Radici & Tradizioni / Dal proverbio del mese agli “atareddi”, passando alle origini della “nivarata”

Questa immagine esprime il messaggio che si vuole trasmettere con tale pagina: i resti di un tempio greco con accanto l’albero di mandorlo in fiore rappresentano l’antico che radici e tradiz. 2fiorisce nella novità del presente…Così è della tradizione e della cultura di ogni popolo…tradizione e cultura che ne rappresentano le radici e come tali meritano di essere rivalutate e conosciute. E’bellissimo andare in giro alla ricerca di anziani che ti raccontano il passato…come si pregava…cucinava…giocava…lavorava…i loro volti s’illuminano nel ricordo…mentre il loro dire in siciliano…diventa una dolce melodia per chi li ascolta…

Proverbio del mese:

“Chianta arburi ‘mezzu la vigna, si nun pigghi frutta cogghi ligna”.

Pianta alberi in mezzo alla vigna, se non raccogli frutta, almeno cogli legna.

Morale: Fai il bene nella vita, se non raccogli sorrisi, almeno fai felice la gente.

 Gli “Atareddi di Acireale”

Continuando il nostro cammino per le vie di Acireale, giungiamo in via  Cavour. Dalle notizie storiche che apprendiamo dall’opera del prof. Michele Pricoco, Gli Atareddi di Acireale, questa antica strada era la via dei Domenicani che avevano il convento in piazza S. Domenico. Caratteristica per il basolato e per gli antichi palazzi, in questa strada, all’angolo con via Cosentini, si trova inserito in un palazzo ottocentesco, un altarino protetto da una porticina in legno. La pittura su zinco rappresenta la Madonna del Rosario con accanto, in ginocchio, San Domenico che riceve il Rosario dalla Vergine mentre Gesù Bambino protende al Santo le  mani benedicenti. Sulla destra, in ginocchio, vi è un Angelo che sostiene un canestro colmo di fiori che porge alla Madonna. Nella sezione inferiore del dipinto, vi è un cane accovacciato, particolare questo, tipico di Paolo Vasta che inseriva spesso nei suoi dipinti. L’icona è ben conservata anche se i colori cominciano a sbiadirsi.

 Origine della granita siciliana

In Sicilia, fin dal Medioevo, esisteva la professione dei “nivaroli”, quegli uomini cioè che d’inverno si occupavano di raccogliere la neve sull’Etna, e tutto l’anno si occupavano di conservare la neve nelle “neviere”, per poi trasportarla fino alla riva del mare, nei mesi estivi.

La neve “da muntagna”, dalle “nivere” dell’Etna, arrivava in piena estate per confezionare le granite. La neve d’inverno veniva posta in grossi fossi appositamente scavati nel terreno e ricoperta di cenere vulcanica o dentro grotte vulcaniche, d’estate veniva ripresa, confezionata e ricoperta di felci e paglia e trasportata a valle con carretti o muli in sacchi di juta. La neve veniva grattata e utilizzata nella preparazione di sorbetti e di gelati da degustare d’estate con spremute di limone o sciroppo di frutta. La granita veniva preparata in diversi gusti: caffè, limone, gelsi e mandorle della nostra zona. Nel territorio acese infatti, oltre alla coltivazione dei limoni e dei gelsi, sulla “timpa Falconiera” di S. Tecla, esistevano nell’800, vasti mandorleti.

Con il perfezionamento della moderna tecnologia, la “tradizionale granita siciliana”, muta alcuni elementi, la neve viene sostituita con l’acqua ed il miele con lo zucchero ed il pozzetto manuale raffreddato da ghiaccio o da neve o sale, grazie alla nuova tecnologia, è stato sostituito dalla gelatiera, permettendo di produrre quell’inconfondibile impasto cremoso ricco di sapore, che grazie alle sue peculiari caratteristiche, è conosciuto e vantato nel mondo con il nome di “ granita siciliana”.

Letizia Franzone

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