Recensione / “Moonlight”, svelamenti e passaggi della crescita. Arriva per tutti il momento di sapere chi siamo

Probabilmente Moonlight, secondo lungometraggio del trentasettenne Barry Jenkins, occuperà un posto nella storia del cinema più per il pasticciaccio dello scambio di buste che ha regalato un minuto di felicità a La la land nell’89a edizione degli Oscar (2017) che per le tre statuette (film, attore non protagonista e sceneggiatura non originale) che ha portato a casa.

La scelta dell’Academy Award, peraltro condivisa da molti critici, resta comunque una vera sorpresa perché antepone la prosa alla poesia, la nota stonata al musical, la realtà alla fantasia, i turbamenti alla felicità. Non tutte le storie sono fiabe e Moonlight non appartiene a quei film che si chiudono con “e vissero felici e contenti”. È, piuttosto, una lezione con poche parole e molti primi piani per capire meglio le fasi della crescita di un ragazzino timido che, all’interno di un contesto di sopraffazione, viene emarginato perché è gay. Come dire che, a spettacolo finito, non si può tornare a casa e dimenticare, ma fare delle riflessioni al di là di ogni stereotipo su quanto si è visto. E, allora, facciamole.

Prima o poi, arriva per tutti il momento di sapere chi siamo. Infanzia e adolescenza sono stagioni delicate e ogni educatore, a prescindere dal bagaglio intellettuale che possiede, non può ignorare che i passaggi da uno stadio all’altro possono causare traumi nei ragazzi e che lo svelamento impone delle scelte. Nel 2005, sette registi di diversa nazionalità raccontarono in All the Invisible Children storie di bambini lasciati soli nel momento in cui avrebbero dovuto poter contare sul sostegno degli adulti. Tra di loro c’era anche Blanca, protagonista dell’episodio Jesus Children of America di Spike Lee, affetta di AIDS per colpa dei suoi genitori tossicodipendenti. Ho pensato a lei vedendo Moonlight e, quando ho saputo che tra gli autori preferiti da Barry Jenkins c’era anche il regista afroamericano che con Fa’ la cosa giusta (1989) aveva denunciato razzismo, violenza e droga a Brooklyn, non mi sono sorpreso più di tanto.

Il regista Barry Jenkins

Da Brooklyn ad un quartiere popolare di Miami. È qui che vive Chiron, uno dei tanti ragazzini “invisibili” persino tra le mura di casa. Ha una madre che si droga, è vittima del bullismo scolastico, rifiuta la violenza, parla poco, è nero tra neri. Gli altri lo chiamano Piccolo e gli dicono che è “frocio”. Chiron non conosce nemmeno il significato di questa parola e, quando incontra lo spacciatore buono Juan e la sua compagna Teresa, chiede: “Ma io sono gay? Come faccio a saperlo?” Lo saprai quando sarà il momento che tu lo sappia,” gli risponde Juan. Non è una risposta da genitore o da educatore (Juan non è né l’uno né l’altro), ma un invito a iniziare un percorso per scoprire la sua identità. I luoghi in cui si cresce e le persone che ci stanno accanto impostano e impastano la nostra esistenza. Chiron vive con una madre non madre, in una casa non accogliente, in un quartiere degradato, in una scuola machista e omofoba. È un bambino emarginato che resiste oltre ogni aspettativa grazie a un solo amico non nemico e alla coppia di genitori non naturali che si prende cura di lui. Per maturare, tuttavia, più del battesimo di coraggio che Juan gli amministra nelle acque del mare, avrebbe bisogno di un battesimo di onestà. Avrebbe bisogno di qualcuno che gli insegnasse a controllare l’ira, a non confondere le lezioni della strada e del carcere con quelle della scuola, a non considerare un’auto di grossa cilindrata, una pistola e lo sfoggio di denti d’oro come simbolo di potenza. Blanca di Jesus Children of America ci riesce; Chiron, almeno in quei tre capitoli che compongono Moonlight (infanzia, adolescenza e maturità), no. E nonostante tutto, Chiron, pur cambiando nome per gli altri, rimarrà il Piccolo coniglietto timido che abbiamo conosciuto nelle prime sequenze quando, per sfuggire alla caccia dei suoi compagni, cerca una tana più accogliente di quella che la vita gli ha assegnato. La trova veramente quando asciuga le lacrime della madre pentita e tra le braccia dell’unico amico che lo abbia mai sfiorato? Per saperlo, bisognerebbe aggiungere alla vicenda un quarto capitolo appena accennato dalla sequenza finale e immaginare che sul cammino di Piccolo-Chiron diventato Black il chiaro di luna prima o poi proietterà qualche lama di luce.

Italo Spada 

(italospada@alice.it)

Moonlight
Regia: Barry Jenkins
Con: Mahershala Alì, Naomie Harris, Trevante Rhodes, André Holland, Janelie Monàe, Ashton Sanders
USA, 2016
Durata: 110’

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Posted by on 10 marzo 2017. Filed under Cinema,Cultura,homepage,In evidenza. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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