Mondo / “L’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità”

Bolsonaro all’Assemblea Generale Onu

Le parole del presidente brasiliano Bolsonaro, pronunciate all’apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno suscitato parecchia indignazione nella stampa brasiliana e internazionale. Comprensibilmente, dopo che un’estate particolarmente funesta sul fronte degli incendi amazzonici – triplicati rispetto all’anno precedente – ha riacceso i riflettori sullo stato del polmone verde sudamericano.

Negando il valore universale della foresta, Bolsonaro ne ha riaffermato l’appartenenza al Brasile e agli altri Stati sudamericani che ne detengono porzioni. Una risposta alle critiche ricevute nei giorni di maggior emergenza, in particolare da parte di Francia e Germania, colpevoli di “ipocrisia” e doppiopesismo. Con Parigi, nelle settimane scorse, vi era già stato un vero e proprio scontro diplomatico sulla questione.

Dal punto di vista di Bolsonaro (e dei suoi sostenitori), in gioco non vi sarebbe tanto l’Amazzonia – la cui sopravvivenza, nonostante le facilitazioni legislative per la deforestazione, non sarebbe secondo loro a rischio. Ad essere messo in discussione sarebbe invece il principio di sovranità del Brasile, minacciato dalle mire “colonialiste” straniere.

Anche se oggi può sembrare fantasioso, non è da escludere che in futuro si possa discutere di veri e propri interventi della comunità internazionale per proteggere alcuni luoghi particolarmente sensibili per gli equilibri del pianeta, come appunto l’Amazzonia. Un’ipotesi che potrebbe prendere piede nel caso in cui la situazione ambientale generale dovesse compromettersi, o avvicinarsi a un punto di non ritorno. Con il suo duro discorso all’Onu, Bolsonaro ha voluto mettere le mani avanti, guadagnando al tempo stesso probabili consensi all’interno del suo stesso Paese.

Lo scontro tra Paesi sovranisti e liberali (questi ultimi concentrati ormai quasi soltanto in Europa) si sposta così momentaneamente dal tema dei migranti a quello dell’ambiente. Mentre sul primo si può dire che i sovranisti sono riusciti a imporre pressoché ovunque la propria agenda – in altre parole, a raggiungere l’egemonia culturale – sul secondo l’esito della battaglia è tutt’altro che scontato. Il successo dei Fridays for Future non basta a segnalare un cambio di rotta nelle opinioni pubbliche, ma è un segnale di apertura verso una questione che prenderà sempre più il sopravvento nei prossimi anni.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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