Sicilia che scompare / Quando si diceva con buone ragioni “U varveri non campa mugghieri”

Nei vecchi saloni da barba siciliani di un tempo molto lontano si andava ‘nto varveri (dal barbiere) non solo per farsi tagliare i “capiddi” (capelli), o farisi ‘a varva (farsi radere la barba), ma per incontrare gente; allora non c’era la televisione e non tutti avevano la radio. E di solito si diceva: “ora minnuvaiu ‘nticchia ‘nto saluni pì sfantasiari,” (adesso vado dal barbiere per passare un po’ di tempo). Andare ‘nto varveri significava anche procurarsi l’occasione per ascoltare o suonare ‘u mannulino, (il mandolino), o strumenti come la chitarra, fisarmonica, ‘u bassu (il basso) o il tamburello, cantare musiche della tradizione siciliana o per ascoltare “storie” che non sempre poi rispondevano al vero.
Nei saloni da barba d’altri tempi, specialmente nei piccoli centri della Sicilia, si giocava anche a carte e il fOTO (da Barberia) (400 x 250)correttalavoro, quel poco che c’era, si concentrava nei giorni tra sabato e domenica e nei giorni che precedevano le feste. Il barbiere non aveva orari, il suo giorno di riposo era il lunedì, ecco perché c’era un detto che recitava: “’u lunedì du varveri”. E c’era chi si abbonava per un taglio di capelli al mese; in questo caso i figli dell’abbonato percepivano uno sconto fino al raggiungimento dei diciotto anni.
Il barbiere, sul finire dell’anno, regalava ai clienti più affezionati piccoli calendari tascabili a colori profumati che raffiguravano donnine mezze nude o attrici famose. Dal barbiere c’era anche chi pagava con merce varia il servizio ricevuto. E c’era un altro detto: “ ‘u varveri nun campa muggheri” (il barbiere con quel che guadagna non riesce a mantenere la moglie). Il barbiere di un tempo, per sbarcare il lunario, faceva diversi lavori, come le punture a domicilio, metteva i sanguisuca “pì fari scinniri ‘a prissione” (per fare abbassare la pressione arteriosa), estraeva i denti quando questi erano cariati. Allora, per fare una buona barba ai clienti che non avevano più i denti, egli metteva loro una pallina di legno nella bocca “pi stirare ‘a peddi” (per stirare la pelle) e a quelli che non avevano i denti davanti faceva mettere la lingua sotto le labbra.
Non era una caso trovare dal barbiere uno sgabello di legno in cui saliva il piccolo garzone per portarsi all’ altezza della sedia su cui si accomodavano i clienti. Il barbiere era provvisto di una pietra liscia e di una striscia di cuoio adatti per affilare il rasoio a mano libera.
‘U varveri era anche il confidente dei propri clienti, a lui si chiedevano consigli tra i più variegati, come per sposare una figlia o un figlio. Era anche un referente e, all’occorrenza, faceva anche da paciere. Nei saloni da barba si concludevano affari come la compravendita di case e terreni. Dal barbiere non si faceva lo shampoo perché non c’era l’acqua corrente e quindi neanche i lavandini. Ora tutto è cambiato, i barbieri riescono ad offrire vari servizi come la tintura dei capelli, pulizia del viso, mani cure, modellare i sopracciglia, e mentre il cliente si serve spesso ha a portata di mano il cellulare o altro aggeggio tecnologico. Adesso non si dice più: “’u varveri nun campa muggheri”, si è persa la poesia di un tempo, ma rimane un patrimonio ricco di cultura e di tradizioni della Sicilia di una volta.
                                                                                                                                      Salvatore Cifalinò

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Posted by on 27 febbraio 2015. Filed under Cronaca,Cultura,In evidenza,Società. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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