L’Italia vista “in profondità” attraverso le prolusioni del card. Bagnasco

Il card. Angelo Bagnasco

Il card. Angelo Bagnasco

“La vita del nostro popolo ci tocca e le condizioni di essa ci interrogano”. Con queste parole il card. Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, introduceva una delle ultime prolusioni. Parole che costituiscono una delle chiavi di lettura del suo mandato alla guida della Conferenza episcopale Italiana. Vescovo tra i vescovi, egli si sofferma spesso sulle condizioni spirituali, materiali, morali e sociali in cui vivono i fedeli affidati alla Chiesa, che è in Italia. Sì, perché la Chiesa non è mai indifferente alla qualità della vita delle persone. Invita i suoi confratelli a lasciarsi guidare da quello sguardo di discernimento che, non a caso, qualcuno considera oggi come la regola principale emersa con il Concilio Vaticano II. Discernimento sapientemente usato per andare in profondità, come a scoprire la traccia del pensiero di Cristo su ogni situazione. Va da sé che le considerazioni del cardinale presidente non possono mai indulgere al pessimismo o al vuoto ottimismo: sono, semmai, realisticamente animate dalla speranza. Soprattutto, in un momento di scoraggiamento come quello che si sta attraversando. “Noi, per quel che possiamo, vogliamo essere gli araldi del Vangelo, e dunque della speranza. Forse, talora, anche scomodi, ma certo appassionati del comune destino, e per questo vedette insonni di un’alba già possibile”. È una dichiarazione di intenti onesta e appassionata, perché scaturisce dalla fedeltà a Cristo e all’uomo, via della Chiesa.
Nei suoi interventi il cardinale Presidente ha sempre presente persone e situazioni reali, cioè ben diverse da quelle talvolta offerte da certi organi di informazioni, alimentati dal pensiero monotematico di pochi. Che ci sia spesso una differenza tra l’immagine che alcuni offrono dell’Italia e delle aspirazioni dei cittadini e la situazione reale appare spesso evidente.
A motivo della sua presenza capillare nel Paese la Chiesa può offrire un quadro adeguato dei bisogni e delle speranze della gente comune. Come anche della bellezza e della freschezza del bene tante volte compiuto senza pubblicità, di gran lunga superiore ai fatti di cronaca nera che popolano giornali e televisioni. C’è nel nostro Paese un senso del dovere, della giustizia e della partecipazione alla vita sociale, sistematicamente dimenticati, al punto che il palcoscenico mediatico è occupato dalle contrapposizioni di parte.
Il card. Bagnasco, invece, guarda alla gente comune, quasi per dar voce a quanto di meglio e in larga misura esiste dalle nostre parti. Molte volte, ad esempio, ha attirato l’attenzione sul fatto che gli effetti della crisi avrebbero potuto essere ben peggiori, se fosse mancata la coesione delle relazioni umane, come quelle che si vivono in famiglia. Il nucleo famigliare si è rivelato, come sempre, sorgente di forza per affrontare delusioni, amarezze, sacrifici. E i colpi della vita hanno indotto molti ad essere meno superficiali, a diventare più riflessivi, a riscoprire i valori veri.
Ma non sono parole che portano alla passività o all’accettazione delle situazioni per come si presentano. Proprio quanto di meglio il popolo sa esprimere costituisce un appello affinché chi governa si rimbocchi le maniche. Se gran parte della Nazione è stata capace di sacrifici o rinunce necessari, non si può pensare che abbia gli occhi chiusi e non veda lo scandalo offerto dai pochi corrotti. Ancora, a coloro che guardano solo all’efficienza e alla produttività ricorda che esiste un popolo silenzioso che, non potendo produrre beni o servizi, prega e, pertanto, partecipa pienamente alla cittadinanza.
Lo sguardo del card. Bagnasco non si esaurisce, però, nelle pieghe della vita sociale e morale. Raggiunge sempre la dimensione interna della Chiesa, quella specificatamente pastorale. Qui mostra particolare attenzione al lavoro quotidiano delle parrocchie, sparse su tutto il territorio.  Non c’è punto del Paese che non sia assegnato ad una data parrocchia; non c’è famiglia, per quanto dislocata, che non abbia un’attribuzione ecclesiale; non c’è persona che non debba essere, in un modo o nell’altro, raggiunta da una proposta. Tutti debbono venire interessati e coinvolti. L’evangelizzazione è un lavoro impegnativo, è una fatica, perché non si tratta di porre qualche elemento cosmetico, ma di scendere nelle profondità dell’uomo, del suo rapporto con Dio. Per di più, c’è da aggiungere che, purtroppo, non tutti risponderanno come si vorrebbe; però “per quel che sta in noi non possiamo accettare che vi siano previamente dei buchi nella rete del Pescatore. Rigorosamente parlando, oggi non può esistere una pastorale solo stanziale”. Pensare ad una pastorale statica e stantia significa di fatto tagliarsi fuori dalla vita e dalle sue inevitabili articolazioni.
Le Prolusioni del primo quinquennio del card. Presidente – ora raccolte nel libro “La porta stretta” – rileggono con equilibrio la vita della società e della Chiesa e spingono a un’azione intrisa di speranza.

Marco Doldi