Ricordo / Don Alfio Raciti, uomo integerrimo e buon pastore

Ricordo di un amico

Nella mia Aci Catena, che stento a riconoscere da come è cambiata, mi capita spesso, in occasione del rito del caffè che quasi quotidianamente celebro con il mio amico Turi Bella, di ricordare con lui un nostro Amico, don Alfio Raciti, da qualche anno scomparso.
A Lui, Turi era legato da una profonda amicizia, risalente agli anni della loro fanciullezza.

Tutte le foto sono di Pippo Fichera

L’ho avuto vicino in un momento poco felice della mia vita, quando ha assistito mia Madre negli anni della sua malattia, e avrei molte cose da dire sul Suo modo di essere sacerdote, sulla Sua umanità, sulla Sua ironia.
Adesso, ignorando deliberatamente la volontà di Turi Bella, ritengo sia il caso di pubblicare le sue parole pronunciate il giorno 8 agosto 2004, in occasione del 50° di sacerdozio di don Alfio.
Inoltre, trascrivo l’intervento che lo stesso Turi bella avrebbe dovuto e voluto pronunciare – per ricordarLo dopo la scomparsa – durante la novena di un Santo Natale nella Chiesa della Consolazione, la Sua Chiesa.
Mi ricordo che a Turi Bella non fu concesso di parlare come avrebbe voluto e ancora oggi se ne rammarica.
Leggendo questi due interventi, sarà possibile conoscere don Alfio Raciti anche a coloro che non hanno avuto la gioia di “conoscerLo”.
E voglio salutarLo, prendendo in prestito le parole che Giovanni Verga mise in bocca a Mastro don Gesualdo:
Ti ho voluto bene, anch’io, quanto ho potuto, come ho potuto!

 Mario Patanè

DON ALFIO RACITI NELLE PAROLE DEL VECCHIO AMICO TURI BELLA

Caro don Alfio, non è che mi riconosca tanti titoli per dire la mia in questa lieta circostanza, solo che tu ed io abbiamo vissuto una parte della nostra vita, quella che comunemente si usa dire la più bella, nella condivisione delle esperienze quotidiane.
Siamo stati compagni di scuola fmo al quinto ginnasio, quando la scuola si raggiungeva ogni mattina, pedibus calcantibus, lungo una via Sciarelle fangosa e polverosa, a seconda della stagione. Ma non erano le asperità di via Sciarelle che ci toglievano la gioia di vivere di quella età e nemmeno i brutti tempi che si vivevano nelle nostre famiglie.
Eravamo in sei a percorrere ogni mattina quella via, in uno stato di giovanile esuberanza rumorosa e spensierata. Dei sei, oggi, ne mancano quattro che, comunque, mi piace vedere qui con te, stasera, ognuno con le note caratteristiche della sua personalità: l’esuberante Nino D’Agostino, il po’ scontroso Nino Grasso, il salace Pippo Ferito, l’imperturbabile Sarino Pappalardo. Mi piace immaginarci tutti qua per rivivere un momento del tempo che fu, quando nemmeno la fame, che era delle più nere, in quel triste periodo del dopoguerra, riusciva a toglierci il brio e l’esuberanza.
Mi piace vederci tutti qua a far festa con te.
E non sempre via Sciarelle ci conduceva in via Marchese di San Giuliano, dove allora, aveva la sua sede il Liceo Ginnasio “Gulli e Pennisi”; qualche volta ci portava dritti dritti alla villa Belvedere, in una panchina di un vialetto appartato, a sottrarre all’esercizio dell’intelletto delle ore preziose, così avrebbero detto i grandi, ma per noi erano salutari quelle ore, perché non sempre l’atmosfera delle aule scolastiche o il sentir dire di consecutìo temporum o di aoristi o di odiosi paradigmi si addiceva al nostro spirito scioperaiolo ed intemperante.
E poi, la notte, in quelle prime arroventate campagne elettorali, si andava ad imbrattare i muri, tu da una parte ed io dall’altra; tu ad inneggiare alla libertas ed io al sole dell’avvenire. E spesso si litigava, o magari si scrivevano delle parole oscene sotto il simbolo dell’avversario. E sì, perché ci mettevamo tanta passione al primo sbocciare degli ideali. E gli ideali davano luce ai tempi oscuri che si vivevano, non perché avrebbero riportato tutto il pane che si voleva, sulle nostre mense, ma perché riuscivano a scaldarci il cuore, a suscitare degli entusiasmi. Il pane rimaneva poco, duro e nero, ma gli ideali erano tanti, anche se non ancora chiaramente indirizzati. Oggi, il secolo scettico e pragmatico irride gli ideali, ecco perché stagna e stenta a librarsi, ecco perché noi dell’altro secolo ci ritroviamo spesso disorientati.
Poi quegli ideali, per te, in un momento doloroso della tua vita, quando hai dovuto vivere l’esperienza drammatica di un crudele male che s’è portata, ancora giovane, la tua povera mamma, quella propensione agli ideali, voglio dire, ti ha dischiuso una via, quella che la Provvidenza ha assegnato per te.
E le nostre vie si sono così divise per tanto tempo, tu nella luce della tua missione, io nei chiaroscuri della mia. E non ho capito subito che Alfio Raciti aveva trovato la via giusta. Però, a distanza, mi capitava di fare le mie riflessioni, specie nelle rare volte che mi trovavo a sentirti parlare dall’altare. E mia moglie, che se ne intende più di me, mi ha fatto sempre rilevare come le tue parole non fossero quelle della banalità o della ritualità, ma quelle dettate da profondi convincimenti, atte a produrre altrettanto profondi convincimenti. Ed io, che ho letto sempre i Vangeli, per il fascino che hanno esercitato sul mio spirito, anche se non ne ho osservato sempre i dettami, quando mi sono trovato con te a parlare di Vangeli, specie di quelli difficili, per usare una icastica espressione di un grande studioso della cristianità, voglio dire dei Vangeli che riescono più impenetrabili ai duri di spirito, sono stato aperto, con il tuo dire sobrio, semplice, non cattedratico ma ispirato, alla comprensione di essi.
E quando, poi, per un mistero che io non riesco bene a spiegare ma che tu puoi ricondurre a certi disegni infiniti, le nostre vie si sono ricongiunte, io ho capito perché tu hai risposto a quella chiamata di più di mezzo secolo fa. La tua serenità, l’attaccamento alla tua missione di fede e di bene, la tua sapienza di cose dello spirito, mi dicono che allora ti si è aperta la via giusta.
Ecco perché, quando mi capita d’incontrarti, di sentirti, avverto un senso di pace interiore che non tutti gli incontri della vita sanno produrre, e ti ritrovo complice, non giudice, come quando si marinava la scuola o come quando facevamo disperare il caro professore Solarino, che sapeva tanto di greco e di latino, ma che spesso non riusciva a comunicare come avrebbe voluto con i suoi riottosi discepoli.
Caro don Alfio, come vedi, ho fatto girare queste mie povere parole sulle reminiscenze, e qualcuno potrebbe dire che ciò è ovvio: di che cosa possono parlare due poveri anziani se non di nostalgie, quelle che inducono ai rimpianti e non aprono alla speranza, due poveri anziani, che non avrebbero da proiettarsi sul futuro: questo può valere per me, ma non per te! La tua è una missione di speranza!
Tu hai fatto tanto bene e tanto te ne rimane ancora da fare e rimangono tante pecore da ricondurre all’ovile, a te che sei un buon pastore. E perciò il tuo futuro sarà lungo, ma molto lungo. Questo è il mio augurio.
Aci Catena, 8 agosto 2004

Turi Bella

Post mortem / Il ricordo che Turi Bella non lesse durante una Novena di Natale

Caro don Alfio,

il tuo rapporto con questo tempio, e con questi luoghi, risale agli anni della nostra adolescenza, quando il quartiere della Consolazione era un’oasi di pace, immerso·nei suoi silenzi, con una cintura di verde che lo accarezzava; dove le acque sgorgavano limpide e fresche e dissetavano popolazioni anche lontane; e dove gli abitanti vivevano una vita grama, ma semplice e sana, col tempo segnato dai rintocchi del campanile; dove le feste erano solo quelle del tempio e si celebravano nel solco delle tradizioni agresti, magari con qualche vestito nuovo rabberciato alla meglio e con qualche rattoppo. E si ha tanta nostalgia per il modo di condurre la vita in questo sito, in una coralità che solo gli umili sanno instaurare nella condivisione di gioie e di dolori; e col solo tempio come punto di riferimento.

E tu avevi scelto questo tempio e questi luoghi per i tuoi ritagli di tempo che ti avanzavano dalla frequenza della scuola e dall’assolvimento di qualche compito domestico. E mi ricordo che ogni tardo pomeriggio percorrevi tutta la via Consolazione, dal basso in alto, per raggiungere questo tempio e questi luoghi, passando davanti a casa mia, e io non mi rendevo conto di cosa cavolo andavi a cercare alla Consolazione. Fatto sta che venivi attratto da questo tempio e da questi luoghi, quasi per un mistero, destinato col tempo a sciogliersi in una realtà quarantennale di missione di bene e di amore.
Mi ricordo che all’inizio di via Consolazione facevi una fugace sosta nell’abitazione del nonno di un nostro amico del tempo, dove eri sicuro che non mancava la biada, sì, dico la biada per il cavallo del nonno. Ma tu ti accontentavi di un pugno di fave,una scorta per la serata; intanto rosicchiavi lungo il percorso di via Consolazione, e  fischiettavi e canticchiavi, con quei tratti del viso caratteristici del miope, con gli  occhi socchiusi e il mento prominente. Ed eri contento, in barba ai tempi tristissimi.

E non disdegnavi una partita al pallone nell’ampia piazza ancora allo stato naturale, non violata, come oggi avviene, dalle macchine e dai loro veleni, da quelle macchine che hanno lascato il segno sul tuo corpo, nell’ampia piazza non ancora defraudata dalla dolce, olezzante brezza che scendeva dalla timpa. Certo non venivi a cercare una di quelle avventure di gioventù che lì erano destinate a risolversi spesso nel matrimonio e come capitò, per altre vie, a chi ti parla, il quale, trovandosi per caso a far da spettatore alle simpatiche esibizioni di una fiorente filodrammatica della quale tu eri uno dei più rappresentativi organizzatori, gli capitò di iniziare un’avventura che ancora dura dopo circa sessant’anni: si rappresentava La vita di Sant’Agata, si innamorò di “Sant’Agata” ed è vissuto tuttala vita con “Sant’Agata”!

Ma queste non erano cose per te. Tu ci scherzavi su e non risparmiavi i tuoi amici con battute salaci; e, perché no, un po’ spinte per i tempi che correvano, ma innocentissime per oggi. E la sera ti ritrovavi a casa, forse con un senso di pace pur con i tempi duri che correvano, un senso di pace che era presagio di un’altra pace che avresti vissuto col passare degli anni.

La tua era una sana famiglia della tradizione artigiana di Aci Catena. In seno ad essa un padre, un po’ burbero in verità, ma un burbero benefico, come vedremo, che lavorava sodo di pialla e di sega, per sopperire alla meno peggio alle necessità della famiglia. Ed era la figura caratteristica del mangiapreti del tempo, di quelli, però, che serbano intatta solo nel cuore una religiosità autentica, non bacchettona, una religiosità vissuta tutta per loro, nel segreto della loro anima, non ostentata e perciò non ipocrita. Vero è che, devoto com’era in cuor suo della Madonna della Catena, non lo dava a capire, e si recava nella chiesa madre quasi di soppiatto, il giorno della festa, in un’ora insolita per i devoti. E son sicuro che pregava e che le sue preghiere trovavano la via giusta per arrivare al posto giusto, meglio di quelle di tanti devoti ipocriti di cui il vangelo ci menziona. Quando si dice di disegni imperscrutabili: in casa del mangiapreti Turi Raciti doveva germinare e fiorire una vocazione, un’autentica chiamata alla quale fu data una convinta e pronta risposta. E quando lo hai informato, non successe niente di quello che ti attendevi: la sua reazione fu il silenzio. Ma che silenzio? Silenzio che è passività reattiva? Silenzio che è offuscamento della mente incapace di coordinare le idee? Silenzio che è perplessità, che è rabbia, forse? Son sicuro: niente di tutto questo. Silenzio che è un mistero, silenzio che si spiega come suggello, e suggello è stato quello di Turi Raciti.

Ma torniamo agli anni della tua adolescenza, facendo qualche passo indietro. Frequentavi il liceo classico di Acireale e ogni mattina percorrevi a piedi l’allora accidentata via Sciarelle, sbocconcellando un qualcosa che si insisteva a chiamare pane, sebbene ottenuto da un intruglio di crusca, di orzo, di fave macinate, di patate bollite e di quant’altro si riusciva a racimolare. E sì, perché Turi Raciti sapeva ben  fare il suo mestiere di artigiano, ma non quello del mercato nero, il solo che poteva assicurare un tozzo di pane di frumento con qualche fetta di salame. E tu trovavi modo di sfottere uno di noi, non me in questo caso, che mangiava pane e salame. Intanto fischiettavi e canticchiavi. E a scuola non eri un secchione, e studiavi come tutti noi, del resto, quel tanto che poteva bastare per una risicata promozione. E chissà se nel profondo del tuo subconscio non avvertivi, sebbene ancora confusamente, che i tuoi studi andavano coltivati in un altro posto e per altri fini.

Intanto non ti mancava il buon umore, anche se i tempi erano tristi. E sì perché  quella era l’età in cui si “sale il limitar di gioventù lieti”, se non ancora  profondamente pensosi.

Finché casa tua non divenne un luogo di dolore per la malattia di tua mamma che, per quei tempi, significava sofferenze indicibili, proprio in quel momento in cui tu salivi “il limitar di gioventù”, questa volta non più lieto, per il dramma che si viveva a casa tua, ma “pensoso” sì. Pensoso per l’avvertire in un modo sempre più meno confuso, di una voce che tu capivi da dove veniva, che ti sconvolgeva dal profondo, e che ti faceva intravvedere nuove e più impegnative prospettive di vita.

Vedi, io non trovo le parole giuste per spiegarmi questo mistero, profano quale mi sento. E quando dico profano, do’ al vocabolo l’esatto significato etimologico di chi è rimasto per tutta la vita fuori o nei pressi del tempio, del “fanum”. Posso però dire che la tua vocazione, passando attraverso i filtri delle angustie e del dolore, ne è rimasta sublimata, esaltata. Ed è per questo che è rimasta per più di sessant’anni forte e prolifera. E pur non sapendo tanto di cose di chiesa, ignorante, ripeto, come ne sono, posso dire di averti visto sempre come prete. Ti ho visto prete quando gioiosamente guidavi il-tuo gregge; ti-ho visto prete quando amministravi una istituzione che era il fiore all’occhiello per Acireale, una istituzione di altri tempi, voglio dire la “Città del fanciullo”; e ti ho visto prete quando insegnavi il Vangelo alle future educatrici dell’infanzia ad Aci Bonaccorsi; e ti ho visto prete quando, con l’età, hai lasciato le cure di questa parrocchia, con la differenza di non ritrovarti a curare un gregge nel chiuso di questo ovile, ma tante altre pecorelle vaganti lungo i sentieri della vita, come chi ti parla in questo momento. Non per niente ti avevano detto che tu saresti stato pastore “in Aeternum”.

In quella circostanza non ebbi la presunzione di darti qualche consiglio di come affrontare un momento che a volte si vive con qualche difficoltà, sicuro che tu, con la tua potente carica umana e spirituale, di fronte all’alternativa di rincantucciarti nel passato o di inventarti un futuro, avresti accettato la sfida del domani. E non ebbi mai la presunzione, io povero disorientato, di capire appieno il tuo lungo percorso di curatore di anime, pronto a scrutare nelle pieghe più recondite dell’animo umano, a cogliere le benché minime angosce, le benché minime inquietudini, senza usare violenza. Uno di quei preti che hanno saputo coniugare l’esercizio pastorale con l’amicizia, la quale non è di quelle gridate, ma di quelle sussurrate, che per ascoltarle bisogna tendere l’orecchio, ma non l’anima che le percepisce immediatamente. E tu parlavi sottovoce, ma sapevi farti ascoltare, col tuo eloquio pacato, misurato, sobrio, ma profondo.

Un eloquio non di quelli che dicono e non dicono, o non sanno quello che dicono, ma di quelli in cui le parole sono contate e contano perché ognuna ha la sua pregnanza che suscita emozioni da tempo sopite, sentimenti da tempo compressi dalla durezza della vita, coraggio da tempo smarrito lungo fallaci itinerari. Parole che non condannano, ma aprono alla speranza.

Quando mi capitava di ascoltare le tue omelie, sì, dovevo tendere l’orecchio, ma ho imparato a cogliere le parole sulle tue labbra, e meglio di quando esse vengono gridate; e mi accorgevo che non assumevi l’atteggiamento del fustigatore, ma di chi, nonostante ne avesse l’autorità morale, manifestava l’umiltà tutta cristiana di chi attende fiducioso che le sue parole possono far germinare la luce, laddove magari incombono le tenebre o i chiaroscuri. Ed io che ti ho conosciuto “ab antiquo”, e vieppiù nell’esercizio della tua missione successiva di uomo e di sacerdote in questa contrada e in questo tempio, ho avuto modo di cogliere e di sperimentare una disponibilità a calarti nei bisogni di tutti, una vocazione all’altruismo, a dare sempre una mano quando spesso si è sul punto di vacillare, un’apertura all’amicizia, quella che è valore assoluto della vita, e che perciò non ammette limitazioni, riserve, condizioni, soppesa menti, il tutto frammisto di comportamento tollerante, solidale, comprensivo, protettivo, io ti devo dire grazie assieme a questa comunità di fedeli.
Nella circostanza, mi sovviene di una bella poesia di Kipling, intitolata semplicemente Se. Quel se che in grammatica ha valore condizionale e che egli dedica ad una persona molto cara, per vivere una vita piena e serena. Ed ecco uno dei suoi se: “Solo se riuscirai a costringere cuore, tendini e nervi a servire al tuo scopo, riuscirai a tener duro anche quando il tempo può sembrarti che lasci il suo segno e che volga alla sera”.
Ed io son sicuro che tu sei riuscito a costringere cuore, tendini e nervi, ma anche sentimenti e ragione, corpo e anima, a servire al tuo scopo, quando è venuta la tua sera.
Ti chiedo scusa per la pochezza delle mie parole, Ma lasciami concludere che l’affetto di tutti noi qui convenuti è così grande da considerarti “pleno iure” meritevole di un altissimo posto nella storia di questa comunità, tu che in questi luoghi hai avuto modo di esprimerti e di realizzarti in tutta la tua pienezza umana e spirituale, in tutta la tua pienezza cristiana.

Turi Bella