Rappresentazioni classiche / “Sette contro Tebe” apre il 53° ciclo al Teatro Greco di Siracusa. Scelta non casuale perché la guerra è sempre attuale

Si è svolta il 6 maggio 2017 la prima del 53° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa, organizzata dalla fondazione Inda: “Sette contro Tebe” di Eschilo.

La tragedia parla di due fratelli in conflitto tra loro, Eteocle e Polinice, figli dello sventurato Edipo. I due fratelli hanno sancito un patto secondo cui devono alternarsi alla guida della città di Tebe. Tuttavia, allo scadere dei termini, nel momento in cui Eteocle deve farsi da parte per lasciare spazio al fratello, preferisce andare in guerra contro quest’ultimo pur di non perdere il proprio potere. Così i due fratelli si scontrano presso una delle sette porte della città, in un conflitto in cui trovano la morte entrambi. La tragedia si conclude con la decisione del governo della città di riservare la sepoltura e i riti sacri della morte a Eteocle, morto per difendere la città e non a Polinice, che alla città ha causato guerra e sofferenza.

Le tragedie sono sempre attuali, è questo un cliché fisso che ripetiamo ogni anno. È così, e non potrebbe essere diversamente, perché la natura dell’animo umano è sempre uguale, è oggi quella che era 3000 anni fa. Quello che però va sottolineato, è che la scelta di questa tragedia in particolare, in un contesto mondiale fatto di conflitti, guerre e guerriglie, come quello del giorno d’oggi, è sicuramente non casuale. Lo scrive anche il regista Marco Baliani nel raffinato libro, sempre realizzato dalla fondazione Inda, che raccoglie le foto dello spettacolo, oltre che la traduzione di  Giorgio Ieranò. Dice a chiare lettere Baliani, senza lasciare spazio ai fraintendimenti e alle interpretazioni, che la Tebe di tremila anni fa è la Sarajevo di ieri e l’Aleppo di oggi.

La guerra a Tebe

Il tema principale della tragedia, infatti, è la guerra, in tutto il suo orrore. E la guerra viene descritta dal punto di vista di chi la provoca, Eteocle, e dal punto di vista di chi la subisce: la città di Tebe, i civili, le donne innanzi tutto. Da un lato abbiamo Eteocle, che vuole la guerra, ma ne è spaventato, che vuole vincere, ma ha paura di perdere. Dall’altra parte ci sono i suoi concittadini, rappresentati dal coro, che hanno le sue stesse paure e per questo vanno a pregare, ad invocare gli dei, a chiedere loro aiuto. Eteocle però non vuole dare a vedere le sue preoccupazioni, non può farlo. Egli ha il compito di farsi vedere sicuro e di incoraggiare i suoi uomini.

Nel riadattamento del testo che il regista ha scelto di fare, si colgono molti tagli e alcuni adattamenti. Non solo i dialoghi diventano più brevi, e incalzanti, perché la guerra incombe e non lascia tempo ai ripensamenti, ma molte delle parti che il tragediografo aveva destinato al coro vengono messe in bocca alla sorella dei due combattenti, Antigone.  Ed è proprio nei dialoghi tra Eteocle e Antigone che emergono alcuni tra gli aspetti più forti. Come quando Antigone, che preme perché Eteocle si ritiri dal combattere, invoca gli dei e per tutta risposta Eteocle dice: “Gli dei ormai ci hanno dimenticati”.  

L’indovino

Ma è soprattutto la conclusione che ci ha ha colpiti e con la quale il regista vuole farci riflettere. La guerra c’è stata e ha mietuto le sue vittime. Il governo nega la sepoltura di Polinice, ma Antigone non vuole accettarlo. Il coro la esorta ad ascoltare la decisione del governo, ma Antigone lapidaria risponde: “Non ascoltate sempre le decisioni del governo, poiché è mutevole ciò che un governo ritiene sia giusto”.

La scenografia, di Carlo Sala, molto bella e molto sobria, non è moderna, né tanto meno futuristica, come altre che, negli anni passati, hanno fatto molto parlare di sé. Un enorme albero d’ulivo, rigoglioso, su un campo di terra finissima. Nel momento in cui scoppia la guerra invece, quando le donne, fisicamente, si fanno carico degli uomini morti,  piangendoli, è tutto pieno di fumo e anche l’albero, per quanto forte e grande, soccombe.

Il cast di alto livello ci regala un’interpretazione magistrale, a partire dall’aedo Gianni Salvo, per continuare con Eteocle, Marco Foschi, e Antigone, Anna Della Rosa. I costumi sono stupendi, specie quello dell’indovino che viene travestito da uccello, perché conosce l’arte di “interpretare i voli profetici degli uccelli”. Le prossime opere in scena, nel ciclo più lungo di sempre, saranno Le Fenicie e Le Rane.

Annamaria Distefano