Mondo / La Russia va in Africa.. o meglio, l’Africa va in Russia. A Sochi incontro multilaterale

La Russia va in Africa. O meglio, l’Africa va in Russia, dato che i leader e rappresentanti governativi di quasi tutti i Paesi africani si sono dati appuntamento, il 23 e 24 ottobre, nella città di Sochi, sul Mar Nero. Un centro famoso ormai non solo per lo sport (olimpiadi invernali e gran premio di Formula uno), ma anche come vetrina per i successi diplomatici della Russia e in generale come sfondo dei suoi più grandi eventi.
Quello andato in scena mercoledì e giovedì non è stato un appuntamento usuale. Anzi, nel suo genere ha costituito un inedito assoluto: mai vi era stato un incontro multilaterale che coinvolgesse la Russia e l’intera Africa.
In realtà, i rapporti di Mosca con il continente nero risalgono almeno alla Guerra fredda, quando i sovietici provavano a far leva sulla lotta anticoloniale e sull’appeal dell’ideologia comunista per espandere la propria sfera d’influenza oltre le tradizionali aree d’interesse europee e mediorientali.
Però è solo negli ultimi anni che i legami tra questi due mondi così distanti hanno iniziato ad essere significativi. Se da una parte è vero che Putin, al di là della retorica, è stato solo tre volte in Africa sub-sahariana (e sempre in Sudafrica), dall’altra bisogna dire che i suoi uomini non sono certo stati fermi.
Primo fra tutti Prigozhin, lo “chef di Putin”, uomo di punta delle operazioni che il Cremlino non può o non vuole rendere trasparenti. Già noto per il suo ruolo in Siria, Ucraina e Libia, Prigozhin è il fondatore della famigerata compagnia Wagner, una squadra non ufficiale di mercenari addestrata per operazioni sotto copertura di vario genere. In Africa, la compagnia si è già resa protagonista di un decisivo intervento a sostegno della Repubblica Centrafricana, dove in cambio della stabilizzazione del Paese ha ottenuto contratti minerari molto favorevoli per le imprese russe. Non solo, ma gli uomini di Putin hanno lavorato attivamente anche in Mozambico, Madagascar e Sudan, quasi sempre a sostegno delle leadership locali.
Al summit di Sochi, però, si è naturalmente parlato d’altro. Ovvero dei contratti (ben 500, per un valore complessivo di 15 miliardi di dollari) che le imprese e compagnie statali russe sono riuscite a stipulare con le proprie controparti africane. Si tratta principalmente di armi (Mosca rifornisce il 39% del totale acquistato nel continente), risorse minerarie, grano e prodotti alimentari, energia. Tra gli accordi più significativi, la vendita di 12 elicotteri di guerra alla Nigeria e l’appalto per la costruzione di un oleodotto nella repubblica del Congo.
Il giro d’affari sembra immenso, ma è bene comunque saperne prendere le misure: gli interscambi di Mosca con il continente equivalgono oggi a 20 miliardi di dollari, all’incirca un decimo di quelli che l’Africa intrattiene con la Cina, e ancor meno di quelli dell’Europa. La Russia è un gigante militare, e vuole sfruttare i propri ottimi canali diplomatici per mostrarsi onnipresente e impressionare così l’Occidente che l’ha troppe volte snobbata o svilita, dal suo punto di vista.
Economicamente, tuttavia, la Federazione resta coi piedi d’argilla: un PIL inferiore a quello italiano non ha la possibilità di lanciare un vero piano Marshall per l’Africa, anche se la propaganda vorrebbe far credere il contrario.
Poco male, in ogni caso: l’obiettivo attuale del Cremlino, ovvero quello di inserirsi in tutti i teatri nei quali l’Occidente si è distratto (o defilato), resta intatto. E tutto fa brodo per il già citato scopo di apparire più grandi di quel che si è, ovvero per restare una potenza di respiro e strategia globale.

Pietro Figuera

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

Tags: