Mondo / Perché le elezioni in Ucraina sono importanti

I tre principali sfidanti. Da sinistra a destra: Tymoshenko, Zelensky e Poroshenko.

Domenica 31 si voterà per il primo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina. Un appuntamento che promette di durare almeno fino al 21 aprile, data in cui si svolgerà un secondo turno elettorale (nel caso – molto probabile – che nessuno riesca a raggiungere il 50% subito).

Perché è un appuntamento da monitorare? Innanzitutto perché dal futuro dell’Ucraina dipende quello di una guerra civile che dal 2014 non ha smesso di mietere vittime (oltre 13mila), benché negli ultimi anni abbia ridotto la portata delle sue devastazioni e conseguentemente l’attenzione riservata dai media.

La pacificazione e stabilizzazione dell’Ucraina dirà molto anche sul futuro dell’Europa. Un’Europa che, presto o tardi, dovrà ritrovare il modo (e i tempi) per riavviare un dialogo con il suo Est. Non limitandosi ai due estremi finora provati, ovvero “allargamento” o “indifferenza”, bensì provando a superare gli steccati per comprendere le aspirazioni (e le realistiche possibilità) di un’adesione più ampia ai valori comunitari. Tradotto in politica, è il momento di capire se e quanto si possa dialogare con tutti gli attori coinvolti nella guerra (governo di Kiev, separatisti del Donbass e naturalmente la Russia). Per ricomporre una ferita che, se abbandonata a se stessa, difficilmente riuscirà a rimarginarsi in pochi anni.

Naturalmente, prima di valutare come possa agire la diplomazia europea, si dovrà attendere l’esito delle elezioni ucraine. Non così facile da prevedere, a dispetto dei sondaggi.

Sono ben 39 i candidati che si sfideranno domani per la presidenza dell’Ucraina. Un numero esorbitante, che tradisce le profonde spaccature politiche, ideologiche e persino etniche che dividono il Paese. In realtà, tuttavia, i candidati con una percentuale di voti degna di essere considerata sono sei, e quelli con una concreta possibilità di farcela sembrerebbero solo tre. Risparmiamo dunque al lettore la carrellata degli sfidanti (disponibile comunque, per chi avesse la curiosità, qui) per concentrarci sui profili dei papabili. Ovvero: Petro Poroshenko, Yulia Tymoshenko e Volodymyr Zelensky.

Il primo dei tre, com’è noto, è il presidente in carica dal 2014. In una situazione normale sarebbe dunque partito avvantaggiato, ma in un Paese devastato dalla corruzione e dagli scandali, oltre che dalla guerra, sta rischiando seriamente di perdere la propria posizione. Di fatto, la sua popolarità è scesa al 10%, un record negativo che non gli permetterà di recuperare facilmente.

La seconda, ovvero Yulia Timoshenko, è una vecchia conoscenza della politica ucraina. Già premier nel 2005 e dal 2007 al 2010, è stata incarcerata per appropriazione indebita e abuso di potere fino alla sua liberazione avvenuta nel 2014. Ha sempre dichiarato di essere innocente ed essere perseguitata per fini politici. Non ha mai perso la ribalta nei media, ma forse un po’ di smalto e combattività politica.

L’ultimo dei candidati di questa lista è in realtà il favorito numero uno della competizione. Secondo i sondaggi, infatti, Zelensky sarebbe in testa e con ogni probabilità vincerà almeno il primo turno del voto di domenica. Attore e comico, il quarantunenne Zelensky non fa mistero della sua estraneità al mondo politico ma probabilmente proprio per questo riscuote tanto successo tra gli elettori ucraini, stanchi dell’attuale classe dirigente. Se da un lato la sua distanza dalla politica tradizionale fa sperare molti cittadini in una svolta, dall’altro solleva interrogativi sulle effettive capacità di governo e di risoluzione dei gravissimi problemi che affliggono l’Ucraina.

Alcuni navigati analisti, comunque, credono nelle possibilità di rimonta di Poroshenko (o al limite della Tymoshenko) al secondo turno. Frutto della loro maggiore esperienza ma anche di un tasso di corruzione senza eguali in Europa, causato a sua volta dalla scarsità del reddito medio e dai legami mai sciolti tra oligarchi e apparati statali.

Ci vorrà molto tempo per dissipare le ombre.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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