante delle spese l’Amministrazione Kennedy aveva imboccato la strada del forte risparmio, evitando quelle improduttive e concentrandosi su quelle essenziali. (“Abbiamo ridotto gli sperperi ed accresciuta l’efficienza nel Pentagono ed alle Poste, nei programmi agricoli e negli altri enti governativi…non tollereremo attività governative dispendiose, inefficienti, superflue…seguire una linea di autentica responsabilità finanziaria che porti ad un bilancio in pareggio e ad una economia equilibrata e di pieno impiego”.[2]
Il presidente Trump guarda alla realizzazione dei medesimi obiettivi, l’economia in pieno impiego ed il bilancio in pareggio: sarà il tempo però a dover stabilire se si dovrà rendere necessario operare anche sul fronte delle spese, con una riduzione del bilancio, messa in atto in quella sede con imparzialità e precisione.

Sebastiano Catalano    

[1] John F. Kennedy, “Il peso della gloria”, pagg. 293 e 294.

[2] John F. Kennedy, “Il peso della gloria”, pag. 296.