Mondo / Con la morte di Mugabe, ex presidente dello Zimbawe, si chiude un capitolo di storia d’Africa

Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe dal 1980 al 2017

La morte di Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe, non giunge certo inaspettata.

L’anziano leader, uscito di scena nel 2017 in seguito a un colpo di stato militare, aveva infatti ben 95 anni, e da tempo era in cura a Singapore.

Ciò nonostante, la notizia di queste ore rappresenterà sicuramente uno choc per il Paese che Mugabe ha governato per ben 37 anni. E questo al di là di ogni valutazione politica sul suo operato, che di certo ha polarizzato l’opinione pubblica dello Zimbabwe e dell’intera Africa.

Non a caso Mnangagwa, il suo contestato successore – che ha vinto le ultime elezioni con il 50% dei voti – ha espresso “massima tristezza” per la scomparsa del “padre fondatore dello Zimbabwe”, a detta sua “un’icona di liberazione”.

Affermazioni singolari, sulla bocca di chi era stato definito dallo stesso Mugabe come “un uomo sleale, ingannevole, inaffidabile e carente di rispetto”. Certo, negli epitaffi si è sempre un po’ esagerato, appianando i giudizi che in vita non sempre sono morbidi. Ma in questo caso c’è qualcosa di più.

Robert Mugabe è stato davvero un’icona di libertà. Almeno fin quando ha rappresentato i diritti degli oppressi, simbolo di ogni lotta per la decolonizzazione. Poi la sete di giustizia si è trasformata in vendetta, in discriminazioni al contrario, in una cleptocrazia che non ha visto la fine nemmeno nei primi anni del nuovo millennio, quando l’inflazione ad Harare ha raggiunto vette mai viste o quasi.

Una parabola certo non insolita, in Africa subsahariana: è tristemente lunga la lista di liberatori trasformatisi in oppressori. Ma il caso di Mugabe è rimasto forse quello più emblematico, sia per gli estremi raggiunti (al dittatore fu pure negato l’ingresso negli Usa e in Ue, almeno sulla carta) sia perché si è mescolata alle vicende dell’apartheid, la vera cifra dell’Africa australe.

Mugabe è stato tra gli ultimi rappresentanti della decolonizzazione, forse l’ultimo contando solo quelli più celebri. Come molti della sua generazione, lascia un’Africa tradita nelle sue aspettative di giustizia ed equità, e più disillusa nei confronti di chi gestisce il potere – bianco o nero che sia.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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