Nel gorgo del reality, dove la sfida è essere normali

La conduttrice Barbara D'Urso, emblema della tv trash

Al giorno d’oggi ci lamentiamo spesso dei programmi che la TV ci propone tanto da ribattezzarla “Tv spazzatura”. Sicuramente in cima ai programmi maggiormente diseducativi spopolano i reality show,il più celebre dei quali è  “Il grande fratello”. Si tratta di programmi nei quali sembra essere lecito tutto: aggressioni verbali, lancio di oggetti, bestemmie, tutto in diretta. Per comprendere meglio il successo di questo genere televisivo abbiamo intervistato il dottor Roberto Difalco, psicologo e psicoterapeuta.

Quali sono le persone sensibili all’idea di celebrità?

Partendo dal presupposto che tutti siamo in qualche modo bisognosi di riconoscimento sociale e di stima, possiamo sicuramente affermare che alcune personalità più fragili possono averne un maggiore bisogno. Il celebre psicologo americano Abrahm Maslow teorizza una scala dei bisogni umani in cui al primo gradino si collocano i bisogni fisiologici, al secondo i bisogni di sicurezza, al terzo i bisogni di appartenenza, al quarto i bisogni di stima ed infine i bisogni di autorealizzazione. La celebrità soddisfa per certi versi tutti i gradini più alti di questa scala (appartenenza, stima, autorealizzazione). L’uomo ha per sua natura e costituzione, il bisogno di conferme d’esistenza e quello è dato anche dal vedere e essere visti. Apparire quindi significa parere agli altri e questo significa avere o cercare spettatori: esibirsi, mostrarsi, recitare, essere individuati e percepiti e così essere accettati, ammessi, legittimati al bisogno d’amore e al suo appagamento. Per ritornare alla sua domanda, probabilmente personalità di tipo narcisistico o istrionico  potrebbero avere una maggiore sensibilità all’idea della celebrità. In un contesto di fragilità di identità che pervade la nostra società, la risposta narcisistica, trova  nella televisione un potente mezzo di sostegno e di difesa dell’identità: dopo l’abito, la cosmesi, lo spettacolo, la televisione ci fa vivere. Molto importante per evitare di essere risucchiati in questo vortice, appare a mio avviso l’aver costruito un rapporto di base sicura, nei primi anni di vita, con la madre e le altre figure di accudimento, che ci fornisca una sensazione di valore indipendentemente dalle prestazioni. E’ importante sentirsi amati e accettati per ciò che si è e non tanto per ciò che si fa.

Qual è il motivo del successo dei cosiddetti “reality show”?

Nella società dell’apparenza,  al cartesiano «cogito, ergo sum» si è sostituito il principio “vedo,sono visto dunque sono”. Viviamo in una società dove bisogna esporsi per esistere. La conseguenza è che l’individuo è giudicato attraverso i segni che lascia e che è incitato a presentare incessantemente, mediatizzando la sua azione per farla esistere (oltre ai reality show ricordiamo che esistono i social network su internet di più facile accesso). Tutto va esposto, l’intimità perfino non è più destinata ad essere visibile solo in ambiti circoscritti, deve essere mostrata agli altri per farla esistere, se gli interessati vogliono usarla per valorizzarsi. Il gioco dell’ identità e dell’apparenza finisce con la vittoria di questa e lo squilibrio tra interiore ed esteriore si amplia. Altre ragioni del successo di questi “reality show” e motivazioni  per cui il pubblico così spesso li guarda possono essere le seguenti: Voyeurismo. guardare, curiosare nella vita altrui, paparazzi consapevoli e speranzosi. Speranzosi di ritrovare i nostri difetti più che i pregi tra i nostri simili, quasi fosse consolatorio immedesimarsi nei modi e nei comportamenti che anche noi abbiamo più spesso di quanto si voglia ammettere. Aspetto ancor più amplificato se e quando i concorrenti in gara sono VIP o quasiVIP. Curiosità. Si guarda per soddisfare un’idea del prossimo, quasi un occhio clinico del comportamento umano di fronte a difficoltà reali o relistiche che siano. La visione in questo caso viene filtrata da un senso critico che il voyeurismo non ha. Divertimento. E’ un atteggiamento totalmente distaccato e razionale, in fondo ci sono persone che per qualche oscuro motivo hanno deciso di farsi riprendere 24/24 e 7/7 da telecamere in una situazione ben poco realistica. Incompetenza. Per avere successo e tutto ciò che ne consegue, non è necessario avere particolari doti artistiche o faticare molto per raggiungerlo: basta apparire qualche volta sullo schermo e darsi in pasto al pubblico. Questa opzione sembra alla portata di tutti.

In che misura i giovani si lasciano influenzare?

I giovani per loro costituzione sono più fragili,  proprio perché hanno una identità ancora in via di costruzione. Hanno pertanto maggiore bisogno di conferme e tutto ciò che abbiamo detto a proposito della celebrità e dell’apparenza li riguarda molto da vicino. La cosa preoccupante, a mio avviso, è che spesso sono i genitori a spingere i figli ad inseguire il successo e la celebrità facile. I cosiddetti “casting” sono pieni di genitori che accompagnano o forse spingono i loro figli verso la notorietà attraverso meccanismi psicologici di immedesimazione. Questi miti sono quindi oggi diffusi tra larghi strati della popolazione e a differenti fasce di età. Per concludere, vorrei citare uno che il successo e la celebrità li ha assaporati a lungo ed ha quindi avuto modo di rifletterci per bene. Vasco Rossi nel suo ultimo libro “La versione di Vasco” sostiene infatti che “la cosa più difficile non è essere dei fenomeni o degli eroi, la cosa più difficile è essere persone normali”.

Annamaria Distefano

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Posted by on 18 gennaio 2012. Filed under Interviste. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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