Settimana decisiva / Partiti ancora distanti. Nascerà un governo? Comunque vada sarà legittimo

Nella fase politica di maggiore discontinuità rispetto all’assetto tradizionale del sistema dei partiti, hanno fatto la loro comparsa due fattori che invece appartengono proprio alla migliore tradizione della democrazia rappresentativa.

Il primo di questi fattori è la capacità di confronto e di negoziato tra le forze politiche. Poiché nessuna di esse ha i numeri per essere autosufficiente, né alla Camera né al Senato, ha affermato limpidamente il Capo dello Stato, “è indispensabile – in base alle regole della nostra democrazia – che vi siano delle intese tra più parti politiche”.

La sottolineatura dell’inciso è molto importante, perché a forza di demonizzare come inciucio

ogni intesa tra partiti si è finito per perdere il senso di quella capacità di dialogo, anche dialetticamente spigoloso, che segna la storia della Repubblica sin dalla sua fondazione.

Peraltro questa necessità di intese ci allinea alla quasi totalità dei grandi Paesi europei che, fatta eccezione per la Francia in virtù del suo specifico sistema istituzionale e soprattutto elettorale, hanno dovuto procedere a complessi e lunghi negoziati per riuscire a costruire maggioranze di governo. In Italia, qualsiasi governo nascerà sarà comunque un governo parlamentare e in quanto tale legittimato dagli elettori. Affermarlo non è così scontato.

Troppo spesso, infatti, si è sentito e si sente ripetere lo slogan secondo cui gli esecutivi nati in Parlamento, dopo elezioni che non hanno espresso una maggioranza definita, sarebbero in sostanza degli usurpatori della volontà popolare. A dirla proprio tutta, i governi della passata legislatura facevano perno su un partito, il Pd, che almeno in un ramo del Parlamento aveva da solo la maggioranza assoluta. Nella legislatura appena iniziata nessuno è in questa condizione, eppure il governo che riceverà la fiducia delle Camere sarà pienamente legittimo, al pari di quelli di prima. Com’è scritto nella Costituzione.

L’altro fattore è il tempo. Nell’epoca dell’interconnessione istantanea, tutto sembra che possa essere deciso immediatamente, magari con un click. E invece, dopo il primo giro di consultazioni, il presidente Mattarella ha fatto sapere che “molte parti politiche” gli hanno prospettato l’esigenza di “maggior tempo”. Anche questo non è un vizio italiano. In Germania hanno impiegato sei mesi per formare il governo, in Olanda sette. Sarebbe sciocco proporre parallelismi automatici con Paesi in situazioni molto diverse dalla nostra. Tuttavia il dato di fondo è che, in certi momenti, il funzionamento del sistema democratico mostra tutta la sua complessità e impone di riconoscere il tempo come un valore, sia per poter scegliere la soluzione migliore, sia per saper scegliere in modo lungimirante.

Abbiamo bisogno di una democrazia che sia capace di decidere e di farlo in tempi adeguati ai problemi da affrontare. Ma senza scorciatoie.

Stefano De Martis

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