Società / Il Piano nazionale scuola digitale e gli smartphone in classe. Il problema non è solo trovare una conciliazione…

Smartphone sì, smartphone no. Molti pedagogisti, infatti, assieme a docenti e genitori – dopo aver recepito all’interno della kermesse le nuove proposte della tecnologia applicata alla didattica ed esserne rimasti colpiti anche positivamente -, sono tornati però a interrogarsi sull’opportunità di introdurre device personali in aula durante le lezioni per utilizzarli come supporto tecnologico all’apprendimento.
La questione è piuttosto spinosa e di difficile soluzione.
Il Piano nazionale scuola digitale (Pnsd) del Miur intende lanciare “una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana e per un nuovo posizionamento del suo sistema educativo nell’era digitale”. Si tratta, quindi, di un piano articolato in intenti e azioni concrete che dovrebbe condurre a una riforma “culturale e di sistema” dell’intero processo di apprendimento dei nostri studenti. L’obiettivo “digitale” è ambizioso e più volte definito col termine di “sfida”. Ma la sfida, in alcuni suoi aspetti, può avere dei risvolti pratici poco gestibili e addirittura deleteri e contrari al processo stesso di apprendimento.
All’inizio dell’anno scolastico la ministra Fedeli, per la prima volta, parlò di uso degli smartphone personali degli alunni a scopo didattico in orario curricolare e già allora si sollevò un polverone.
Le scuole, per la verità, sono già molto in difficoltà a causa dell’invadenza “clandestina” di questi mezzi durante i momenti di studio in classe. Molti istituti sono stati costretti a produrre circolari o avvisi nei quali segnalavano l’uso improprio dei cellulari durante le verifiche, o anche nei momenti ludici e ricreativi in classe con risvolti a volte piuttosto sgradevoli (foto scattate illecitamente, registrazioni video e audio non autorizzate, eccetera).
Per poter utilizzare i cellulari nella realizzazione di un nuovo stile di apprendimento, occorrerebbe una gestione più consapevole e sana del mezzo stesso, che i ragazzi oggi non hanno ancora assimilato.
Molti pedagogisti si dichiarano contrari a questa sperimentazione, che definiscono priva di fondamento metodologico; contestualmente evidenziano i cortocircuiti educativi dei nostri anni e il pesante impatto che gli smartphone stanno avendo nella vita dei nostri adolescenti e delle famiglie.
Il problema, poi, non è soltanto quello di trovare una strada di conciliazione fra uso inconsapevole e uso regolato degli smartphone.
Ci si domanda se questi nuovi stili di apprendimento siano davvero efficaci. Come negare che i processi cognitivi dei nostri ragazzi stiano cambiando e che probabilmente siamo di fronte a un passaggio “evolutivo” nella storia dell’umanità. Ma i contenuti nel sapere non sono tutti trasmissibili nelle forme consentite dal digitale e, soprattutto, ciò che marca antropologicamente l’attuale processo di comunicazione è la “liquidità”. Tutto diventa liquido, attraverso la rete e il virtuale. Abbiamo reso liquido l’amore -spiegava Bauman nei suoi illuminanti saggi -, stiamo attenti quindi a non “liquidare” pure il sapere…

Silvia Rossetti

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Posted by on 4 febbraio 2018. Filed under In evidenza,Scuola,Società. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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