Ricordo / Don Antonio Riboldi deceduto a 50 anni dal terremoto del Belìce, di cui era divenuto simbolo

“Prete anticamorra”, lo chiamavano; ma anche “prete-terremoto”, da quando lui, lombardo, sacerdote dell’ordine dei Rosminiani, era finito in una parrocchia di Santa Ninfa, nel trapanese, dove nel gennaio del 1968 era stato vittima anche lui del terribile terremoto che colpì la Valle del Belìce.

Terremotato fra i terremotati, don Antonio Riboldi aveva condiviso con i suoi parrocchiani i disagi e gli stenti della vita in una baracca, ma sempre pronto a combattere per la ricostruzione, per il riscatto, per la rinascita di quei centri martoriati dal sisma e abbandonati a se stessi dalle istituzioni. “Prete-terremoto” quindi, non solo perché terremotato, ma anche perché pronto in ogni momento a portare il “terremoto” in tutte le istituzioni e davanti a tutte le autorità affinché si impegnassero per le popolazioni e per i centri colpiti dal sisma, fino a portare i ragazzi della sua parrocchia a Roma, dall’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Aldo Moro. E quando nel 1978 papa Paolo VI lo nominò vescovo di Acerra, in Campania, non furono pochi quelli che applicarono alla sua nomina il detto latino “promoveatur ut amoveatur” (sia promosso affinché sia trasferito). Ma anche lì cominciò a creare terremoti, scagliandosi contro la delinquenza mafiosa e la camorra, e quando negli anni ’80 cominciò a organizzare le marce contro la camorra, me lo ricordo in prima fila, a guidare il corteo a braccetto con un altro vescovo combattivo – preparato spiritualmente e teologicamente sì, ma che le cose non le mandava a dire –, un vescovo originario delle nostre parti: mons. Giuseppe Costanzo, allora a capo della vicina diocesi di Nola.

Anche dopo le dimissioni per raggiunti limiti di età (presentate nel 1998 ma accettate da Giovanni Paolo II solo alla fine del 1999) egli continuò a lavorare a lungo nella sua diocesi d’elezione, restando sempre vicino agli ultimi, ai malati, ai sofferenti (era stato anche direttore della rivista “Amici di Follereau” dell’Aifo, l’associazione italiana che si occupa di combattere la lebbra nei paesi sottosviluppati): in una parola, ai “terremotati”, veri e simbolici. Ha collaborato pure con la Rai, curando per molti anni la rubrica religiosa “Ascolta si fa sera”, in cui proponeva delle brevi riflessioni profonde e piacevoli da seguire, riflessioni che sono state pubblicate dalla casa editrice Mondadori nel 2013, in occasione del suo novantesimo compleanno. E ricordo anche un’altra rubrica radiofonica (di cui non rammento il titolo), quando era già in pensione, che veniva trasmessa la domenica mattina: era una rubrica diretta ai bambini, in cui egli si proponeva come un nonno che si rivolge ai propri nipotini, ai quali offriva, con un linguaggio semplice e comprensibile, delle considerazioni – quasi dei pensierini – molto deliziose.

Don Riboldi (come continuò a farsi chiamare, anche dopo la nomina a vescovo) se n’è andato il 10 dicembre scorso, a quasi cinquant’anni dal tragico terremoto del Belìce (manca ormai poco più d’un mese alla ricorrenza del 14-15 gennaio). Molto di tutto ciò che è stato fatto per la ricostruzione dei centri e delle zone colpite si deve all’impegno e all’incessante martellare di don Riboldi, ma molto – purtroppo – resta ancora da fare.

Nino De Maria

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Posted by on 12 dicembre 2017. Filed under Chiesa,homepage,In evidenza,Società. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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