Persecuzioni anticristiane in varie parti dell’Africa

I vescovi della Nigeria hanno perso la pazienza! E’ ciò che emerge, dopo gli attentati anticristiani che si sono registrati nelle chiese durante il periodo di Pasqua, in uno degli ultimi comunicati della Fondazione A.C.S. (Aiuto alla Chiesa che soffre). Mons. Ignatius Kaigama, arcivescovo di Jos e presidente della conferenza episcopale nigeriana, dà via libera al suo sfogo parlando di ragazzi inermi e innocenti che assistevano alla messa, in un campus universitario a Kanu, e che sono stati brutalmente sterminati con bombe e colpi d’arma da fuoco. Autori di questi attentati sono probabilmente gli appartenenti alla setta islamica dei Boko Haram, i quali si servono spesso di bombe rudimentali fatte con lattine in alluminio riempite di esplosivo. Altri attentati, com’è noto, si erano già verificati in Nigeria il giorno di Natale dell’anno scorso. Per monsignor Kaigama, il dilagare delle violenze dimostra «l’incapacità del governo» di fronteggiare la minaccia terroristica, garantire la sicurezza e individuare gli autori dei crimini.

            Ma da diverse parti dell’Africa arrivano le segnalazioni ad ACS, e c’è tutto un fermento di attività anticristiane da cui pochi stati si salvano. In Sud Sudan, dove meno di un anno fa è stata proclamata l’indipendenza dal Sudan con la nascita di un nuovo stato, continua l’esodo dei profughi cristiani, e sono già 30 mila le persone che si sono rifugiate nel vicariato apostolico di Gambella, in Etiopia occidentale, al confine con il Sud Sudan, come testimonia padre Andrzej Halemba, responsabile internazionale delle sezioni Africa e Asia di ACS. Si tratta in maggioranza di donne e bambini e le prospettative non sono affatto incoraggianti perché il presidente sudanese Omar al-Bashir sembra intenzionato a muovere guerra contro il Sud Sudan.

            Anche in Guinea Bissau il 12 aprile scorso un colpo di stato ha ulteriormente aggravato le già precarie condizioni di vita della popolazione locale. I vescovi hanno ripudiato «fermamente l’azione militare e qualsiasi forma di violenza», perché a pagare il conto di tanta violenza è come sempre la popolazione, e «Come afferma un nostro detto popolare – scrivono – quando gli elefanti combattono è l’erba a soffrirne».

            Spostandoci poi nella fascia settentrionale e medio-orientale, dove un anno fa ci sono stati tutti i movimenti della “primavera araba”, padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, auspica che si possa «dialogare perché sia riconosciuta la piena cittadinanza a tutti i cittadini, di qualsiasi credo» e ritiene «evidente che possiamo guardare alla condizione dei cristiani come ad una cartina tornasole per comprendere che tipo di governi si stanno istaurando».

Nino De Maria

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