Politica e cristianesimo / Cattolici: acquisire consapevolezza per dire no alle strumentalizzazioni

Sono a tutti noti i fatti dei giorni passati, che hanno visto protagonisti i violenti manifestanti di Forza Nuova, in polemica con la redazione de “La Repubblica” e “L’Espresso”. Come conseguenza di ciò il PD ha organizzato sabato 9 dicembre una manifestazione anti-fascista. Molte sono state le accuse di strumentalizzazione che sono arrivate a Renzi da diversi esponenti delle altre forze politiche.

Bisogna anzitutto dire che in un clima politico ad alto tasso di irrespirabilità come quello italiano è difficile fare i giusti distinguo. Se la manifestazione organizzata dal PD fosse o no volta a fini strumentali, forse non sta a noi giudicarlo; una cosa invece salta all’occhio, e non solo in questa circostanza: il fatto che le forze politiche in campo tentino di utilizzare qualsiasi strumento per portare acqua al mulino dei propri programmi. In un periodo teso come quello che porta alla campagna elettorale, per certi versi ciò è fisiologico.  Tuttavia il ragionamento di fondo deve necessariamente essere diverso: i valori devono battersi per il programma politico o viceversa? Proprio perché la risposta, nei fatti, spesso non va per il “viceversa” la politica di oggi può esser considerata distante dai problemi reali della gente; si vedano a tal proposito le sterili dispute sull’ immigrazione e sullo ius soli, strumentalizzati al fine di condizionare gli elettori.

Cosa può la teologia cattolica di fronte a questo mare in tempesta? È possibile che questa dica una parola autorevole in un contesto così complesso? Se ciò è possibile, di certo non può avvenire tramite il classico linguaggio di stampo metafisico. Siamo purtroppo abituati a concepire la teologia come un discorso astratto su Dio, tutt’al più gravido di deducibilità di stampo spirituale-intimistico. Come affermava Johann Baptist Metz nel suo testo “Sulla teologia del mondo”: «Ogni teologia escatologica deve diventare perciò, in quanto teologia critica (della società), una teologia politica». Questo non vuol dire acclamare o delegittimare questo o quel tipo di metodo, ma porsi in atteggiamento critico di fronte alle diverse istanze, partendo da due presupposti: l’annuncio e la denuncia; il secondo subordinato al primo. Annunciare Cristo al mondo comporta l’esser consapevoli che tale messaggio ha una rilevanza storica, quindi politica. Per questo, in molti casi suscita una contro-tendenza rispetto a tutto ciò che non corrisponde alla Parola di Dio.

Se la politica deve servire i valori fondamentali, primo tra tutti quello della persona, la parola “strumentalizzazione” dovrebbe essere bandita dal vocabolario. Se quella attuale si muove in questa prospettiva, i cristiani dovrebbero avere il coraggio di andare contro corrente. Qui sorge la domanda di sempre: quali cristiani? La questione si fa più spinosa. I cristiani sono assenti dalla politica non perché questa realtà, si dice, sia diventata talmente sporca per prendervi parte, ma perché manca la consapevolezza, da parte delle comunità cristiane, che il loro è un agire storico-politico. Il Concilio Vaticano II recupera, da un punto di vista teologico, l’agire di Dio nella storia; per certi aspetti, sulla recezione, molta strada è ancora da percorrere. In realtà, l’argomento della formazione di una classe politica cristiana è un problema successivo.

Francesco Pio Leonardi

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